di Bruno Tamiozzo
Dopo esser partito da Thodupuzha e ed aver preso la strada che da Mysore lo porterà a Bangalore, passando per Hyderabad continua il viaggio di Bruno Tamiozzo alla scoperta dell’India vera e autentica.
Questo non è un libro, non è un romanzo ed io non sono uno scrittore, sono semplicemente un fotografo, arrivato in India con il desiderio ed il sogno di trovare un contratto di lavoro con un’agenzia fotografica o con una testata giornalistica. Questo vuol essere solamente il mio modo di ricordare un viaggio, un viaggio fatto a bordo di una moto, alla volta di Nuova Delhi, nello stato omonimo nell’India del Nord, dove un appuntamento con un’agenzia fotografica internazionale mi attendeva. Un viaggio fatto di speranze, di sogni, di esperienze positive e negative che ognuno di noi può incontrare lungo un percorso fatto di tanti km, soprattutto se lo si vive a bordo di un mezzo proprio.
Quarto giorno – 17 Febbraio 2012 (scrivo dei due giorni precedenti non scritti primi)
Ciao diario, sono due giorni che non ci sentiamo, ma purtroppo la stanchezza ed un paio di episodi avvenuti in questi giorni mi hanno fatto pensar meno a te.
Partiamo dal 15 Febbraio:
Il viaggio verso Nagpur è stato alquanto regolare, strade decenti in alcuni punti e meno in altri. Unico neo del viaggio è stato nella fermata all’ora di pranzo, in una cittadina chiamata “Adilabad”, nella quale sono entrato esclusivamente per ristorarmi e far carburante.
Mi sono fermato lungo la strada ed ho trovato una sorda di “Hotel”, così come qui chiamano i ristoranti e mi hanno portato l’unica cosa che pensavo di aver capito… ossia manzo e delle specie di piadine di cui non ricordo il nome.
Questo era in effetti il contenuto del piatto, ma molto, molto piccante…
Fino qui tutto bene, seppur piccante, ho spazzolato anche il piatto per via della fame. Riprendo il mio viaggio verso Nagpur dove arrivo in serata e cerco subito una sistemazione per la notte.
Trovato l’albergo, una rapida doccia e via a fare un giro per la città che è quasi del tutto composta di mussulmani, in giro infatti, minareti invadono le strade, ma io mi soffermo in un piccolo rione, dove un mercato la fa da padrone in spazi ristretti ed angusti e dove il gusto è quello che si può ritrovare nei film di Indiana Jones per intenderci.
Mi fermo in una di queste bancarelle e dopo aver in qualche modo interagito con quattro bambini, riesco con 300Rupie a portar via una giacca che mi farà comodo nel viaggio, visto che già in questo stato (Maharashtra), la temperatura della mattina è ben inferiore rispetto a quella che possiamo trovare in Kerala.
Dopo aver preso la giacca, che sembra esser passata sotto un rullo compressore subito dopo aver asfaltato una strada, continuo a camminare nelle vie di quella che più che una città indiana sembra una “casba” araba.
Incuriosito da una bottega che “prepara” polli all’istante, mi fermo a dare un’occhiata e subito, il padrone di casa mi invita a sedermi vicino a lui, se non dopo avergli rubato due scatti.
Ashid, questo il nome, dopo avermi fatto accomodare su di una tavola, disposta a mò di poltrona e sorretta da mattoni, inizia a parlarmi della sua vita, delle sue esperienze lavorative in giro per Abu Dabi e come un perfetto indiano che si rispetti, mi offre un “Chaia”, ossia Latte e Thè, così come usano gli inglesi alle cinque del pomeriggio.
Accetto ben volentieri il gustoso mix ed ascolto con piacere i suoi racconti attraverso il suo inglese non certo molto distante per qualità dal mio.
Dopo un’oretta la stanchezza si inizia a sentire e salutando Ashid ed i suoi collaboratori, che si prestano ad ulteriori scatti, mi avvio verso l’albergo.
Qui inizia il dramma…
Dopo aver scritto un paio di e-mail, lo stomaco inizia a darmi fastidio, così come la nausea mi assale rapidamente, così, dopo aver passato diverse ore in bagno, nel rimettere e dare di corpo, verso le due della notte, riesco, seppur con molta difficoltà, a prender sonno.
Il resto della notte passa velocemente così da giungere alle 6:00 del mattino del 16 Febbraio 2012.
La sveglia suona ed io devo prepararmi per il viaggio verso Jabalpur, nel Madhya Pradesh.
Non sono molti i km da dover percorrere, circa 200 o poco più, ma già dal mio vestirmi, sento che qualcosa non funziona, ma non do molta importanza e peso.
Scendo giù nella hall per chiudere il conto e partire, ma inizio a sudar freddo ed una fiacca allucinante mi fa pensar bene di riprendere le chiavi della stanza e dedicar qualche ulteriore ora al mio riposo.
Così faccio e verso le 11:30 mi alzo in condizioni migliori seppur accompagnato sempre da nausea e corse in bagno. E’ però giunta l’ora di partire, così carico la Principessa e mi avvio verso la nuova meta, Jabalpur.
Il desiderio sarebbe stato quello di vedere le “Marble Rocks” e le sue cascate, anche se in questo periodo non sono nel massimo splendore per la carenza d’acqua. Ma oltre questo, arrivo a destinazione verso le 19:00, quindi con il buio e non mi rimane che riposare in un piccolo hotel trovato poco fuori città.
Giornata del 17 Febbraio 2012
Questa mattina, sveglia e partenza quasi sincronizzate, infatti in soli 10 minuti mi sono alzato, preparato e partito.
Lo stomaco e la nausea sembrano andar meglio, ma per star bene credo ci vorranno un paio di giorni almeno.
La strada inizia bene, con due belle corsie libere e ben asfaltate, ma dopo circa solo un’ora dalla mia partenza, tutto cambia, si passa infatti da un’ NH7 (National Highway N°7), ad una stessa (almeno di nome), che però è una mulattiera… e non per dire che sia rovinata, ma proprio perché in questo tipo di strade circolano animali da soma e sono prevalentemente costituite da terra battuta e rocce levigate e collegano la città con la campagna.
Subito la mia speranza è stata quella di credere che questo tratto di strada durasse qualche centinaio di metri o pochi km al massimo, ma purtroppo le mie speranze si sono dissolte dopo aver percorso i primi 20 di 270km di questo tratto così massacrante su un totale di 560km che avrei dovuto farne per raggiungere la meta del giorno.
Naturalmente insieme al massacrante cammino sulla strada descritta, non potevano mancare mezzi come macchine e soprattutto camion che mi hanno ricoperto letteralmente di polvere e terra.
Il paesaggio inoltre era all’altezza dell’evento, infatti a destra e sinistra, insieme alla povertà estrema della natura vie era anche quella ancor più viva delle persone residenti in queste zone, che con case spesso realizzate con fango e paglia, vivono come i primi coloni delle paludi italiane, con l’unica differenza che i coloni nostrani vivevano in tali condizioni tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900, mentre qui ci vivono ancora.
La cosa più scioccante però è stato vedere come tra tanta povertà, possa esserci spazio per un nuovo centro commerciale o un distributore con annessi bar, ristorante di tutto rispetto.
Questo contrasto è ciò che più colpisce dell’India, così come il suo indescrivibile traffico, smog e caos cittadino, che non ha eguali a mio parere se non forse alle città più grandi della Cina.
Dopo aver percorso quasi più della metà di star su un letto di polvere e dopo essermi fermato per mettere olio e far stringere bulloni oramai per le vibrazioni, vicini allo svitarsi completamente, finalmente una strada a singola corsia, ma decente per viaggiare, mi porta fino alla volta di Varanasi, la città Hindu per eccellenza e dove, devoti Induisti devono almeno una volta nella propria esistenza, venire a purificarsi nelle sacre (ma non troppo limpide) acque del Gange o Ganga.
Eccomi finalmente giunto a Varanasi quindi, nello stato del’ Uttar Pradesh, dopo una giornata massacrante, ma che darà (spero), i suoi piccoli e buoni frutti, visto che rimarrò qui un paio di giorni e riposandomi, potrò scattar qualche foto.


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