Da Guantanamo a leader del post-Gheddafi, il percorso di un qaedista ribelle

di Valerio Evangelista

“E’ ora di ricostruire la Libia”. Con queste parole Abdel Hakim Belhaj, capo delle forze ribelli che hanno conquistato Tripoli il 21 agosto 2011 (diventato perciò il comandante del Consiglio Militare della città), ha deciso di scendere in campo, ufficializzando le proprie dimissioni dall’incarico militare e abbracciare la vita politica con un futuro partito, Hizb al-Watan (Partito della Patria). Ma chi è quest’uomo?

AFGHANISTAN. Nato nel 1966 a Tripoli e laureato in ingegneria, Belhaj è un veterano della guerra Sovietico-afgana, in cui ha imbracciato le armi al fianco dei mujaheddin. Tornato in patria costituisce il Gruppo Combattente Islamico Libico, una forza paramilitare anti-Gheddafi che ha attentato tre vole, senza successo, alla vita del Raìs. Belhaj, in questo periodo attivo sotto il nome di Abu Abdullah al-Sadiq, nel 1998 decide di smantellare il gruppo libico, per tornare in Afghanistan sotto la guida dei talebani. Nel 2002, dopo la riconciliazione di Gheddafi con l’Occidente (e dopo gli attacchi alle Torri Gemelle), le autorità libiche hanno emesso un mandato di cattura nei confronti del combattente (tornato a operare col suo vero nome), in quanto a “stretto contatto” con al Qaeda e con il Mullah Omar, guida spirituale e politica dei talebani afgani. Avrebbe infatti finanziato e poi gestito dei campi di reclutamento e addestramento per mujaheddin a Jalalabad.

ARRESTO. Nel 2004 Belhadj, sulle cui tracce erano Cia e MI6, viene fermato insieme a sua moglie incinta al Kuala Lumpur International Airport, in Malasia, e trasferito immediatamente a Bangkok. In Thailandia è stato affidato alla custodia della Cia e poi trattenuto in una prigione segreta nell’aeroporto. Dopo una tappa nel carcere di Guantanamo, Belhadj viene messo in un N313P e, nell’ambito del programma di ‘Rendition’, rispedito in Libia. Detenuto nel carcere Abu Salim, a Tripoli, ha usufruito (insieme ad altri 170 islamisti libici) dell’amnistia voluta da Saif al-Islam Gheddafi, figlio del Raìs. Nel marzo 2011 il combattente elogia in un video il personale impegno di Saif, a cui segue la seguente dichiarazione del figlio di Gheddafi: “Gli uomini che sono stati liberati non sono più un pericolo per la società”.

A CAPO DEI RIBELLI DI TRIPOLI. Pochi mesi dopo lo scambio di elogi con Gheddafi jr. Belhadj abbraccia nuovamente le armi: è stato lui infatti il leader degli insurrezionalisti che hanno messo in atto l’Operazione Alba della Sirena (nome con cui i ribelli hanno denominato la Battaglia di Tripoli) con un massiccio aiuto dei bombardamenti delle forze Nato (principalmente carri armati e artiglieria).

L’OMBRA DEL QATAR. Il Consiglio Transitorio Nazionale teme, più che il passato di Belhaj, il suo presente: sembrerebbe infatti che l’ex combattente qaedista sia finanziato direttamente dal Qatar; alcuni membri del Consiglio hanno avanzato anche l’accusa di aiuti militari da parte dell’emirato mediorientale. Ma come reagisce Belhaj a queste accuse? Lui si definisce ”un normale cittadino che combatte per una causa comune”, ma è di sicuro tra i leader più amati della nuova Libia, la Libia che spera in una Costituzione con la Sharia come principale fonte di diritto. Con il suo passato da guerrigliero islamista (e con il suo presente di politica e impegno civile), sarà lui l’Uomo della Provvidenza che i libici sembrano aspettare?

 

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