La meravigliosa isola Kabung, tra raccolta di noce moscata e rituali ancestrali

Un paesaggio esotico e una ricca fauna marina. L’Isola Kabung ha un grande potenziale, con i suoi palmeti e le sue colline piene di chiodi di garofano e noce moscata; la saggezza della gente locale ha inoltre reso le attività tradizionali di pesca un forte richiamo per gli amanti della natura. PARTE TERZA (vedi qui la seconda parte)

 

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Oltre ai chiodi di garofano, un altro importante prodotto dell’isola Kabung è la noce moscata (Myristica fragrans). Anche in quest’ultimo anno, la popolazione di quest’isola è impegnata nel moltiplicare il numero di queste piante, la cui commercializzazione di materie prime è molto importante sin dall’epoca dei romani. Dato lo sviluppo economico, tutte le parti del frutto, come i semi, il guscio e la polpa, possono essere usati. Inoltre sopperisce ai chiodi di garofano, il cui raccolto può avvenire soltanto una volta all’anno, all’incirca da febbraio a giugno. La noce moscata al contrario è più costante, può essere raccolta ogni due settimane.

Anche in termini di trattamenti, la coltivazione della noce moscata è più semplice. Predilige i suoli ricoperti da altri arbusti, differentemente dalla pianta dei chiodi di garofano, per la quale è necessario che il terreno sia sempre libero. Inoltre non serve aspettare molto tempo, in 2-3 anni la pianta di noce moscata inizia a dare i suoi frutti.

I vantaggi di quest’albero sono molteplici. La parte interna può essere adoperata per preparare conserve e sciroppi. I semi di noce moscata sono generalmente usati come spezia in cucina, cosmetici, profumi, olii essenziali ed altro. Lo stesso vale per il guscio.

Per quanto riguarda il processo di raccolta, esso è molto simile a quello usato per i chiodi di garofano però, prima dell’essicazione, la noce moscata viene aperta per recuperare il seme ed il guscio. Poi viene immersa nell’acqua. L’obiettivo è quello di rimuovere la linfa, e togliere il guscio che racchiude il seme. Il passo finale è l’essicazione. I semi ed i gusci impiegano all’incirca 3-4 giorni di esposizione ai raggi solari. E per sapere se il seme è del tutto asciutto oppure no, l’indicatore è il suono emesso quando questo viene scosso.

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Dopo aver assistito alla raccolta ed alla lavorazione tradizionale dei chiodi di garofano e della noce moscata, il nostro viaggio continua sulla spiaggia il giorno successivo. Vi sono delle attività svolte dalla gente qui che si vedono raramente in giro, come il processo di realizzazione di una Bagan, che ben descrive la saggezza locale degli isolani. L’essere uniti è la loro forza. Ecco il procedimento di cui stiamo parlando.

Prima di iniziare il lavoro, gli uomini per prima cosa si ritrovano a casa di uno dei residenti che costruirà la Bagan, per discutere concitatamente sulla preparazione del legno che verrà utilizzato per realizzare i pali della Bagan. Quando il legname è stato scelto, si definiscono ulteriormente le coordinate in cui verrà costruita la piattaforma.

Ora è il momento di piantare i pali. Questa fase è seguita da quasi tutti i residenti, che partecipano per aiutare a trascinare il legno in acqua e trasportarlo sulle Sampan, o canoe, senza che il proprietario della Bagan debba chiedere nulla. Con un lungo urlo, issano i pali nel suolo marino. E quando la costruzione è terminata, allora legano i pali con una corda. Come segno di gratitudine, il padrone della Bagan invita tutti i residenti a mangiare insieme a casa sua.

Un’altra cosa interessante da non trascurare, ed elemento culturale della popolazione sull’isola Kabung, è il Rituale per la Sicurezza delle Imbarcazioni. Un rito per respingere la mala sorte o le intemperie che potrebbero abbattersi sul conducente della barca e sui passeggeri durante la navigazione sul mare.

Si tratta di una tradizione degli antenati di etnia Bugis, nata prima dell’era dell’impero Mahapahit, tramandata e rispettata ancora oggi dalla maggior parte della comunità dell’isola Kabung. Tuttavia questo Rituale per la Sicurezza delle Imbarcazioni è soltanto una piccola parte di una celebrazione tenuta dagli isolani ogni anno.

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“A proposito di ciò, io ho appena finito di realizzare una barca a motore, prima di utilizzarla dovrò fare questo rituale per la mia sicurezza, quella della barca e dei passeggeri,” spiega Andi Baharudin, leader del rituale.

In questo rito i valori della condivisione appaiono molto radicati. Sul luogo scelto per l’evento, le donne dell’isola si riuniscono per raccogliere i materiali che verranno utilizzato in seguito per la celebrazione. Preparano dei dolci tradizionali, tra gli altri i Ketupat Ketan ed i Kelepon, che sostengono essere una pietanza tradizionale dei re dell’etnia Bugis e non solo, poi ci intrattengono con il ritmo del tamburo di Andi Baharudin.

Ma il suono di questo strumento ha anche un altro scopo. I colpi emessi dal tamburo mirano ad evocare gli spiriti buoni dei loro antenati, che dominano ed aleggiano sul mare aperto per riunirsi nelle proprie case.

“Non è obbligatorio. Ma è molto bello il suono del tamburo, e rende tutto più dinamico. Perché in origine era così, attrazioni quali il tamburo e la Pencak Silat (un’arte marziale di origine indonesiana) davano inizio al rituale,” dichiara.

Quando è tutto pronto, allora il cibo viene posto su un vassoio ed avvolto in un panno. Alcune donne nominate da Andi portano il tutto sulla barca. Tutta la comunità, i leader, compresi i bambini, sono invitati a partecipare all’evento.

Ed ha poi inizio la lettura delle preghiere, guidata dal signor Ukas. Dopo aver pregato, la cerimonia continua mangiando tutti insieme. A questo punto Andi comincia il rituale spruzzando dell’acqua benedetta da Ukas su uno strumento per battere, che la comunità del luogo chiama ‘Pepas’. Si tratta di un fascio di foglie legate assieme, foglie di Nangka, Juang, Serai, Bali e Ribu.

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Il passo successivo è l’immersione del Pepas nel ‘Soko’, ovvero l’acqua mescolata con la farina di Ketan. Durante la lettura delle preghiere, Andi sbatte il Pepas su ogni angolo dell’imbarcazione.

“Lo facciamo per allontanare le maledizioni e gli spiriti malvagi, in modo che durante la navigazione abbiamo una benedizione,” spiega Andi. Così le varie fasi del rituale si concludono, ed una ad una, le persone di disperdono. Allo stesso modo anche noi dobbiamo purtroppo lasciare l’isola Kabung il giorno seguente.


Profilo dell'autore

Jemy Haryanto
Sono nato e vivo tutt'ora in Indonesia. Una nazione plurale, multiforme, con migliaia di isole, migliaia di tradizioni, di etnie, di lingue locali. Sono 11 anni che lavoro nel mondo del giornalismo, ho iniziato da un piccolo giornale locale, per poi diventare inviato televisivo per un'emittente nazionale. Ora, oltre a scrivere per Frontiere News, lavoro come giornalista full time per un rivista internazionale, e faccio anche il Freelance. Sono sposato con una donna italiana, che mi continua a dare l'energia per scrivere. Non sono un amante della politica, ma nei miei articoli cerco di trasmettere il mio amore per la natura, le tradizioni e le usanze dei popoli.

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