Verso la distruzione dell’identità dei cristiani palestinesi

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di Valerio Evangelista

DIVIDI ET IMPERA – Il Knesset ha recentemente approvato (con 31 voti favorevoli e 6 contrari) una legge che definisce i palestinesi di fede cristiana come “minoranza a sé stante”, e più precisamente come “non arabi”. In un’intervista al quotidiano israeliano Maariv, il promotore Yariv Levin (del Likud, stesso partito di Netanyahu) ha spiegato le motivazioni dietro la sua proposta: “È un passaggio storico e importante che porterà equilibrio nello Stato di Israele e ci connetterà ai cristiani; faccio attenzione a non chiamarli ‘arabi’, perché loro non sono arabi. La mia legislazione garantirà rappresentazione e trattamenti separati per i cristiani”.

“Noi e i cristiani abbiamo molto in comune”, ha dichiarato Levin. “Sono i nostri alleati naturali, un contrappeso ai musulmani che vogliono distruggere il nostro paese dall’interno. Dall’altro lato, c’è un messaggio chiaro qui: useremo il pugno di ferro e mostreremo tolleranza zero verso gli arabi che osano identificarsi con il terrore dello Stato palestinese”. Gli arabi rappresentano una minoranza comprendente 1,7 milioni di persone (circa il 20%) degli 8 milioni di israeliani; di questa minoranza i cristiani sono 120mila.

COSA NE PENSANO I CRISTIANI PALESTINESI – Hanan Ashrawi, docente e legislatrice palestinese di fede cristiana, ha condannato la legge definendola un “tentativo di trasformare l’occupazione in uno scontro religioso”, mettendo enfasi sul fatto che Israele sta sempre più adottando “una politica di classificazione dei cittadini sulla base delle religione o dell’etnia”, parte di un più grande sistema di apartheid.

Critiche anche da Hanin Zoabi, parlamentare araba del Knesset, che le sono costate – durante la discussione – un’espulsione dall’aula: “Se volete correggere le ingiustizie causate ai cristiani, riportateli nei villaggi di Iqrit e Bir’am”. Iqrit e Bir’am erano due villaggi cristiani la cui popolazione è stata deportata durante la Nakba. Nonostante ai residenti sia stato promesso il rispetto del diritto al ritorno, Israele ha finora stroncato ogni tentativo di ripopolazione dell’area.

Zoabi ha poi dichiarato alla stampa: “Le forze coloniali provano sempre a separare i vari gruppi di indigeni. Il primo esempio è il Sud Africa. Noi siamo gli indigeni qui e abbiamo una chiara identità, siamo palestinesi e siamo parte della Nazione araba”.


 

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CONSEGUENZE – Questa differenziazione non è solo formale: avrà conseguenze pratiche e aprirà la strada a situazioni inquietanti. Secondo quanto riporta Electronic Intifada gli arabi cristiani saranno – dopo alcuni provvedimenti che implementeranno la nuova legge – in grado di registrarsi nei documenti di identità se stessi semplicemente come “cristiani”, creando un’ufficiale discriminazione tra loro e i musulmani.

Ci sarà anche la possibilità per i cristiani di “essere a capo di aziende pubbliche, di ricevere una rappresentazione separata nelle cariche locali e di ricevere eque opportunità lavorative”, come dichiara lo stesso Yariv Levin. “Eque opportunità lavorative”. Sì, perché i palestinesi di cittadinanza israeliana affrontano numerose discriminazioni etniche e la legge razziale appena approvata – che si propone di rimuovere gli ostacoli selettivamente per gli arabi cristiani – ne è la pubblica ammissione.

LA DURA VITA DEI PALESTINESI CRISTIANI – Scrollandoci di dosso ogni retorica istituzionale noi ci siamo chiesti com’è stata finora la vita dei cristiani palestinesi. E non lo abbiamo chiesto solo a noi stessi, ma direttamente a loro (leggi QUI alcune storie che abbiamo raccolto). Negli ultimi anni sono diventati sempre più frequenti i casi di luoghi di culto cristiani devastati e profanati da coloni ed estremisti ebraici.

Dal monastero di Latrun (porte incendiate e scritte blasfeme) al Convento di San Francesco sul Monte Sion (in cui alcuni graffiti hanno definito Gesù un “figlio di puttana”), dalla Chiesa di Nostra Signora (in cui oltre alla scritta “Vendetta” sono stati disegnati anche simboli fallici) al monastero di Beit Gemal (colpito dalle molotov dei terroristi di matrice sionista), alle lapidi devastate da coloni nel cimitero cristiano di Gerusalemme. I casi riportati sono ovviamente soltanto alcuni dei tanti che hanno reso estremamente difficile la vita dei cristiani palestinesi.


 

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UN’IDENTITÀ FATTA DI RESISTENZA– L’approvazione dell’ennesima legge razziale targata Knesset ha avuto come base i deliri revisionisti secondo cui – dopo la comprovata inefficacia dello slogan “non esiste un’identità palestinese” – non esista un rapporto tra quest’identità e la millenaria presenza cristiana in Palestina. È interessante notare però che non solo questo rapporto esiste eccome, ma addirittura è stato l’humus culturale su cui sono germogliati i fiori della resistenza. Di seguito quattro esempi, ma la lista sarebbe davvero lunghissima.

George Habash

È stato un medico palestinese di fede cristiana, George Habash (conosciuto anche con l’appellativo “al-Hakim”, “il saggio”), a fondare il Movimento Nazionalista Arabo e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP, che lottava e continua a lottare per uno stato secolare, democratico e non-denominazionale che garantisca sicurezza e prosperità ad arabi ed ebrei).


 

 

 

Hanan Ashrawi

Hanan Ashrawi, nata a Nablus sotto l’occupazione del Mandato Britannico, è una politica palestinese di fede cristiana che ha ricoperto un’importante ruolo di leadership nella Prima Intifada – e suo padre, cristiano palestinese, è stato tra i fondatori dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).


 

 

 

 

Kamal Nasser

Kamal Nasser, giornalista, scrittore, poeta e politico palestinese di fede cristiana assassinato dalle forze israeliane a Beirut nel 1973.


 

 

 

 

 

Daud Turki

Daud Turki, membro fondatore del Partito Comunista Palestinese e poeta di spessore, conosciuto anche con il soprannome “Abu Aida”, padre del ritorno.