Il cielo di Palestina La questione palestinese in un'opera corale che rimanda al teatro di Brecht

Annamaria Bianco

Annamaria Bianco

Giornalista pubblicista dal 2012 e dallo stesso anno vagabonda fra Europa, Medio Oriente e Nord Africa. Traduttrice, anche. Il cuore come il porto della sua Napoli, scrive per lo più di interculturalità e mondo arabo-islamico.
Annamaria Bianco

Una denuncia a cielo aperto. Ecco cos’è “Il cielo di Palestina”, lo spettacolo realizzato con la geniale regia di Carlo Cerciello, responsabile del progetto di adattamento teatrale dell’antologia La terra più amata, voci della letteratura palestinese (manifestolibri, 2002), e andato in scena dal 7 gennaio al 7 febbraio 2016 al teatro Elicantropo, nel cuore del centro storico di Napoli.

La lezione di Bertolt Brecht e del suo teatro di protesta viene rielaborata all’interno di una sorta di “scatola cinese”: prima che tutto abbia inizio, lo spettatore viene immerso nel crudo dramma della questione palestinese attraverso un documentario sull’uccisione di Rachel Corrie, la giovane cooperante americana dell’International Solidarity Movement travolta da una ruspa israeliana mentre cercava di far scudo col suo corpo ad un edificio che stava per essere demolito.

Poi, viene invitato a spostarsi dalla stretta anticamera  della proiezione alla sala vera e propria, dove si ritrova ad assistere ad una tragicomica intervista sostenuta da dei membri dell’Esercito di difesa israeliano (IDF), dalla quale emergono subito tutte le contraddizioni della retorica sionista nonché le violazioni del diritto internazionale perpetrate a danno dei bambini palestinesi: per il governo israeliano, infatti, bambino è solo chi è al di sotto dei 12 anni; tutti gli altri possono ricevere un colpo alla testa ben assestato, senza fremiti di coscienza.

Ben presto, il fumo avvolge ogni cosa, rendendo difficile respirare e ingenerando una sensazione di claustrofobia ed angoscia fra chi sta seduto sugli spalti. Impossibile tenere a freno l’empatia coi personaggi, mentre la voce narrante di Omar Suleiman, alterego di Raffaele Imparato, un professore palestinese arrestato per la sua affiliazione al partito comunista, racconta la storia dei soprusi subiti dai prigionieri politici, le vite delle famiglie distrutte dall’esilio e delle case rase al suolo in una terra che santa ormai non è più; una terra dove si invoca con rabbia un dio che rimane muto, sordo e cieco.

Gli attori in scena sono tantissimi ed i monologhi si intrecciano a scene corali dall’impatto emotivo devastante per la loro efficacia. A Paolo Aguzzi, Gian Marco Ancona, Luciano Dell’Aglio, Fabio Faliero, Vincenzo Liguori, Fiore Tinessa si uniscono gli allievi del Laboratorio Teatrale Permanente: Veronica Bottigliero, Claudia Cimmino, Paola Cipriano, Antonio Coppola, Dario De Simone, Livia Esposito, Gaetano Franzese,  Matteo Giardiello, Annalisa Iovinella, Ianua Coeli Linhart, Giovanni Meola, Monica Pesapane, Carolina Rapillo, Roberta Ruggiero, Sara Savastano, Claudia Sorgiacomo e Agata Spina. Tutti loro, assieme a Imma Villa, hanno contribuito per un intero mese, ogni fine settimana, a rendere omaggio a un popolo che “non conta niente” sullo scacchiere economico mondiale, e che, pur tuttavia, continua l’impari lotta per sopravvivere a chi l’ha privato di tutto, eccetto la dignità, recitando in un’opera visionaria, in cui registri e scenari diversi si sovrappongono continuamente seguendo il ritmo di un poema post-moderno.

“Oh notte, quanto sei lunga

Mi hai fatto camminare a piedi nudi

Equilibrio, quanto pesante sei

Mi hai stancato le spalle (non resisto più)

Il mio cuore è stanco per te

Oh madre,  i capelli neri sono diventati grigi

Oh madre, quei pochi capelli biondi rimasti sono andati via

Oh madre,  non pensare che se l’asilo si è prolungato ti abbiamo dimenticato

Oh madre,  più si prolungherà l’esilio più ti ricorderemo

Oh tu che guidi il cammello, cugino mio

Porta i miei saluti a mio padre e a mia madre

Saluti dalla mia mente, saluti dalla mia bocca

Saluti alla mia dolce sorella, che è molto lontana da me….”

(Ya leil ma atwalak, O notte quanto sei lunga, canzone di Rim Banna) 

Uno spettacolo surreale, eppure tragicamente vero. Unico nel suo genere, rappresenta una delle produzioni teatrali sulla Palestina più riuscite degli ultimi anni: la sala piena ogni sera lo ha testimoniato.

Prossimi appuntamenti 13 e 14 febbraio al Teatro 99Posti di Mercogliano (NA).