Khaled Khalifa: “Resto in Siria, la scrittura non ha bisogno di un luogo comodo” Abbiamo incontrato il prolifico autore siriano contemporaneo (Elogio dell'odio), voce viva della rivoluzione siriana, in occasione della tappa milanese del suo tour italiano. Ci ha spiegato perché ha deciso di rimanere in Siria nonostante la guerra e la violenza perpetrata su di lui dal regime di Assad.

di Sana Darghmouni

Si può senza dubbio affermare che Khaled Khalifa è un testimone unico, data la difficoltà di trovare un interlocutore dall’interno siriano. La sua sfida come scrittore è quella di raccontare il dolore, ma la sua tecnica è quella di scrivere il dolore staccandosene. L’incontro milanese si è svolto con domande e risposte, e riporto qua sia le domande che lo scrittore ha ricevuto sia le sue risposte.

Qual è il ruolo di uno scrittore siriano oggi in Siria alla luce degli eventi che il paese sta attraversando?

Innanzitutto stare in Siria per me è stata una scelta; ho avuto parecchie occasioni per lasciare il paese, ma non l’ho fatto. In realtà il problema di lasciare il paese si poneva già prima, quando ero ancora all’università. Posso affermare che la cosa di cui non mi pento è quella di non aver lasciato la Siria. Possiedo solo la scrittura, e amo questo passaporto oggi umiliato. Dopo le ultime tragedie, sento ancora il mio legame forte con la Siria. La scrittura non ha bisogno di un luogo comodo; voglio vivere e morire in Siria.

Gli arabi sono “adatti” alla democrazia? Quello che sta accadendo oggi in Siria è una rivoluzione?

Sin dagli inizi della Primavera araba c’erano tante domande che si ponevano; una delle più importanti era: cosa avrebbe pensato l’Europa di questo? C’erano accese discussioni all’interno del mondo arabo. Io personalmente ho lavorato per tutte le rivoluzioni arabe. Ho sempre sentito dire che non è possibile mischiare Islam e democrazia, arabi e democrazia, come se gli arabi fossero fuori dalla storia. Ma questo non è vero! Gli arabi, come tutti, hanno diritto di discutere e far sentire le loro voci.

La rivoluzione siriana è il cuore delle rivoluzioni arabe. Il popolo siriano non avrebbe accettato 50 anni di umiliazione. Il mondo si pentirà per aver lasciato i siriani soli per cinque anni. Ci sono già segnali che questa rivoluzione siriana ha messo in crisi gli stessi valori europei.

Daesh è stata creata per distruggere la rivoluzione siriana, come lo era Al Qaeda. Oggi l’attenzione si è spostata sull’Isis ma una volta era su Al Qaeda; sono le stesse dinamiche che si riproducono. Bisogna chiedersi dunque: chi ha fondato l’isis? Chi lo finanzia? Chi lo sostiene? E soprattutto chi sono?

C’è un legame tra il fondamentalismo e il regime siriano? È il regime che ha creato quindi il fondamentalismo distruggendo i legami comunitari?

Negli anni ’50, dopo l’indipendenza dai francesi, la Siria ha avuto un’esperienza democratica. I cristiani costituivano il 20% della sua popolazione. L’ambizione era quella di costruire una società laica, quindi è impossibile per la Siria produrre il fondamentalismo. Io ad esempio mi sento più vicino ad un siriano cristiano che ad un saudita.

Quindi chi sono oggi i siriani? E qual è la loro identità?

La domanda più importante nella Primavera Araba è appunto quella sull’identità. Il regime sceglieva l’identità stessa dei siriani; ciò che ha fatto il partito ba’th ha distrutto la Siria e provocherà danni di cui gli effetti dureranno per altri 500 anni.

Oggigiorno ogni siriano sceglie la sua identità, quindi conoscere se stessi è il primo passo. Questa identità può convivere e discutere con altre, ma non può essere scelta da altri. La cosa più importante scaturita da questa rivoluzione è l’identità.

Oggi si guarda ai siriani come a delle sette, ma questo è un errore. Queste divisioni di oggi sono temporanee. I siriani non hanno combattuto per creare uno stato teocratico, la Siria vuol rimanere quella che è.

Dopo la questione identità si intravede forse il pericolo di un secondo Sykes-Picot?

Nessuno ha il potere di decisione oggi, né il regime né l’opposizione. La divisione della Siria non è un progetto che si può imporre. La divisione della Siria significherebbe dividere tutta l’area vicina.

Come riescono i siriani a discutere e parlare, oggi, tra di loro?

I siriani hanno trovato piccoli modi semplici per esprimere le loro speranze; guardano ad esempio il muro di Berlino e dicono che costruiranno il loro paese. Io credo nei siriani e vivo da 5 anni quotidianamente in mezzo a loro e ho veramente fiducia nella loro determinazione. Aleppo ha visto 4 terremoti ed è sempre risorta. Non ci permettiamo il lusso di perdere la speranza!


Khaled Khalifa nasce in Siria nel 1964. Il suo primo romanzo, The Guardian of Deception (1993), ha ricevuto gli elogi della critica internazionale. Il suo terzo romanzo, Elogio dell’odio ha conquistato nel 2006 l’attenzione della stampa mondiale: tradotto in 8 lingue, è stato candidato al Premio Internazionale per la Narrativa in arabo, e al Premio per la Narrativa straniera indipendente. Il quarto romanzo di Khalifa, No Knives in the City’s Kitchens (2013), gli è valso la Medaglia Naguib Mahfouz per la Letteratura, ed è stato successivamente tradotto in francese, olandese e inglese. Il suo ultimo romanzo, Death Is Hard Labor, è stato pubblicato nel 2015. Khalifa ha scritto inoltre diversi sceneggiati televisivi, compresi Memoirs of Al-Jalali e il premiato Relative Calm.