Una guida alla Turchia di oggi Dal referendum del 2010 alle rivolte di piazza Taksim, passando per la guerra al Pkk, il nuovo terrorismo di matrice islamica, le limitazioni alle libertà d'espressione e il dissenso interno ed esterno alle politiche dell'AKP di Erdogan. Nel suo ultimo libro, Murat Cinar racconta gli ultimi e incredibili sei anni della Turchia

di Valeria Ferraro*

Elezioni, proteste, attentati e rifugiati. Negli ultimi due anni, questi temi hanno catalizzato l’attenzione dei media sulla Turchia, costantemente sulle pagine di cronaca per gli eventi che riguardano la situazione politica interna, le difficili relazioni con gli Stati vicini e, più recentemente, il ruolo chiave del Paese nell’accordo sull’accoglienza dei rifugiati siriani e il rilancio dei negoziati per l’ingresso in Europa.

Il giornalista Murat Çinar, classe ’81, arrivato in Italia per studiare cinema e fotografia dopo aver già intrapreso studi di economia a Istanbul, spiega nella sua guida i cambiamenti politici e sociali degli ultimi anni, descrivendo al lettore alcuni eventi, dal 2010, in modo da cogliere le ragioni di scelte politiche ed economiche, spiegando anche il ruolo dei principali attori socio-politici.

Il suo è un racconto dinamico, una cronaca arricchita di approfondimenti che, ogni tanto, si affaccia sul passato del Paese, spesso attraverso ricordi e testimonianze personali, introducendo così delle questioni non ancora superate né elaborate. Le stesse questioni che tutt’oggi continuano ad avere riflessi sulla politica e la società turca contemporanea.

Sono tanti i temi toccati nel libro ed è possibile suddividerli, a grandi linee, in temi quali il dissenso sociale, l’evoluzione dei partiti politici, i lati “oscuri” della politica, il dibattito sulla libertà di stampa, sulla questione armena e, infine, sulla questione curda che, a intrecciandosi alle vicende della guerra in Siria, richiede un’analisi degli altri attori dello scacchiere geopolitico mediorientale.

Il testo di Çinar si apre con un’analisi sui risultati del referendum del 12 settembre 2010 che, a distanza di 30 anni esatti, mirava a una riforma della Costituzione elaborata dopo il colpo di Stato del 1980. I cambiamenti proposti prevedevano una riduzione del ruolo del potere militare, con l’abolizione dell’articolo 15 sul divieto di processi nei confronti dei militari coinvolti nel Colpo di Stato, e altre riforme in merito all’indipendenza del potere giudiziario dalle azioni amministrative. L’approvazione del referendum, nel 2010, è stata interpretata come una volontà di cambiamento rispetto al regime militare e come una conferma del potere del partito al governo, il Partito Giustizia e Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP), nonostante già c’era chi esprimeva dubbi su una possibile svolta politica conservatrice.

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Uno dei temi centrali del libro è il dissenso alle politiche del partito in carica, emerso già nel 2010 ma sfociato nelle proteste dell’estate del 2013. Come riportato dai media internazionali e da diversi studi sulla Turchia contemporanea, le proteste nate come reazione al progetto di costruire poi una moschea e un centro commerciale nel parco di Gezi, a Istanbul, dove sorge il centro culturale di Atatürk, sono diventate il punto di partenza manifestazioni contro il governo, organizzate da diversi gruppi sociali.

Nel raccontare i giorni di Gezi, Çinar offre una spiegazione delle motivazioni del malessere espresso da diversi gruppi per la distruzione delle “libertà personali e degli spazi fisici” (p.94). La sua narrazione è arricchita da storie come “sposarsi a Gezi” (p. 114), che mostrano il coinvolgimento e i legami personali creatisi in quei giorni. In aggiunta, nel testo sono contenuti anche importanti eventi post- Gezi, come le proteste per la morte dei “martiri di Gezi”, i ragazzi colpiti durante gli scontri e le reazioni delle famiglie, soprattutto, davanti a processi farsa che non hanno portato all’individuazione dei colpevoli o hanno visto pene ridotte per i poliziotti coinvolti. Come dimostrano le parole della lettera della famiglia di Berkin Elvan, il quindicenne colpito nel quartiere di Okmeydanı, il dolore per quelle morti non si arresta e le date dei compleanni diventano occasione per ricordare che “i bambini morti non crescono”(p. 196).

Il racconto degli eventi di Gezi è tra le parti più suggestive del testo di Çinar ma altrettanto importante è la puntuale descrizione de nuovi attori politici, emersi come possibile alternativa agli storici partici politici. Il nuovo attore politico apparso nel corso delle elezioni avvenute tra il 2014-2015 è, principalmente, il Partito Democratico dei Popoli (Haklarin Demokratik Pa rtisi– HDP), nato dal Partito della Pace e della Democrazia (Barış ve Demokrasi Partisi – BDP), un partito a maggioranza curda, presente soprattutto nel sud-est del Paese (p. 142).

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E’ stato proprio il leader dell’HDP, l’avvocato Selahattin Demirtaş, già impegnato nell’Associazione per i Diritti Umani (IHD) con sede di Diyarbakir, ad emergere nell’estate del 2014 come candidato alle elezioni per il nuovo presidente della repubblica, le prime ad elezione diretta, dopo il referendum del 2007.

L’HDP di Demirtaş, che si è imposto anche come uno dei principali attori politici delle ultime elezioni parlamentari, conta oltre al carismatico leader altri personaggi popolari come Sırrı Süreyya Önder, giornalista e cineasta turco, diventato famoso per aver osteggiato lo sradicamento degli alberi nel Parco Gezi a Taksim (p.142), o Ebru Kırancı, consigliera transgender del comune di Zonguldak, città sulla costa del Mar Nero, e fondatrice della prima casa-rifugio per le persone transessuali a Istanbul (p.144). L’adesione della Kırancı all’HDP dimostra la popolarità del partito presso movimenti marginali, dell’ambiente, della cultura artistica, e presso le associazioni LGBT (Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender), conquistandosi il titolo di “partito delle minoranze”.

In aggiunta agli attori politici, Çinar descrive anche altri attori sociali attivi nei giorni di Gezi, come i Giovani Musulmani Anticapitalisti e i Musulmani Rivoluzionari, che si pongono contro il capitalismo e i dettami della Direzione degli Affari Religiosi, con azioni che combinano proteste e dichiarazioni di fede.

Nel testo sono affrontati anche temi più complessi, quelli legati ai lati oscuri della politica, agli scandali, reali o presunti, in cui sono stati coinvolti diversi esponenti del governo. Scandali che sono rimbalzati sulla cronaca nel dicembre 2013, quando una maxi operazioni anti-corruzione ha portato ad arresti “eccellenti”, figli di ministri. Le operazioni di dicembre 2013 sono state una conseguenza della crisi tra l’AKP e uno dei suoi più forti sostenitori, il movimento del predicatore spirituale Fetullah Gülen che, negli anni, ha costruito un vero e proprio impero mediatico e conta diversi seguaci nei corpi della polizia e della magistratura ed è accusato di essere a capo di un’organizzazione terroristica. Come effetto dello scandalo, diversi ufficiali e magistrati sono stati rimossi mentre il Ministro dell’Economia, Mehmet Zafer Çağlayan, ha rassegnato le dimissioni, giustificando il suo atto come reazione ad un presunto colpo tentato ai danni del governo. Per altri, invece, il complotto gülenista è stato un espediente per distogliere l’attenzione dalle accuse nei confronti del governo. Sui processi in merito è stato imposto il silenzio stampa ma, dopo il consolidamento del potere AKP nelle amministrative e presidenziali del 2014, sono seguite nuove retate e arresti presso le sedi dei media collegati al movimento di Gülen.

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*La recensione completa può essere letto sul terzo ed ultimo numero de La macchina sognante, una rivista di scritture dal mondo. Ogni settimana Frontiere News pubblica un saggio selezionato dalla redazione de La macchina sognante. La foto in copertina è di Dan Giannopoulos.