Boicottare, disinvestire, sanzionare. Per il bene di palestinesi e israeliani Intervista a Michel Warschawsky, fondatore dell’Alternative Information Center

di Gabriel Mileti, Gerusalemme

Dal 1948 ad oggi, il conflitto israeliano-palestinese ha vissuto varie fasi e visto tanti volti, soprattutto nei tentativi di dialogo. Ciò che molti tendono -più o meno volutamente – a dimenticare è la collaborazione tra attivisti politici delle due fazioni, che hanno più volte sfidato l’apparato repressivo israeliano, talvolta sperimentando sulla propria pelle le rigide misure punitive del governo sionista che ha colpito giornalisti, intellettuali e dissidenti politici e religiosi.

Tra questi Michel Warschawsky, attivista e fondatore dell’Alternative Information Center; una vita, la sua, piena di sacrifici e ideali di giustizia e libertà che l’hanno spesso visto coinvolto in rappresaglie legali, detenzioni, espulsioni. Ma anche solidarietà internazionale, non solo per la sua esposizione in prima linea per la causa Palestinese (in molti dei raid nella sua dimora, i soldati israeliani hanno trovato materiale informativo del partito marxista palestinese F.P.L.P.) , ma anche per la sua forte indole antimilitarista (per aver disertato la guerra in Libano fu condannato da un tribunale militare, esperienza raccontata nel suo celebre libro “Sul Baratro”). Personaggio molto ammirato negli ambienti accademici e diplomatici francesi, come dimostra la collaborazione con personaggi del calibro di Stephane Hessel, il celebre autore del libro “Indignez-vous” e “padre” del movimento europeo degli indignados.

Lo abbiamo incontrato a Gerusalemme, presso la sede dell’AIC, dove accogliendoci calorosamente, ci ha rilasciato quest’intervista circa quella che lui ha ribattezzato “la colonizzazione dell’espulsione”.

L’Alternative Information Center, sito nella Gerusalemme Ovest, è un centro studi e una testata giornalistica ben nota in tutto il mondo occidentale, ed è probabilmente per questo che lo si immagina come uno stabile immenso, pieno di redattori e stagisti chini sui monitor. Invece, la sede dell’AIC è un piccolo monolocale e la targa che ne indica l’ingresso, che stona con le immense insegne dorate dei giuristi, è quasi illegibile: un quadro rosso con contorno bianco e tre semplici lettere, AIC.

Qual è la missione dell’Alternative Information Center?

Per noi l’informazione non è un agenzia stampa o una casa editrice; l’informazione è semplicemente uno strumento. Il nostro obiettivo è facilitare la nascita di una piccola breccia nel muro che separa non solo due popoli ma due società: il Movimento nazionale palestinese da un lato e il movimento sociale e politico israeliano dall’altro. Per far sì che questa prospettiva di dialogo sia possibile c’è ovviamente bisogno di informare, entrambe le parti, su cosa sta accadendo al di là del muro.

Durante la guerra degli anni ottanta [l’invasione del Libano da parte israeliana nel 1982, ndt] per la prima volta nella storia d’Israele c’è stato un enorme movimento antimilitaristico e contro la guerra. I nostri amici palestinesi non capivano chi eravamo, da dove venivamo, perché lo facevamo; per noi l’informazione era uno strumento per combattere, soprattutto in Israele, la filosofia della separazione, poiché all’epoca, anche nella sinistra, ogni attività e intervento di pace era in realtà finalizzato alla separazione.

La separazione è come il divorzio, a volte la vita matrimoniale è impossibile, ci si fa guerra a vicenda, i bambini soffrono, ci si separa; ma il divorzio non è un valore in sé. Il nostro valore contrario è vivere, pensare e cambiare insieme; avere uno o due Stati è secondario, prima dobbiamo capire che c’è bisogno di molta cooperazione: per un futuro migliore serve la cooperazione tra i popoli e ancora di più tra gli attivisti se sostengono la stessa causa.

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In Europa c’è chi afferma che la convivenza tra palestinesi e israeliani o tra arabi ed ebrei sia impossibile.

Spesso dico: si provi a immaginare un paese come la Francia senza polacchi, ebrei, arabi, italiani e spagnoli che vivono lì, solo francesi “puri”(qualora esistano); sarebbe il Paese più noioso sulla faccia della terra. La ricchezza di uno Stato o di un gruppo, è una mescolanza di esperienze culturali. Altrimenti tale realtà sarà condannata alla decadenza. Pertanto non solo la convivenza è possibile, ma tutta la storia dell’umanità è stata creata da uno scambio e un’amalgama di culture e identità: una società chiusa muore.

Il conflitto tra israeliani e palestinesi non è uno scontro culturale ma coloniale. È profondamente politico, nascendo da un’impresa coloniale che comparve qui 120 anni fa per creare un’entità europea nei mari del mondo arabo e sottosviluppato; è stato sin dall’inizio un problema coloniale. Colonialismo significa andare e prendere, come testimonia lo slogan sionista israeliano “una terra senza popolo per un popolo senza terra”; ma non esistono terre senza popoli. In ogni colonialismo si arriva in un paese che appartiene a qualcuno e non perché Dio gliel’abbia assegnato, ma perché si è lì.

Il sionismo (per questo è anche peggio di ogni altro colonialismo) non visse sulle spalle di una popolazione o ne sfruttò le risorse e la manodopera, ma la sostituì; non un genocidio come in Australia o in America, ma neanche di esportazione come in Africa; è un colonialismo di espulsione: cacciare via gli autoctoni per creare uno stato con gli ebrei e per soli ebrei.

Hai detto che non si tratta di un conflitto culturale ma politico: da un lato c’è Israele, con una struttura politico-istituzioni, partiti e attivismi; cosa c’è dall’altra parte?

La questione palestinese è prima di tutto il problema dei rifugiati, della maggioranza delle persone che è stata espulsa dalla propria terra e che dovrebbe tornare. Questo è un problema reale, non ci sono solo i territori occupati. La seconda dimensione del colonialismo sionista è quella dell’occupazione militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che sono abitate da un altro popolo che non vuole Israele e per questa ragione resiste, a volte aggressivamente altre meno. Questo ha prodotto repressione militare permanente, anche se in alcuni momenti appare meno dura. Poi esiste la minoranza palestinese all’interno di Israele che pur accettando la cittadinanza israeliana rifiuta di essere discriminata e i cui membri vogliono essere trattati come cittadini uguali e liberi. Ci sono violazioni dei diritti umani basilari e repressione su tutti i fronti.

Non si tratta solo di occupazione militare: è un’occupazione coloniale finalizzata ad “essere Israele” con un progetto di lungo respiro che mira a estendere i propri confini territoriali non attraverso un dibattito parlamentare ma fattualmente. Riproponendo ogni volta ciò che fu fatto all’interno e all’esterno di Israele prima della sua creazione. Si tratta ogni volta di una nuova faccia dell’occupazione della terra, non più spingendo i palestinesi oltre confine, visto che la comunità internazionale non lo consentirebbe, ma schiavizzandoli di fatto e avendo circa il 50% dei territori come potenziale terreno d’espansione.

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Quando, durante un seminario in Italia, ti è stato chiesto come si può essere di supporto alla causa, tu hai risposto: “Solo tre lettere: B D S”. Pensi ancora lo stesso?

Sì, questo è quello che ritengo vada fatto. La S (sanzioni) è sicuramente la più importante e la più difficile. “S” significa sanzionare Israele, bloccarlo economicamente, politicamente e diplomaticamente, ma questa prospettiva è ancora lontana. Specialmente perché Israele è ancora troppo utile agli USA e alla UE e perché Israele sfrutta i disordini mediorientali (succede ciclicamente, direi ogni dieci anni) per affermare che rappresenta l’unica garanzia di preservare il mondo occidentale civile e democratico dai “barbari” arabi. Quindi le sanzioni dovrebbero essere la nostra strategia. B (boicottaggio) e D (disinvestimenti) per me sono le strade per ottenere, un giorno, le sanzioni. Per avere attività civili, movimenti della società civile e per fare pressione sulle banche e sulle industrie affinché non investano più in Israele. Sicuramente, il boicottaggio dei prodotti Made in Israel, che al contrario di ciò che si pensa non distrugge l’economia israeliana, è necessario affinché Israele sia considerato a livello internazionale, ma soprattutto all’interno dei suoi confini, uno stato fuorilegge, che non rispetta alcun vincolo legale neanche quelli che esso stesso ratifica. Questo è il messaggio ed è oggi veramente difficile e mal visto nella società israeliana.

Quando Benyamin Netanyahu ha detto alle Nazioni Unite che “il BDS non ha alcun impatto su Israele” ha speso dieci minuti per spiegarne il perché. Per questo crediamo che sia necessario, ma abbiamo bisogno di lungimiranza, non è qualcosa che si fa dall’oggi al domani; dobbiamo muoverci passo dopo passo in maniera organizzata. Il boicottaggio accademico è un’ottima cosa perché è molto sentito in Israele, un boicottaggio culturale che può avere una ricaduta concreta sul piano morale nella società Israeliana in maniera relativamente veloce.

Qual è la tua prospettiva politica riguardo il processo di pace tra i due stati?

Non c’è assolutamente un processo di pace. Non c’è alcuna intenzione da parte di Israele di fare qualsiasi cosa che implichi la fine dell’occupazione. Anche se è molto comune nella diplomazia internazionale parlare di processo di pace, sono tutte sciocchezze. L’unica cosa buona che posso rilevare dell’attuale governo è la trasparenza: non è come con Shimon Peres, che mentiva dicendo: “Noi vogliamo la pace, noi lotteremo per i diritti dei due popoli”. Adesso dicono: “No, noi non la vogliamo e non ne parleremo affatto”. Pertanto senza avere una reale intenzione di pace nell’agenda, parlare di “soluzione” mi fa arrabbiare. Chi lo sa? Durante la guerra d’indipendenza dell’Algeria ci fu un grande dibattito in Francia su quale sarebbe dovuto essere il futuro della colonia nordafricana. Indipendenza o departmentalization? Quando cambiarono i rapporti di forza e gli algerini convinsero i francesi che la guerra sarebbe dovuta finire, rimase una sola voce nell’agenda: indipendenza! Non ci fu più alcun dibattito, era chiaro ormai. Per questa ragione parlare oggi di soluzione è senza senso, dovrei parlare di sogni, immaginazione. Una soluzione positiva dovrebbe basarsi sull’uguaglianza tra i due Stati, tra le due società. Mi piacerebbe una soluzione basata sulla cooperazione e non sulla totale separazione. Confini forse, ma aperti quanto più possibile, fino a che non siano più di alcuna rilevanza. Sarà un processo e allora capiremo se ci sarà la necessità di una frontiera separatrice o meno.

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Siamo in un bar della zona più commerciale di Jaffa Street parlando di cose molto scomode. Non hai paura?

Direi una bugia se dicessi che non sono preoccupato, mi guardo sempre intorno. Gli israeliani hanno creato un nuovo tipo di insicurezza, quella individuale, e io sono come tutti gli altri; quindi ovviamente ho paura, per me, per i miei figli e i miei nipoti. Questa è l’atmosfera che si respira nella società israeliana, piena di razzismo e di odio istigato dagli apparati filo-governativi: ogni giorno Netanyahu e altri creano con i loro discorsi questa nuova fascistizzazione. Ed è così anche nei discorsi per strada. Quindi nessuna parvenza di democrazia. Israele si vanta di essere uno stato di “democrazia ebraica” ma noi abbiamo sempre sfidato questa definizione poiché è una contraddizione. C’è un tentativo di darsi un’immagine democratica non tanto per l’esterno ma per se stessi, per guardarsi allo specchio e dire “sono un bravo ragazzo, non sono razzista, non sono colonialista”. Oggi in realtà non ci si guarda neanche più allo specchio, non interessa: “Sono un fascista colonialista? Perfetto non ci trovo alcun problema”. Questa atmosfera la respiriamo ogni minuto e ciò è terribile per me e per i figli poiché so che stanno crescendo in questa aria che puzza.

Vuoi lasciare un ultimo messaggio a chi ci legge?

Si, ancora una volta B!D!S!, boicottaggio disinvestimento e sanzioni. Israele, così come ogni stato, è come un bambino che quando fa delle cattive azioni, ha bisogno di essere punito per il suo stesso bene altrimenti finirà per uccidersi.Quindi se l’Europa vuole realmente essere amica degli israeliani deve punire lo Stato d’Israele e dire: “Ciò che stai facendo non è giusto”. Questa è la via.


Intervista raccolta il 19 aprile 2016 presso l’Alternative Information Center di Gerusalemme