Scacco matto ai curdi Dal successo elettorale all'arresto dei parlamentari in appena un anno: ecco come Erdoğan è riuscito a 'disinnescare' l'energia riformatrice dell'HDP

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di Valeria Ferraro e Joshua Evangelista

Bloccare tutte le proprie attività all’interno del parlamento turco. Alla fine l’HDP (Halkların Demokratik Partisi) ha dato a Erdoğan l’unica risposta possibile, dopo che dodici dei suoi deputati, tra cui i due co-presidenti, sono stati arrestati. Questo significa che la terza forza del parlamento, con 59 seggi occupati, non parteciperà ai lavori plenari e delle singole commissioni.

“Il gruppo parlamentare e l’esecutivo del partito hanno preso la decisione di interrompere il nostro lavoro negli organi legislativi, di fronte a questo grave attacco globale”, si legge in un comunicato del partito. Non sederanno nelle comode poltroncine del meclis di Ankara, bensì andranno di “casa in casa, di villaggio in villaggio, di distretto in distretto” per incontrare il popolo.

È l’ultimo capitolo di una lunga campagna condotta con successo per mortificare gli sforzi del Partito Democratico dei Popoli e la speranza di egualitarismo e democrazia partecipata promossa nel giugno 2015 da oltre sei milioni di cittadini votanti.

L’ordine di detenzione dei due co-leader Selahattin Demirtaş and Figen Yüksekdağ e di altri dieci deputati giunge al termine di un anno molto turbolento. Dopo le elezioni parlamentari del1 novembre 2015, che hanno visto l’affermazione dell’AKP e, allo stesso tempo, l’assegnazione di 59 seggi –sui 550 totali- ai rappresentati dell’HDP, si sono susseguiti attentati, la crisi siriana si è acuita e, infine, un tentato colpo di Stato ha comportato l’applicazione dello Stato di Emergenza (OHAL).

In questo periodo, il governo turco ha dichiarato guerra al terrorismo, di qualsiasi forma. Ciò ha portato, lo scorso 20 maggio, alla sospensione dell’immunità parlamentare per i membri del partito di Demirtaş, accusati di collusione con il PKK (formalmente riconosciuto come organizzazione terroristica da Turchia, Europa e Stati Uniti).

Con l’arresto di 7 deputati fermati e la detenzione nel carcere di massima sicurezza di Edirne, per Demirtaş, e Kocaeli, per Yüksekdağ, sembra compromessa la partecipazione politica del partito che, con la vincita delle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015, aveva portato analisti e giornalisti internazionali ad ipotizzare un cambiamento radicale nella classe politica turca, dominata negli ultimi anni dal governo dell’AKP, scoprendo in Demirtaş una figura carismatica, pronta ad osteggiare l’introduzione del presidenzialismo, voluto da Erdoğan .

L’arresto dei membri dell’HDP, a pochi giorni da quello dei giornalisti del giornale Cumhuriyet, il giornale “dissidente” guidato da Can Dündar, poi riparatosi in Germania, avviene nel clima dello stato di Emergenza (OHAL), applicato a seguito del colpo di Stato dello scorso 15 luglio, attribuito all’organizzazione del predicatore islamico Fetullah Gülen, in conseguenza del quale migliaia di persone –giudici, militari, poliziotti, ufficiali civili- sono state sospese dai propri incarichi. Nella generale lotta al terrorismo sono stati accusati anche diversi membri del partito di opposizione pro-curdo, inclusi i due co-sindaci di Diyarbakır arrestati alla fine di ottobre.

Nel corso della notte tra giovedì 3 e venerdì 4 novembre, la polizia turca si è recata presso le abitazioni dei due co-presidenti dell’HDP, quella di Figen Yüksekdağ Şenoğlu, ad Ankara, e quella di Selahattin Demirtaş, a Diyarbakır. Lo stesso leader avrebbe comunicato il suo fermo su twitter, mentre un video riprende l’ingresso a casa della co-leader. Nella stessa notte, sono stati fermati altri esponenti del partito.

Come reazione, il capo della delegazione in parlamento, İdris Baluken, avrebbe ricordato alle guardie d’esser stato eletto da milioni di persone, mettendo in evidenza uno dei provvedimenti più discussi negli ultimi mesi, la sospensione dell’immunità parlamentare per i membri dell’HDP, a fronte delle accuse di supporto alla propaganda terroristica. Il deputato di Mardin Mithat Sancar, in un’intervista con Sterk TV, ha invitato i cittadini a scendere nelle strade, a difesa della democrazia. L’appello, che in qualche modo ricorda quello dello stesso Presidente nella notte del tentato colpo di Stato, pur trovando eco nelle proteste a Diyarbakır, Istanbul e in altre città turche, si scontra però con il clima di paura, legato soprattutto alla natura dell’accusa ai membri dell’HDP, quella di complicità con organizzazioni terroristiche come il PKK e altre organizzazioni di matrice marxista-leninista.

La parabola del Partito democratico dei Popoli

L’ascesa del Partito Democratico dei Popoli nella scorsa stagione elettorale è sembrata a molti analisti e operatori dei media un miraggio nel panorama politico turco. Un partito nato nel 2012 da una coalizione di partiti minori curdi e di sinistra, ma emerso sulla scena politica nazionale durante le elezioni del 2014, in collaborazione con il partito curdo Pace e Democrazia (Baris ve Demokrasi Partisi – BDP). nell’est del Paese.

Il programma del Partito prevedeva sia la protezione dei diritti dei curdi attraverso la lotta non armata, ma rispetto ai partiti politici curdi del passato, l’HDP ha compiuto un’operazione di re-branding, presentandosi anche come partito ambientalista, anti-capitalista e attento ai diritti dei lavoratori, aperto ad ogni etnia e gruppo sociale, arrivando a coinvolgere diversi segmenti della società, minoranze non turche, associazioni per i diritti delle donne e dei transessuali.

Oltre al ruolo d’intermediario nel conflitto in corso tra PKK e Stato turco, uno dei tratti distintivi dell’HDP è  l’impegno nella promozione dell’eguaglianza di genere, come dimostrato dall’attribuzione di pari importanza alle quote femminili nel partito (50%), fino alle massime cariche, come mostra il titolo di co-presidente (Eş Genel Başkanı) attribuito a Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ.

Demirtaş, curdo, è nato nell’est, a Elazig, nel 1973. È entrato in politica nel 2007, nel BPD. I suoi detrattori puntano il dito sull’ambiguità del suo ruolo, irrobustita dalla militanza del fratello Nurettin, combattente del PKK nel nord dell’Iraq. Del resto lo stesso Selahattin, come riportato in diverse interviste, sarebbe stato sul punto di entrare nella militanza, da adolescente. Il resto è storia: il giovane leader preferì la carriera giuridica, conseguendo una laurea in legge presso l’Università di Ankara e partecipando alla fondazione della Human Rights Foundation of Turkey (TİHV).

La sua co-leader, Figen Yüksekdağ, è una giornalista turca nata nel 1971, ad Adana. Arrestata a 21 anni, durante le manifestazioni del primo maggio, ha un passato come militante in organizzazioni di sinistra, fino alla fondazione del Partito degli Oppressi (Ezilenlerin Sosyalist Partisi – ESP), che alcuni ritengono essere il braccio politico di un’altra organizzazione terroristica: l’MLKP. Prima di essere eletta leader nell’HDP, la Yüksekdağ è stata, nel 2011, uno dei membri fondatori dell’HDK (Congresso Democratico del Popolo), altro gruppo filo-curdo.

L’ascesa del loro partito è stata favorita dal clima di fermento sociale catalizzato dalle proteste di Gezi. Oltre a fare appello ad un largo pubblico, il giovane partito sembrava voler sfidare la crescente centralizzazione di poteri dell’AKP, quel che né CHP né MHP sembravano voler o poter fare. L’opera di sensibilizzazione e la critica pubblica della questione curda, nello stesso periodo, e le dure repressioni dello Stato, che avrebbero portato ad una maggiore empatia verso la stessa, avrebbero favorito sia l’ascesa del partito che un maggiore sostegno popolare alle popolazioni di Lice, e poi Sur e Cizre, durante gli ultimi conflitti.

L’apogeo della parabola ascendente dell’HDP è rappresentato dalle parlamentari del giugno 2015, quando il partito ha sfondato la soglia di sbarramento del 10% ed è entrato in parlamento, conquistando 80 seggi. Purtroppo, il cambiamento politico previsto e osannato dai media internazionali è naufragato contro l’incapacità dei partiti di formare un governo di coalizione.

Nel mese successivo è iniziata la parabola discendente del partito, soprattutto dopo l’attentato di Suruç, in cui hanno perso la vita 33 attivisti. L’attentato, attribuito all’ISIS, ha portato alla risposta armata del PKK e, di fatto, alla fine dei negoziati del processo di pace, alla ripresa delle operazioni militari nell’est e, soprattutto, ha posto l’HDP in una difficile posizione di mediazione che, alla fine, ha portato a diversi interrogativi sul legame del partito con il PKK. La situazione è peggiorata in seguito all’escalation di violenze nelle regioni orientali, in quella che è stata definita una sorta di guerra interna. Un conflitto di cui si sa poco: le immagini in circolazioni sono esigue e quasi tutte successive alla sospensione del coprifuoco che, nel 2015, ha interessato diversi distretti.

E lo stesso ottenimento dei 59 seggi alle elezioni dello scorso novembre è sembrato un risultato modesto, una pallida vittoria in confronto a quella del precedente giugno. Dopo l’attentato di Suruç e quello di Ankara, il 10 ottobre 2015, il partito è stato costretto a condurre una campagna elettorale sottotono, per il dilagante clima di paura. Lo stesso Demirtaş ha imputato il cambiamento del risultato al generale clima di paura per le violenze, permesse dal partito di maggioranza al governo. Queste accuse sono state rifiutate dal governo che, invece, ha fatto della sicurezza e della guerra al terrorismo dell’ISIS e del PKK, i suoi leitmotiv della scorsa campagna elettorale.

I RAPPORTI TRA PKK E HDP

L’accusa di connessione con il PKK e l’aumento degli attentati hanno rappresentato un vero e proprio disastro politico per il partito di Demirtaş. Più volte il leader dell’HDP ha affermato che il suo partito non è né il braccio politico del PKK, né un loro sottoposto. Anche se, come affermava  in un’intervista rilasciata ad Hürriyet, il 28 luglio 2015, “c’è certamente una sovrapposizione tra le persone che votano per noi e quelle che sostengono il PKK”.

Nella stessa intervista, Demirtaş aveva si era pronunciato sul fallimento del processo di pace che aveva trovato il suo apice nel Newruz 2013 di Diyarbakır, con la lettura pubblica del messaggio di Abdullah Öcalan, in cui si affermava che “l’era della lotta armata è finita”.

Per dare seguito alle parole del leader incarcerato occorrevano due cose: l’abbandono delle postazioni sui monti dei militanti e il disarmo. In funzione di questo fine, i rappresentanti delle varie parti insieme a quelli dell’HDP, nel ruolo di mediatori, avevano richiesto una legge che garantisse l’incolumità dei militanti durante il passaggio nelle città. La richiesta era avallata da Öcalan stesso, ma è stata accantonata, pare, per volontà dell’allora Primo Ministro. Allo stesso modo, nella fase finale dell’elaborazione dell’accordo di Dolmabahçe, che tracciava la roadmap del processo di pace, sarebbero state mantenute solo le voci riguardanti il disarmo, mentre nella prima versione comparivano anche quelle sul dialogo.

Questi cambiamenti sarebbero stati fonti d’imbarazzo per i rappresentati dell’HDP che, in risposta, avrebbero messo in evidenza come l’assenza formale delle garanzie richieste avrebbe potuto generare un clima di sfiducia, con la compromissione della  fase di disarmo dei militanti di Kandil. 

Un vecchio articolo del giornale Sabah aiuta, invece, a comprende la dominante narrativa progovernativa. Secondo l’autore, Rahman Dağ, il PKK, l’Unione delle Comunità Curde (KCK) e  l’HDP condividono le stesse radici ideologiche, ma diverse metodologie: mentre i primi due fanno appello alla guerra rivoluzionaria di popolo, l’HDP si propone come un partito che aspira alla democrazia sociale. Tuttavia, nei fatti, l’HDP sarebbe stato poco attivo, o del tutto inattivo, nel contenere l’uso della violenza da parte dei primi due, specialmente nelle rappresaglie di quest’ultimi, dopo l’attacco dell’ISIS a Kobane, tra il 6 e l’8 ottobre 2014. Lo stesso fallimento del processo di pace sarebbe, quindi, da imputare all’HDP, insieme alle morti dei civili nella regioni di cui sarebbe implicitamente responsabile.

In questa bagarre politica, e nell’arco di meno di due anni, l’interruzione del processo di pace ha portato alla morte di 400 soldati turchi e migliaia di membri del PKK, alla distruzione di porzioni città nell’est e allo sfollamento di circa 200.000 persone, oltre all’esproprio di case e terre, che dovrebbero essere risarcite dallo Stato.

Secondo lo storico Robert Olson, si è in presenza di una “guerra etnica”, nonostante i due lati non siano definiti nettamente: alcuni turchi combattono con il PKK e l’Unione delle Comunità Curde (KCK), mentre nell’HDP trovano accoglienza anche turchi e altri gruppi etnici e socialmente marginali. Tuttavia lo storico ritiene appropriata la parola “etnica” a fronte del richiamo ad una forte ideologia nazionalista, alla creazione di zone di sicurezza, all’appello dello Stato ai curdi sunniti e al tentativo di attrarre la borghesia curda e gli uomini d’affari, potenzialmente interessati a partecipare al processo di ricostruzione dei villaggi e delle città dell’est.

Immunità parlamentare

Nello scontro tra AKP e HDP ha, inoltre, avuto un ruolo di rilievo il dibattito sulla sospensione dell’immunità parlamentare, dopo l’attentato ad Ankara dello scorso 13 marzo 2016 che ha causato più di 30 morti. Su proposta dell’AKP, gli altri partiti maggioritari – CHP e MHP- hanno appoggiato una legge che amplia la definizione di “terrorista” includendo anche chi sostiene gli attuatori materiali di tali fatti. Sono diventati “terroristi” anche giornalisti, parlamentari e attivisti.

Il voto contrario dei parlamentari dell’HDP è stato interpretato dalla massima carica dello Stato come un incoraggiamento alle organizzazioni terroristiche. Da qui la proposta di togliere l’immunità ai membri dell’HDP (approvata il 20 maggio 2016), esponendoli al rischio di processi per dossier d’accusa presentati a loro carico.

Per il solo Demirtaş sono stati presentati circa una novantina di dossier al procuratore pubblico di Ankara, con accuse di propaganda e sostegno al terrorismo, diffamazione e insulto al Presidente, per un totale di due ergastoli e 486 anni di prigione.

Anche Figen Yüksekdağ Şenoğlu è stata accusata, lo scorso 31 luglio 2015, di sostenere attività terroristiche. Alla base c’è un discorso pronunciato a Suruç, il 15 luglio 2015, in cui la co-leader diceva di avere fiducia nelle unità di combattenti curdi attive in Siria (Ypg, PyG, PyD), considerate dalla Turchia organizzazioni terroristiche al pari del PKK.

Alla base dell’arresto del 4 novembre c’è proprio il fatto che entrambi i co-leader, in risposta all’abolizione dell’immunità parlamentare, si sono rifiutati di testimoniare in un processo sulle attività terroristiche.

La battaglia per il presidenzialismo

Al di là delle accuse di supporto al terrorismo, una delle principali questioni aperte tra AKP e HDP è il rifiuto di questi ultimi di appoggiare la proposta di cambiamento costituzionale che permetterebbe il passaggio ad una repubblica presidenziale. Se l’AKP avesse ottenuto la maggioranza assoluta, lo scorso novembre 2015, probabilmente la riforma sarebbe già passata. La presenza dei deputati HDP nega, per 13 voti, la maggioranza richiesta per la riforma che sarebbe, quindi, da conseguirsi con un referendum.

E adesso c’è da capire quali curve imboccherà la strada per il presidenzialismo, una riforma che verrà dibattuta in un parlamento quasi del tutto omogeneo, “purgato”, che di certo non rappresenta la totalità delle parti di quella che appare una società frastagliata e sempre più polarizzata.

Redazione