Come sono cambiati i sentimenti americani verso i rifugiati Quarant'anni fa arrivarono negli USA quasi 2 milioni di profughi vietnamiti. Tre di loro raccontano il cambiamento dell'opinione pubblica sui rifugiati

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Di Aliza Goldberg – Traduz. dall’inglese di Annamaria Bianco

Siamo continuamente esposti alle loro immagini: sono lì, che si affollano sul bagnasciuga dopo lo sbarco, camminano in massa in una strada polverosa, dormono a gruppi in una tenda-riparo per rifugiati. Sono i profughi siriani, in fuga da una guerra civile che dura da cinque anni, ma le loro foto somigliano a quelle degli anni Settanta e Ottanta, quando erano i rifugiati vietnamiti a scappare da una guerra decennale.

A settembre 2015, il presidente Barack Obama ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero accolto 10.000 rifugiati siriani in un anno. I Governatori di 31 dei 52 stati degli USA, in tutta risposta al piano di reinsediamento del presidente, hanno negato il posto ai rifugiati.

Ciononostante, i 10.000 rifugiati sono comunque riusciti a raggiungere il paese alla fine del mese di agosto 2016. Annunci su un eventuale incremento degli aiuti americani non ne sono stati fatti. Con l’insediamento di Donald Trump, previsto per il 20 gennaio 2017, è alquanto improbabile che gli Stati Uniti si dedichino ad una politica dell’accoglienza.

Quaranta anni fa, quasi due milioni di profughi vietnamiti trovarono una ricollocazione negli Stati Uniti senza forti reazioni da parte delle comunità locali. La Foreign Policy Association ha intervistato tre vietnamiti-americani per conoscere il loro viaggio verso gli Stati Uniti e capire che cosa potrebbe essere accaduto all’opinione pubblica americana rispetto alla sua percezione dei rifugiati dalla guerra del Vietnam a quella nei confronti dei profughi della guerra siriana. Le loro dichiarazioni sono state modificate per chiarezza editoriale.


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Trong Nong, docente della University of Houston

Essere stato il capitano di quella barca di 22 persone è ciò che mi rende più orgoglioso nella vita. Ho imparato a navigare utilizzando la matematica studiata a scuola per tracciare le rotte. Siamo fuggiti dal Vietnam in Thailandia con una barca da pesca e da lì ci hanno trasferiti nelle Filippine in un centro di smistamento profughi. Ho lasciato il Vietnam nel febbraio del 1980 e sono arrivato negli Stati Uniti nel novembre dello stesso anno.

Avevo appena visto la mia vita scivolare via: nella giungla non c’era futuro. Mentre la nostra proprietà e i nostri beni ci venivano confiscati, la mia famiglia fu costretta a spostarsi in una nuova zona economica. Mio padre era un ufficiale militare del Sud di alto grado, per cui venne considerato nemico del popolo. Ci piazzarono nella giungla, dove insegnai ai miei fratelli a coltivare la terra. Mio padre trascorse 15 anni in un campo di rieducazione insieme a tutti gli altri ufficiali.

Avemmo la fortuna di essere accettati dagli Stati Uniti. Fu una chiesa del North Carolina a perorare la mia causa. Altri non vennero presi e furono costretti a rimanere in un campo profughi fino al loro ritorno in Vietnam. La politica americana per ammettere i rifugiati è stata quella di trovare un garante esterno al governo, attraverso ONG o, più spesso, chiese. I rifugiati hanno dovuto trovare chiese disposte a portarci nel paese, a darci le linee guida necessarie per vivere lì e farci delle foto. La chiesa che mi ha portato qui è stata fondata da dei vietnamiti-americani nel 1975.

Una volta arrivato sono stato battezzato. La mia famiglia non aveva affiliazioni religiose, quindi nessuno di noi ha avuto alcun problema nel convertirsi al cristianesimo. Gli abitanti del North Carolina sono stati molto cordiali. Il ricordo della guerra in Vietnam era fresco per loro e dimostravano empatia nei nostri confronti. Gli americani che mi hanno accolto probabilmente provavano come la sensazione di avere un debito da saldare, perché gli Stati Uniti avevano appena lasciato in tutta fretta il Vietnam. Sul serio, il mio primo capo, a lavoro, era un veterano della guerra in Vietnam. Mi comprendeva.

Dal momento che questo paese è un paese di immigrati e rifugiati, gli Stati Uniti dovrebbero accettare i siriani. Ma bisogna seguire un iter, come è stato per noi con lo sponsor delle chiese. La stesura di un piano chiaro mitigherebbe l’angoscia del popolo americano. La differenza principale tra il reinsediamento dei vietnamiti e quello dei siriani sta nella religione. I Vietnamiti professano il buddismo o le religioni dei loro antenati, per cui non abbiamo avuto alcun problema ad accettare i valori cristiani. I siriani musulmani potrebbe avere più problemi.

Tram Ho, tirocinante di medicina interna

Quando avevo dieci anni fui catturato e sbattuto in prigione perché, dato che mio padre era nel campo militare del Vietnam del Sud, ci avevano puntati. Mi separarono dai miei genitori e, assieme ai miei tre fratelli più piccoli, mi misero in una cella con circa 70 o 80 persone. Ci concedevano un’ora per respirare aria fresca e fare la doccia. Nella cella non c’era assolutamente nulla ad eccezione di un piccolo bagno e del pavimento in cemento. Restai in prigione per due settimane, fino a quando i miei genitori pagarono per farmi uscire.

Ci discriminarono. Non potevamo avanzare nella società a causa dello stigma di essere “i figli del traditore” o “dell’alleato degli americani”. Dopo la fine della guerra, il 30 aprile 1975, mio padre fu spedito in un campo di rieducazione, come molti altri militari. Fu quando lo rilasciarono che programmammo di fuggire in barca.

Avevo tredici anni quando riuscii a scappare con mio padre e cinque dei miei fratelli. Mia madre e uno di loro rimasero in Vietnam. Dopo sei giorni e cinque notti, raggiungemmo Hong Kong, dove restammo sei mesi a compilare scartoffie. Una organizzazione no-profit cattolica, la USCC (United States Catholic Conference ), fece da sponsor. Arrivai in America nel 1982. Ci sistemarono al sicuro in una casa di accoglienza. Lì, c’erano già altre 50 persone, per la maggior parte provenienti dal Vietnam. Due mesi più tardi, mio ​​padre riuscì a trovare un lavoro come meccanico e ci trasferimmo nel nostro appartamento assieme ad altre due famiglie.

Quando mi sono trasferito negli Stati Uniti, ho ricevuto reazioni abbastanza neutre da parte dei vicini. Non mi pare di ricordare che qualcuno di loro nutrisse sentimenti negativi verso di noi. Ce ne stavamo per lo più a casa per i fatti nostri, mentre mio padre faceva due lavori, per cui non interagivamo molto con gli americani. Quando ho iniziato la terza media nessuno mi prendeva in giro, ma non è che parlassi davvero con qualcuno; era tutto così nuovo. Da adolescente mi sentivo a disagio e avevo paura.

Il rifiuto verso i rifugiati non è un problema nuovo ed è stata la ragione per la quale l’afflusso di persone via mare si interruppe. L’ondata di profughi vietnamiti si arrestò all’inizio del 1985, quando gli Stati Uniti smisero di accettare rifugiati. Se noi non fossimo stati già qui, mia madre non ce l’avrebbe fatta. Tutti i campi del sud-est asiatico vennero chiusi e non vennero più accettati profughi vietnamiti..

Provo solidarietà per i profughi siriani. Sono per la maggior parte persone molto piacevoli, in fuga dalle difficoltà e dalla guerra. Ma capisco anche che, con la situazione attuale e il problema dei terroristi che si fingono rifugiati, gli americani non possono aprire loro le braccia come hanno fatto con i vietnamiti.


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Trish Nguyen, senior branch manager della Boat People SOS

Mio padre lavorava per una società americana, e, quando i comunisti presero il Sud e si accorsero che la mia famiglia sosteneva gli americani, cominciammo ad essere evitati. Dal momento che mio padre non lavorava per una società politica lo misero in prigione solo per sei mesi. È stato fortunato. Registravano tutto quello che faceva la mia famiglia e ci tenevano costantemente sotto controllo.

Quando ero piccolo vivevamo in un paesino ed eravamo molto poveri. Coltivavamo i campi ogni giorno per procurarci di che mangiare.

Mia zia era americana e si riportò mio zio negli Stati Uniti. Da allora, siamo rimasti in contatto per 17 anni. Nel 1993 fecero da sponsor per la nostra famiglia. Il primo anno, quando arrivai nel paese, mi sforzai semplicemente di sopravvivere. Ho dovuto ricominciare da capo. Non potevo andare a scuola perché lavoravo duramente per guadagnarmi i soldi per un appartamento. I miei genitori non hanno mai lavorato e non sanno parlare inglese né guidare l’auto. Vivono con me e mi prendo cura di loro. Mio fratello è ancora in Vietnam e, quando mi chiede di fargli visita, gli dico “ci penserò”, ma non credo che tornerò mai indietro. Lì ci sono solo brutti ricordi.

Mi sono laureato e ora sono senior branch manager della Boat People SOS di Houston. Il mio desiderio si è avverato e ora posso aiutare le persone che una volta erano nella mia stessa situazione. BP SOS fornisce supporto nei casi di violenza domestica, aiuto agli anziani, assistenza sanitaria, strumenti di lotta alla tratta degli esseri umani e così via.

C’era una barriera linguistica, ma ho lavorato sodio, ho studiato molto e imparato l’inglese. Gli americani che ho conosciuto erano di buon cuore, forse perché avevano già avuto un’esperienza simile con gli immigrati cinesi e di altre nazionalità. Non credo che gli Stati Uniti chiuderanno le loro porte, perché questo paese ha sempre accolto i rifugiati. Non hanno alcun motivo per respingerli. Gli altri governi non hanno mai permesso l’ingresso a così tanti stranieri come fanno gli Stati Uniti. Dio benedica l’America, lo dico eccome.

Kimberly Cooper, Coordinatrice del Ministero per l’Infanzia della Trinity Episcopal Church

La Chiesa episcopale è, effetti, attualmente impegnata nel reinsediamento di una famiglia siriana. Aspettavano dal 1998. Nei primi anni ’80, la Chiesa ha aiutato una famiglia vietnamita e l’ha fatto ancora negli anni ’90. La congregazione a quel tempo era molto solidale e disponibile ad aiutare. Al di fuori della chiesa, la comunità è ancora molto accogliente.

Ho lavorato a vario titolo con il programma per i rifugiati degli Stati Uniti per quasi 20 anni e ho conosciuto alcuni dei miei migliori amici, che sono finiti a fare i babysitter con i miei figli. Sono musulmani e mi fido di loro.

Le persone sono solo molto confuse sull’Islam e c’è la tendenza a fare di tutta l’erba un fascio. Non ho mai ricevuto un commento negativo, ma qualcuno mi ha contattato chiedendomi ingenuamente come facessi a sentirmi a mio agio ad ospitare dei musulmani.

Uno del posto che concorre per le elezioni in Texas ha scritto un post riguardo al fatto che portare altri musulmani nello stato è una scelta sbagliata, perché quelli che abbiamo qui non si sono ancora assimilati. Io, dal mio canto, mi chiedo cosa intende con “assimilazione”. Che cosa vuole, che diventino tutti bianchi e cristiani? Questa non può essere una richiesta legittima da parte di un americano.

Su gentile concessione di Foreign Policy

Redazione