«Golpe» a Tripoli. Come valutarli? I «golpe» della Capitale libica si valutano meglio nel loro valore simbolico che nella loro efficacia pratica

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di Alessandro Pagano Dritto – @paganodritto

Per la seconda volta in tre mesi a Tripoli il 12 gennaio si è gridato al «golpe»: addirittura al «golpe» islamista. Vengono in mente scene di Primi Ministri svegliati nel cuore della notte e giunte militari che l’indomani proclamano il proprio potere all’ombra di qualche oscuro e giovane ufficiale con le stellette; scene, queste, di cui la storia africana non è certo avara.

Succede così anche in Libia? No, o almeno difficilmente sarà questo il caso.

Quando infatti parliamo di «golpe» a Tripoli, dobbiamo capire, in questa Tripoli, con chi abbiamo a che fare e quanto valore dare a queste azioni.

Due «golpe» in tre mesi: una storia che continua.

I protagonisti dei due «golpe» – ottobre 2016 e gennaio 2017 – sono infatti uguali e recitano persino le stesse parti: da una parte il Primo Ministro del National Salvation Government (Governo di Salvezza Nazionale, NSG) Khalifa Ghweil, le cui milizie prendono possesso di nuovi palazzi del potere, dall’altro il Primo Ministro – ché la Libia ne conta tre, di Primi Ministri, e il terzo è nell’Est, a Tobruk – del Government of National Agreement (Governo di Accordo Nazionale, GNA) Fayez Serraj, sponsorizzato dalle Nazioni Unite. Si può dire che questo «golpe» sia la prosecuzione del precedente: se in ottobre Ghwail aveva potuto contare nell’effetto sorpresa del ritorno in città dopo sette mesi di latitanza e aveva preso possesso di un hotel, il Rixos, che ospitava la camera consultiva libica del Consiglio di Stato, questa volta Ghwail è riuscito a prendere, parrebbe, alcuni edifici governativi. Ma le sue conquiste sono state minimizzate dal portavoce del Primo Ministro Fayez Serraj.

Conquiste dunque più simboliche che concrete, per una serie di motivi: primo, la sede principale delle strutture che a Tripoli si riconducono alle Nazioni Unite è e rimane la base navale di Abu Setta; secondo, le forze militari che fanno capo a Serraj, e che a Tripoli costituiscono ancora la maggioranza, hanno scelto da ottobre di confinare, piuttosto che opporsi frontalmente, le milizie ostili. Se questa tattica non ha impedito in assoluto momenti di tensione, anche alta, negli ultimi mesi, per lo meno ha evitato il peggio: uno scontro frontale.

La categoria dell’islamismo politico a Tripoli spiega poco: meglio prendere in riferimento le Nazioni Unite.

Non c’è quindi verosimilmente da figurarsi una Capitale che di punto in bianco si risvegli un giorno, se si può dire così, «ghwailiana» o «golpista». Per altro anche il termine «islamista», che la stampa italiana tende a usare, non spiega tutto e, anzi, per la verità serve poco a spiegare la situazione sul campo: è vero, infatti, che i «ghwailiani» si riconducono in qualche modo al Gran Mufti di Libia Sadiq al Ghariani, ma è anche vero che gruppi politici islamisti come i Fratelli Musulmani stanno nettamente dalla parte di Serraj.

Piuttosto conviene spostare l’asse della definizione e dividere – e anche qui non si andrà in questa sede fino in fondo in una divisione ben più complessa e sfumata – in favorevoli e contrari all’influenza delle Nazioni Unite e della comunità internazionale in Libia. Allora sì che il «golpe» di Ghwail acquista la sua giusta importanza, che non risiede certo nella sua efficacia quanto piuttosto nel suo valore simbolico.

Se dividiamo in due la Libia secondo questa indicazione, troviamo un fronte favorevole alle Nazioni Unite costituito politicamente dalle strutture presiedute nella Capitale da Fayez Serraj e dalla città di Misurata; dal punto di vista militare, invece, troviamo la maggior parte delle milizie presenti a Tripoli e il Consiglio Militare della città di Misurata: Misurata diventa quindi l’effettiva base politica e militare su cui poggiano in Libia le Nazioni Unite.

Dall’altra parte, quella degli ostili all’influenza internazionale, troviamo invece un fronte composito e affatto affratellato: Ghwail e Ghariani, di cui si è già detto, con una minoranza delle milizie di Tripoli, le strutture politiche e militari della Libia orientale – ovvero la House of Representatives (Camera dei Rappresentanti, HOR) con il Libyan National Army (Esercito Nazionale Libico, LNA) di Khalifa Hafter, e i gruppi armati che a Bengasi e Derna si oppongono ad Hafter.

Tutti gruppi nazionalisti scevri da ogni influenza esterna? Non si può certo dire così per Hafter e la HOR, dal momento che lo stesso Hafter sta in questi mesi coltivando un’intensa amicizia russa culminata di recente con una visita, da parte del Maresciallo, in una portaerei moscovita di ritorno dalla Siria e avvicinatasi alle coste della Libia orientale; e dal momento che si ritiene gli Emirati Arabi Uniti lo aiutino molto con l’aviazione e che la Giordania ne addestri le truppe. Nel dichiarare la propria fedeltà a Ghariani, il Derna Mujahideen Shura Council (Consiglio della Shura dei Mujahideen di Derna, DMSC) ha di recente accusato lo Stato Islamico, Serraj e Hafter di servire tutti e tre interessi stranieri.

La presenza civile e militare italiana tra Tripoli e Misurata e i gruppi ostili alle Nazioni Unite.

Ciò che differisce tra i due «golpe» di Tripoli, è semmai la presenza, incorsa nel frattempo, delle rappresentanze civili italiane nella Capitale: primo paese occidentale dal 2015, l’Italia infatti ha riaperto la propria ambasciata il 10 gennaio 2017 e si trova ad avere una presenza militare a Misurata – le truppe a protezione dell’ospedale da campo per i combattenti della coalizione a guida misuratina – che è un’eredità della guerra combattuta e vinta dai misuratini a Sirte contro lo Stato Islamico. L’ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone ha subito minimizzato la presenza di azioni sovversive in città, rassicurando dunque, di riflesso, sulla tenuta del governo Serraj.

Al di fuori dell’Italia, non esiste alcun paese al mondo che possa oggi vantare una presenza ufficiale, civile e al contempo militare, sul suolo libico: una presenza concordata con Fayez Serraj, ma che non è passata inosservata a Est, dove infatti l’Italia è accusata di appoggiare un’unica fazione del conflitto libico in contrasto con la sua supposta imparzialità. Non è un caso che sia la HOR a Est che  a ovest abbiano condannato con veemenza la presenza militare italiana a Misurata e chiesto un ritiro delle truppe.

Ancora una volta, dunque, il «golpe» di Ghwail va considerato più per il suo valore simbolico che per la sua efficacia effettiva: come l’espressione, nella Capitale e limitatamente alla Capitale, di quel più vasto sentimento di ostilità alle Nazioni Unite e alle strutture libiche che queste appoggiano. Un sentimento che, seppur non rappresentato da un fronte univoco in tutta la Libia, ha di certo diversi aderenti nel paese nordafricano.


Immagine di copertina: 12 gennaio 2017, il Primo Ministro Khalifa Ghwail, non riconosciuto nel suo ruolo né dalla comunità internazionale né dalle autorità della Libia dell’Est, annuncia la conquista di alcuni palazzi governativi della Capitale. Fonte: www.libyaobserver.ly.