Quando la lotta allo sfruttamento minorile parte dal calcio Ogni domenica a Smirne un gruppo di adolescenti siriani si incontra per giocare a calcio, risolvere i conflitti e conoscere i propri diritti

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“Partiamo da un presupposto pratico, prima che ideologico: non possiamo combattere il lavoro minorile, quello che possiamo fare è appoggiare i ragazzi costretti a lavorare per capire quali sono i loro bisogni e renderli consapevoli dei loro diritti e della loro condizione. E quindi spingere per eliminare lo sfruttamento e, soprattutto portarli verso percorsi educativi”.

Christopher Dowling è un volontario italo-inglese di base a Smirne, dove partecipa alle attività sociali e culturali di Kapilar, un centro interculturale alimentato da turchi, curdi, arabi e volontari internazionali. Una delle più grandi sfide di Kapilar, che agisce a Basmane, il quartiere del centro storico dove vivono gran parte dei migranti siriani stanziati nella città turca, è quella di creare integrazione e un’assistenza efficace per i tanti minori siriani sfruttati.

“Ci riferiamo a un contesto lavorativo in cui i giovani operai non erano tutelati anche prima della crisi migratoria”. E in cui è difficile dare numeri e dati per un fenomeno che è ormai totalmente integrato nella quotidianità delle grandi città turche. A Smirne i minori siriani lavorano nelle fabbriche, nei laboratori sartoriali, o raccogliendo l’immondizia per le strade. 

Così, quasi per caso, è nata l’idea di creare un gruppo solido di adolescenti che attraverso interessi comuni potessero raggiungere consapevolezza e coesione per difendersi dallo sfruttamento a cui sono costretti.

Otto mesi fa alcuni volontari di Kapilar noleggiano un campo di calcetto, da lì in poi il passaparola ha fatto il resto. “A ottobre è nato un gruppo su Whatsapp, abbiamo iniziato a giocare tutte le domeniche e più passava il tempo più l’organizzazione diventava impegnativa, ci siamo trovati ad avere partite di un’ora con trenta ragazzi che dovevano sfidarsi in un campo pensato per giocare cinque contro cinque“.

Ma chi sono i ragazzi del calcetto? “I nostri calciatori sono ragazzi che lavorano duramente tutti i giorni da lunedì al sabato, guadagnando intorno alle 600 lire al mese (poco meno di 150 euro, ndr), senza alcuna protezione legale“.

Sarebbe sbagliato pensare che il calcio sia soltanto uno svago domenicale tra giovani sottoproletari. La partita va pensata solo come culmine (e inizio) di un percorso lungo che porta a processi educativi e formativi. Il calcio confluisce nelle tante attività di Kapilar, come il teatro di strada e i laboratori di pelletteria. 

Del resto, la storia del calcio ci insegna che la partita è anche il momento in cui emergono (e si possono superare) conflitti ben più radicati dell’antagonismo sportivo. “Siamo un gruppo misto, c’è gente di Aleppo e di altre città, ci sono arabi e curdi. Se aggiungiamo che giocando a calcio, specie in quell’età (13-18 anni), si può esagerare con l’agonismo. Teniamo presente anche che molti di loro passano tutta la settimana seduti a cucire, l’ora di partita è l’unico momento per dar sfogo alle tensioni”.

E la risoluzione dei conflitti, della gara e della vita, è una parte fondante del progetto. “Imparano a stare insieme, a risolvere le crisi in maniera costruttiva“. Una risposta, dal basso e per ora circoscritta, al clima sempre più teso che si respira in Turchia. “Noto che razzismo e discriminazioni sono sempre più marcati, si registrano tanti episodi di violenza. Tutto questo allontana la popolazione rifugiata dal contesto di chi li ospita”. In una parola, ghettizzazione.

Nelle ultime settimane è stato fondamentale il supporto di Mercy Corps, che si è impegnata a pagare il campo e ad acquistare le magliette (“che non sono mai abbastanza”). In attesa che le condizioni atmosferiche permettano di riprendere le attività (“ora fa un freddo pazzesco, quindi siamo bloccati”), volontari e ragazzi cercano di progettare i prossimi passi. “Vogliono imparare a leggere e scrivere in turco. Alcuni parlano un po’ di turco da strada, ma non sanno leggere con i caratteri latini. Ma non solo, hanno un forte desiderio di conoscere l’inglese, quindi abbiamo trovato un rifugiato che in Siria era professore d’inglese così da far partire un corso di lingua”.

Insomma, prima e dopo l’ora di calcio si sta creando l’atmosfera giusta per creare un gruppo. “La cosa più bella è incontrarsi un’ora prima della partita per risolvere le tensioni, aiutarci a vicenda, insegnare ai nuovi le regole del calcio, organizzare le squadre. Non vogliono solo giocare, vogliono sentirsi parte di un progetto”.


L’incredibile storia di Kapılar, delle sue attività d’integrazione e delle vicende dei migranti di Basmane è raccontata da Chasing the stars, un webdoc il cui obiettivo è tracciare sulla mappa d’Europa i percorsi di speranza di chi fugge dalla guerra e incontra muri sul proprio cammino. Basmane è la prima tappa di un racconto a tre capitoli e per sostenere il progetto, a cura di Croma, c’è una campagna di crowdfunding che ha già coinvolto decine di realtà solidale di tutta Europa. Qui scopri anche come poter sostenere gli abitanti di Basmane contribuendo all’artigianato e alle attività di startup dei migranti. Le foto di questo articolo sono di Valerio Muscella.

Redazione