“Un ponte per la vita”. Vi racconto il mio progetto per il Senegal Raoul Vecchio, giovane architetto catanese, ha deciso di dedicarsi a quel Senegal dimenticato dai "professionisti della solidarietà"

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di Raoul Vecchio

Studiando architettura e filosofia orientale iniziavo a chiedermi quale fosse il ruolo dell’essere umano nella società e quale quello dei professionisti, e se questi ultimi dovessero necessariamente seguire le convenzioni della società materialista oppure potessero liberamente seguire i propri sentimenti. Semplici domande che probabilmente hanno invaso la mente di molti.

Ho nutrito un particolare interesse nello scoprire le culture e gli equilibri del continente africano sin dall’adolescenza. Ne ero particolarmente attratto, suggestionato dall’amore verso la semplicità e la naturalezza dei paesaggi e degli ecosistemi privi di convenzioni.

Tra i sedici e i ventitré anni mi misi alla sfrenata ricerca di realtà umanitarie che potessero soddisfare principi di solidarietà che giorno dopo giorno rendevo sempre più solidi, alimentando un incredibile desiderio di fare qualcosa di buono, pulito, spontaneo e genuino per trarne due incredibili e inestimabili compensi: il sorriso dell’uomo e la consapevolezza d’aver veramente aiutato qualcuno. Iniziai a meditare su come, dove e perché “fare”. Tutto doveva rispondere a determinati principi che non potevo violare, perché volevo che tutto fosse candido come il sorriso di un bambino, ecco… mi sono ispirato a questo.

Ho incrociato intellettualità che mi hanno mostrato la via del “giusto”, e verso la fine del mio percorso universitario mi sono incredibilmente convinto che dovevo e potevo far qualcosa indipendentemente e liberamente. In quel momento conobbi il mio amico Jali Diabate, che è diventato un fratello d’adozione. Vive in Italia da dieci anni ed è nativo della regione del Casamance nel sud del Senegal dove, tra il 1980 e il 2003, un movimento indipendentista ha condotto una guerriglia volta all’ottenimento dell’indipendenza di questa porzione di territorio dal resto del paese. Il risultato è che furono circa 5.000 i morti e oltre 20.000 gli sfollati, centinaia i villaggi bruciati, ma questo ovviamente in Europa non è stato raccontato. Oggi fortunatamente la regione vive in una situazione di pace, anche se non è raro trovare banditi e vandali.

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A distanza di oltre dieci anni la condizione psicologica post-conflittuale sta migliorando, ma a determinare uno dei più alti tassi di povertà e malnutrizione del paese sono l’isolamento di questa regione del resto del Senegal e un raro fenomeno ambientale per effetto del quale flora, fauna e risaie vengono gravemente danneggiate e le acque dolci contaminate.

Quando iniziai a studiare la storia del Senegal, sentii che il destino mi avrebbe portato proprio lì, nel paese detto della “terranga”, ovvero dell’amicizia e dell’accoglienza.

Concentrai le ricerche nella regione di Sedhiou, dove nacque Jali, e dalla quale la sua famiglia emigrò per cercare di migliorare le proprie condizioni di vita. Dopo mesi di ricerca ricevetti risposta da rappresentanti istituzionali, così preparammo i bagagli e partimmo.

Questo primo viaggio doveva permetterci di capire la ragione di una condizione di malnutrizione e povertà più alta del paese; doveva mostrarci il territorio ed i suoi abitanti, capendo quali fossero le loro esigenze. Ma in realtà, questo viaggio, fu molto di più: fu puro amore!

Arrivammo nel villaggio di Sanoufily. Io, Jali e altri amici senegalesi, scendemmo dall’automobile sentendo una dolce melodia in lontananza. Ci incamminammo verso la vallata di Tanaf sino a fermare il cammino davanti centinaia di donne che cantavano a squarciagola una canzone che diceva “tutti noi vogliamo l’acqua dolce”. Cantavano a pochi centimetri da me, potevo sentire il profumo della loro pelle come fossero fiori colorati nel mezzo del deserto. Mi voltavo a destra e a sinistra immerso in questo oceano di stelle che danzavano elegantemente mentre perle infantili, delicatamente, posavano su di me il loro sguardo sorridendo della mia emotività. Una ad una queste stelle cadevano dal cielo donandomi un raggio di sole, un sorriso, un grido o un ballo, senza mai sfiorare la mia pelle ma stringendo il mio cuore con un abbraccio.

Dopo aver camminato nella “casa del demone” (l’alveo della vallata di Tanaf) insieme a centinaia di bambini, anziani e donne, ci riunimmo sotto un enorme mango per parlare di colui che stava distruggendo la vita: il sale! Gli anziani e le donne avevano fatto decine di chilometri a piedi per incontrarmi e dicevano dal profondo del loro animo sofferente: “Se ci mancano i vestiti è colpa del sale! Se mio figlio non è qui è colpa del sale! Se manca da mangiare è colpa del sale! Se stiamo male è colpa del sale! Il sale è un demone, dobbiamo sconfiggerlo!”

A causa della siccità del Sahel, la regione Casamance ha subito una forte riduzione delle piogge e un drastico aumento delle temperature che hanno causato un rilevante indebolimento del fiume omonimo il quale non riesce più a contrastare la forza delle maree dell’Oceano Atlantico. A causa delle condizioni ambientali e di una particolare morfologia del territorio, le maree risalgono il fiume sino a 250km dalla foce rendendolo 5 volte più salato del mare, distruggendo così ogni forma di vita fluviale, desertificando le sponde e i bacini idraulici, ma soprattutto inondando e distruggendo con la salsedine le risiere, quale fondamentale fonte di sostentamento alimentare ed economico. Le maree contaminano anche l’acqua dei pozzi causando il 70% delle malattie locali, a risentirne sono i soggetti più deboli e preziosi: i bambini.

La valle di Tanaf è una delle più grandi del Casamance dove quasi 80.000 persone soffrono malnutrizione, malattia e povertà per cause dirette e indirette legate al “demone”. Oltre questo i villaggi sono tra loro mal connessi, con enormi distanze tra ospedali e mercati.

Dopo quasi un anno di studi su questo fenomeno idrologico e ambientale, sviluppo un progetto di ingegneria e architettura solidale, con l’aiuto di docenti, professionisti e colleghi, il quale prevede la realizzazione di un ponte-diga in terra, lungo 850mt, proprio sull’alveo della vallata di Tanaf. Tale sbarramento ha la capacità di impedire alle maree di inondare la vallata, favorendo la rinascita delle risaie, la decontaminazione della falda e la riduzione di decine di km da ospedali, mercati e scuole.

Ho vissuto a lungo tra i villaggi per capire i reali bisogni delle comunità, carpire la cultura locale e diventarne un componente pur di non essere più visto come “il bianco” ma come colui che vuole aiutare e che vuole fare le cose insieme a tutta la comunità perché anche lui come gli altri ne ha bisogno. Vivevo così tra i villaggi, ospitato dalle famiglie, perfettamente integrato nella comunità. Ho bevuto l’acqua contaminata (perché è l’unica che c’è), ho saltato pasti (perché non sempre c’è riso), ho preso qualche puntura (perché non sempre c’è la zanzariera), ho imparato il mandinga (perché nei villaggi pochi parlano francese), ho suonato la kora (perchè sono diventato un Griot), ho tenuto in braccio bambini malati (perché l’amore cura ogni male) etc etc.

Da sempre ho voluto scardinare lo stereotipo del “bianco che viene per donare”, non mi piace, è un qualcosa che crea distanza culturale. Qui dobbiamo fare le cose tutti insieme, non ci sono donatori e donati, non ci sono gerarchie, c’è solo una enorme grande famiglia che vuole esaudire questo sogno! Ho chiesto ad un anziano di un villaggio come potesse chiamarsi questo progetto e lui ha risposto “Balouo Salo”, le cui parole in lingua mandinga sono piene di significati: madre, terra, mare, cortile… ma soprattutto “vita”. Tradotto vuol dire “un ponte per la vita”! La genuinità e la semplicità che ho da sempre cercato di mettere in campo e che ha stimolato da sempre le mie azioni è stata incredibilmente riconosciuta, tanto che lì non mi chiamo più Raoul Vecchio, ma Cheickna Diebate. Così mi chiamano le donne, gli anziani e i bambini, e che meraviglia sentire la voce di questi ultimi chiamarmi. Sono canti melodici di cui non puoi fare a meno di innamorartene. Cheickna Diebate è il nome che mi è stato donato da una famiglia di Griot, ovvero coloro che tramandano la storia dell’Africa da secoli, sono i saggi del territorio. Cheickna vuol dire colui che sa e che vuole dare ed effettivamente io voglio dare tutto me stesso per raggiungere l’obiettivo. Diventare Griot, anche se d’adozione, è una grande responsabilità nei confronti della società, diventi promotore di una cultura secolare e devi farlo con consapevolezza per tramandare alle future generazioni la verità e la saggezza della madre Africa.

Così, consapevole dell’incredibile importanza di questo progetto per un intero popolo inizio a mettere su un programma di formazione e cantiere e parallelamente un’intensa attività di raccolta fondi che possa finanziarne la realizzazione. Metto su una Onlus che ha l’obiettivo di raccogliere i fondi necessari attraverso le donazioni di tutti coloro che condividono con amore i valori di questo progetto. Organizzo un evento dopo l’altro, da una semplice pizza a un concerto internazionale, una partita allo stadio, un workshop di architettura che coinvolge alcuni personaggi illustri… organizzo senza tregua, sbattendo contro i muri dell’ignoranza e assorbendo pugni dell’avidità, del razzismo e della superficialità, ma fortunatamente l’amore che provo per tutto ciò è così grande da permettermi sempre di assorbire ogni colpo, cadere e rialzarmi sempre più forte, perché l’amore vince su ogni cosa! Vengono tante delusioni da un sistema poco trasparente e poco propenso alla solidarietà, ma meravigliosamente vengono anche tantissime condivisioni, tantissimi aiuti da coloro che amano la vita, che la guardano con il sorriso nel cuore e che riconoscono nel gesto della condivisione la bontà di un azione. Queste candide e sincere condivisioni ad oggi mi fanno sognare un inizio dei lavori a breve. Come si dice in Senegal: InshAllah (se dio vuole)!

L’inizio dei lavori sarà un’altra testimonianza di amore per la vita e condivisione, perché il progetto si farà con la collaborazione di oltre 20.000 persone locali a rotazione che avrò l’immenso onore di formare nei villaggi principali e che prenderanno quindi parte ai lavori. Già in passato ho avuto l’indescrivibile piacere di insegnare nei villaggi e ai bambini delle scuole della regione, parlando del progetto ma anche dei valori della vita, dalla solidarietà e dell’amore. Se penso a quei momenti un brivido mi attraversa la spina dorsale e giunge al cuore, perché fu indescrivibile la gioia vissuta nel vedere il sorriso delle persone e d’altronde non cerco nient’altro che questo.

Le emozioni e gli amori che vivo quotidianamente sono le energie che alimentano queste azioni di solidarietà. Da poco ho deciso di andare oltre gli eventi di sensibilizzazione e raccolta fondi che promuovo con la onlus perché sensibilizzare è un sinonimo di condividere. Ho quindi deciso di scrivere un libro che racconta proprio queste emozioni, scegliendo la condivisione quale strumento per provare a dare un contributo positivo al mondo, seppur in minima parte.

Credo fermamente e cerco di promuovere questo pensiero che alimenta le mie azioni: la vera felicità risiede nel donare il sorriso al prossimo!

Per chi volesse sostenere il progetto Balouo Salo:

www.balouosalo.com

www.facebook.com/balouosalo