Jack London e l’apocalissi politica: il Tallone di ferro Tra il pamphlet e il romanzo visionario, The Iron Hill svela la fucina politica e narrativa di Jack London.

Alessandro Pagano Dritto
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Il primo amore è stato la letteratura, poi sono arrivati la storia e il mondo, con la loro infinita varietà e con le loro infinite diversità. Gli eventi del 2011 mi lasciano innamorato della Libia: da allora ne seguo il dopoguerra e le persone che lo vivono, cercando di capire questo Paese e la sua strada.
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di Alessandro Pagano Dritto (Twitter: @paganodritto)

Il Tallone di ferro (The Iron Hill) è un romanzo di Jack London del 1908 e appartiene senza dubbio alle opere del Jack London politico.

Un antico manoscritto ritrovato.

Un’edizione italiana del “Tallone di Ferro” di Jack London (ed. or. 1908). (Fonte: www.newtoncompton.com)

Il libro può per certi versi rientrare nella letteratura di genere utopico: descrive infatti, se non un mondo in cui il socialismo – Jack London era notoriamente di idee socialiste – si è affermato e regna incontrastato, almeno l’inizio delle lotte dei rivoluzionari socialisti perché questo loro ideale si realizzi. Ma di questo mondo socialista London non rinuncia a dare al lettore un senso, almeno un’intuizione, che deriva da un particolare escamotage narrativo forse non del tutto originale, ma certo efficace: nella finzione letteraria, infatti, il testo che il lettore si appresta a leggere è l’edizione critica di un manoscritto, chiamato «manoscritto Everhard» dal nome della sua autrice Avis Everhard, che dopo secoli di oblio è stato ritrovato dove era stato nascosto dall’autrice stessa, in una quercia, e da qui pubblicato. Di tutto questo ci avverte nell’introduzione – che dunque fa pienamente parte della struttura narrativa – un certo Anthony Meredith, che in questa stessa introduzione e nel vasto apparato di note che correda tutto il testo dà al lettore, di solito per contrasto con quanto scritto e testimoniato dalla Everhard, notizie sull’epoca del socialismo ormai affermato da cui questi, Meredith, scrive. È un’epoca che dista da quella di Avis Everhard circa settecento anni e la stessa Everhard scrive vent’anni dopo i fatti narrati, nel 1932. Se per il lettore di oggi, dunque, Everhard e i fatti da lei narrati appartengono pienamente al passato, non bisogna dimenticare che per London e i suoi lettori contemporanei appartengono invece ancora ad un – immediato – futuro.

Una vicenda quasi mitica, ma votata al fallimento.

Le parole di Meredith contribuiscono a mostrare i limiti di Avis Everhard come autrice: siamo subito informati che il personaggio di cui racconta, il marito e leader socialista Ernest, non fu poi così importante come lei – con gli occhi della rivoluzionaria innamorata – vorrebbe fare intendere e siamo soprattutto informati del fallimento totale al quale le loro azioni sono votate: anche se ancora Avis stessa lo ignora, la rivolta progettata da Ernest fallirà, così come falliranno le successive rivolte socialiste di lì a tre secoli, quando poi, invece, il socialismo finalmente trionferà. Sia la fine di Ernest che quella di Avis rimangono avvolte dal mistero perché non narrate nel manoscritto e questo contribuisce in qualche modo a farne dei personaggi quasi mitici, ancorati nel loro presente ma sospesi nel tempo a venire, non fosse, questo, per quell’aura di fallimento che incombe su di loro sin dagli esordi.

Il Tallone di ferro, parte prima: nel segno di Ernest Everhard.

Il Tallone di ferro è divisibile in due parti, in due metà: una prima metà più squisitamente politica il cui protagonista è il rivoluzionario Ernest Everhard e una seconda metà più squisitamente avventuristica la cui protagonista indiscussa è la stessa narratrice Avis Everhard.

Accogliendo per buone le parole che il critico Mario Picchi scrive introducendo l’edizione Newton Compton del 2012 – qui usata come riferimento – quando dice che il Tallone di ferro è un libro «teoricamente sballato» (p. 13), il lettore è oggi autorizzato a non prestare troppa attenzione alle lunghe teorizzazioni che London propone per penna di Avis e voce di Ernest in alcuni dei capitoli iniziali e che sono quasi dei dialoghi «filosofici» sulla necessità del socialismo e sulla sua sicura vittoria finale: valgono forse a testimoniare il socialismo spiccio del London politico e l’intenzione per così dire pedagogica di cui lo scrittore statunitense permeò in tutta evidenza l’opera, che in alcuni frangenti sembra più simile ad un pamphlet che a un romanzo; ma, oltre a questa testimonianza d’epoca, questi capitoli e in generale questa prima parte dell’opera che procede sotto il segno di Ernest Everhard, poco può forse dire al lettore moderno che non sia un vero appassionato di Jack London e del suo universo culturale e mentale. È ben possibile che queste teorizzazioni risultino troppo semplificate per il filosofo o per lo storico delle idee filosofiche e al contempo troppo – e forse inutilmente – elucubrative per il lettore di romanzi, specialmente per il lettore moderno che gradirebbe, più di cent’anni dopo l’impellenza di questa sensibilità politica e filosofica, procedere con la trama piuttosto che sentir parlare nel dettaglio di una produzione di fabbrica e delle sue implicazioni sociali ed economiche.

Il Tallone di ferro, parte seconda: nel segno di Avis Everhard.

Se dunque la prima parte del romanzo risulta a tratti prolissa e procede con estrema lentezza pur gettando le basi delle vicende della coppia di protagonisti e mostrando alcune interessanti parabole di personaggi paralleli ma minori, diversa è la questione della seconda parte scritta nel segno di Avis Everhard.

Venuta meno – per motivi che il lettore scoprirà da sé – la figura di Ernest Everhard, Avis si dà alla vita rivoluzionaria nel momento più acceso della repressione antirivoluzionaria. In questa seconda metà del libro la narrazione si fa molto più avvincente e dinamica e queste pagine possono essere prese come un convincente esempio di narrativa d’avventura che si tinge di colori apocalittici: persino le parti «teoriche», cioè quelle dove la narrazione si interrompe per rendere conto di fatti più ampi, non riguardano qui una teoria del socialismo, ma riportano gli eventi della guerra che scoppia tra i socialisti e i loro nemici reazionari. Sfocia quasi nella fantascienza politica leggere di questa società ingiusta e, per London, futura che cambia strutturalmente e politicamente. London si dimostra per altro un impressionante precursore dei tempi, almeno per il lettore europeo e in particolare italiano, quando descrive le tecniche dell’oppressione militare, gli assalti alle redazioni della stampa rivoluzionaria, la guerriglia urbana, le tecniche della lotta clandestina: sembra per certi versi di ripercorrere scenari vissuti nella storia del Novecento europeo o in alcuni attuali scenari di guerra mediorientale.

Il «popolo dell’abisso».

Ma la parte più coinvolgente – sarebbe da usare di nuovo l’aggettivo

Un’edizione italiana del “Popolo dell’abisso” di Jack London (ed. or: 1903) (Fonte: www.ibs.it)

impressionante, in modo del tutto giustificato – di questa seconda metà è l’immagine del popolo dell’abisso, quel sottoproletariato urbano – come lo definirebbe probabilmente un socialista – ridotto quasi in schiavitù che a un certo punto del romanzo si ribella nell’immaginaria, quanto anche questa fallimentare, «comune di Chicago». Scrive London, sempre per voce di Avis:

«Avevo già visto il popolo dell’abisso, ero stata nei suoi ghetti e pensavo di conoscerlo, ma mi resi conto che lo vedevo soltanto adesso per la prima volta. La sua muta apatia era svanita. Ora era una forza in movimento, uno spettacolo affascinante e spaventoso. Si sollevava di fronte ai miei occhi in una densa ondata di ira, ringhiando e brontolando, carnivoro, ubriaco del whisky dei magazzini saccheggiati, ubriaco di odio, ubriaco di brama di sangue. Uomini, donne e bambini, vestiti di stracci e cenci, oscure intelligenze feroci i cui lineamenti avevano perso le sembianze divine e avevano impresse quelle diaboliche, scimmie e tigri, bestie da soma anemiche, tisiche e pelose, volti esangui da cui la società vampira aveva succhiato la linfa vitale, forme gonfie ingrossate dall’obesità e dalla corruzione fisica, megere avvizzite e teste di morto barbute come patriarchi, gioventù putrefatta e putrefatta vecchiaia, volti di demoni, mostri deformi, ricurvi, sfigurati dalla devastazione della malattia e dagli errori della denutrizione cronica, rifiuto e feccia della vita, un’orda furiosa, urlante, stridente, demoniaca». (p. 217)

Il popolo dell’abisso, come London chiama quest’«orda», titolandole anche il Capitolo 32 da cui questo passo è tratto, è tra l’altro il titolo di una precedente opera d’inchiesta dello scrittore, svolta nei quartieri operai di Londra e pubblicata nel 1903; ed è probabile che in un momento precedente dell’opera, quando Avis viene condotta in visita nei quartieri di questo popolo di semi-schiavi, London ricordi e riporti, almeno a livello di atmosfera, parte della sua personale esperienza.

I personaggi: Ernest e Avis Everhard.

Se il London socialista o socialisteggiante non perde mai d’occhio – specialmente in un romanzo ideologico come questo Tallone di ferro – la dimensione collettiva dell’umanità, degli aggregati umani, è altrettanto vero che London non sarebbe London senza la dimensione individuale, che trova ovvia e naturale sede nello sviluppo dei personaggi principali delle sue storie: qui, naturalmente, i personaggi principali sono Ernest Everhard e sua moglie Avis Everhard.

Ernest Everhard – al quale, sia detto per pura curiosità, sembra che Ernesto «Che» Guevara debba il suo nome – è un personaggio che pare privo di una sua evoluzione. È un personaggio quasi ideale da quanto perfetto, lo troviamo già perfetto così com’è e lo abbandoniamo non meno perfetto: lo stesso «manoscritto Everhard» è, a detta del curatore, un suo elogio persino esagerato. Il suo fallimento è a posteriori e non ci viene testimoniato. Sarà per questo che quando di fatto sparisce verso la metà del libro e gli subentra come fulcro degli eventi la moglie Avis, il lettore di oggi compie un respiro profondo e viene quasi attraversato, a voler essere cattivi, da un senso di liberazione.

Avis è diversa da Ernest. Ha una sua evoluzione quando da borghese abbraccia in modo progressivo ma inevitabile – prima teorico e poi pratico, assoluto e totalizzante – la causa socialista del marito: e lo fa prima di tutto perché è follemente innamorata del marito, di questo uomo prestante, forte, visionario e intelligente. Spiace che purtroppo London non si soffermi più di tanto sui travagli interiori che questa trasformazione avrebbe probabilmente dovuto comportare: è forse un tributo pagato alla dimensione ideologica e collettiva del romanzo, ma almeno c’è la testimonianza di un cambiamento, sappiamo che questo cambiamento avviene realmente anche se difficilmente ne cogliamo la profondità psicologica. A differenza del marito Ernest, Avis è umana, compie un percorso, ha i suoi timori, prova, si costruisce per gradi. È purtroppo, per certi versi, una donna che vive all’ombra del marito, che vorrebbe sempre avere a fianco il marito e che si sente esplicitamente incompleta senza il marito: in questo una donna tutta tradizionale e forse – direbbero alcuni – evidentemente partorita da una mente maschile, una donna che non è mai sola, ma nella narrazione ha sempre una figura maschile che le sta accanto, la toglie dai guai e la protegge.

Ernest e Avis come Martin e Ruth?

Ci sono certi aspetti di questa coppia che fanno pensare – anticipandoli, magari, in tono minore – ai Martin e Ruth di quello che è probabilmente uno dei vertici assoluti della narrativa londoniana: Martin Eden, del

Un’edizione italiana di “Martin Eden” di Jack London. (ed. or. 1909) (Fonte: www.ibs.it)
  1. Come il futuro personaggio di Martin Eden e come lo stesso Jack London, infatti, anche Ernest è un lavoratore «proletario» che da solo si è costruito una cultura e ha aderito coscientemente – lui – alla causa socialista, ma in qualche modo Ernest è un Martin Eden meno interessante, già arrivato al punto e privo di evoluzione; per giunta privo di dissidi interiori. Come Ruth un paio d’anni dopo, anche Avis rimane affascinata dalla prestanza fisica di Ernest, anche se Ruth non ha certo il carisma di questa sua sorta di precorritrice: e la prestanza fisica, la quasi ferinità dei personaggi, non è un dettaglio trascurabile nell’universo londoniano che agisce spesso secondo le leggi della giungla e del mondo animale. Al contrario di Ruth, Avis è curiosa, attiva e non rimane assolutamente all’interno dei suoi confini mentali di borghese: compie anzi l’evoluzione che, per certi versi e in modo molto più approfondito, compirà poi Martin Eden, avendo in questo forse il germe di quello stesso, futuro, personaggio. Come detto, Avis sconta probabilmente il suo iniziale ruolo di personaggio secondario e narratore – una sorta di femmineo e altrettanto umano Watson narratore del perfetto e inarrivabile Sherlock – in un’evoluzione che pare sempre insufficientemente raccontata e testimoniata, anche a dispetto della centralità narrativa che la donna recupera nella seconda metà del libro.

Il Tallone di ferro non è forse, dal punto di vista narrativo, la migliore opera di London: sconta anche lui la sua dimensione ideologica che ne arresta buona parte della prima metà, mentre si riprende con maggior vigore – e con punti di possibile eccellenza – nella seconda. È comunque un’opera profondamente londoniana, per caratteristiche sia tematiche che narrative e in quanto tale diventa imprescindibile per ogni vero estimatore dello scrittore statunitense.

*Immagine di copertina: Jack London (1876-1916) (Fonte: www.play.google.com)