Noi, egiziani-armeni scampati al genocidio vi diciamo che si può convivere Intervista agli autori del documentario "We Are Egyptian Armenians", una testimonianza di come l'Egitto abbia accolto i cristiani e gli armeni in fuga

Valerio Evangelista
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Dal suo Abruzzo ha ereditato la giusta unione tra indole marinara e spirito montanaro. Su Frontiere, di cui è co-fondatore, scrive di diritti umani e religioni.
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Nel 1915, dopo aver resistito strenuamente per mesi alle forze turche sul Musa Dagh, oltre 4000 armeni sono fuggiti a bordo di navi da guerra francesi in quella che viene considerata la prima operazione di soccorso civile mai registrata. Il loro sbarco a Port Said ha segnato un punto di svolta nella ricca e complessa storia della comunità armena in Egitto (la cui presenza risale al VI sec.). Le migliaia di rifugiati in fuga dal Genocidio hanno avuto un forte impatto nella cultura egiziana, raccontato dal regista Waheed Sobhy nel nuovo documentario “We Are Egyptian Armenians“.

“È un messaggio di tolleranza e accettazione”, ha dichiarato a Frontiere la ricercatrice Hanan Ezzat, produttrice esecutiva del film. “L’Egitto ha aperto le porte a genti da tutto il mondo, permettendo una straordinaria simbiosi di culture”.

Il documentario raccoglie le storie degli armeni in fuga dai massacri, condivise e trasmesse generazione dopo generazione. “L’Egitto ha dato agli armeni gli stessi diritti di cui godevano i cittadini. Hanno potuto conservare la propria lingua e la propria cultura. Hanno costruite scuole, circoli sportivi e chiese”.

Il documentario è stato realizzato in collaborazione con la sceneggiatrice Eva Dadrian. Il film è stato proiettato al Cairo International Film Festival 2016, ed ha anche partecipato all’International Documentary Film Festival di Amsterdam e al Karama Human Rights Film Festival in Giordania.

“La presenza degli armeni in Egitto risale a moltissimo tempo fa, ben prima del Genocidio in Turchia. Nell’era fatimide uno dei più importanti visir era l’armeno Badr el-Deen el-Jamaly.

Quando avvennero i massacri hamidiani, nel 1894-1896, l’Egitto accolse 2000 rifugiati armeni, molti dei quali ricoprirono cariche pubbliche. E lo sheikh Salim al-Bishri, il Grande Imam di al-Azhar (il titolo più prestigioso del mondo islamico sunnita e la più importante carica ufficiale religiosa dell’Egitto sunnita) emesse una fatwa per criminalizzare e proibire eventuali omicidi avvenuti contro cristiani ed armeni all’interno dell’impero ottomano. “All’epoca l’Egitto era parte dell’Impero Ottomano, e questo consentì una più facile immigrazione per sfuggire alle persecuzioni. Gli armeni scelsero l’Egitto perché lì si trovava la più grande comunità armena nella regione”.


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Un censimento del 1927 ha mostrato che in Egitto la comunità arrivò a più di 17mila membri, concentrati soprattutto nel Cairo e in Alessandria. Stabilitisi in Egitto, i rifugiati armeni poterono fiorire artisticamente, culturalmente e commercialmente. Le cose però cambiarono con la Rivoluzione del 1952, ai cui inizi la comunità armena in Egitto contava, secondo alcuni storici, di circa 40mila persone. Il socialismo nasseriano si scagliò con forza contro questa comunità, i cui membri erano principalmente coinvolti in attività professionali di tipo privato e autonomo. All’ascesa del nazionalismo panarabista seguì la confisca dei beni, la limitazione dei diritti civili e la restrizione delle libertà. Si registrò dunque un nuovo flusso migratorio verso l’Occidente, soprattutto verso l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia.

“Dopo il 1952”, raccontano a Frontiere gli autori del documentario, “il sistema economico nazionale subì un cambiamento epocale. La maggior parte degli armeni erano proprietari di fabbriche e negozi (cosa abbastanza comune, nell’Egitto pre-rivoluzione, per molte comunità straniere, tra cui anche quella italiana, francese e greca). Abd el-Nasser nazionalizzò la maggior parte delle fabbriche, e questo spinse in molti a fuggire”.

L’influenza armena nell’arte e nella cultura egiziana è immensa. “Armeno era Ohan Hagop, primo designer e realizzatore di videocamere per la produzione cinematografica in Egitto, nonché direttore della fotografia in molti film egiziani”. Il cinema dello stato nordafricano deve molto al contributo di questa minoranza: “Le attrici Nelly, Feirouze e Lebleba, così come i produttori Nassibian e Takvor Antonian, erano discendenti di rifugiati armeni. Anche la cantante Anoushka, il fumettista Saroukhan, i pittori Zorian e Rose Papazian Chant e lo scultore Armen Agop sono di origine armena”.

La comunità degli armeni in Egitto oggi è formata da circa 6000 membri. “Si sentono parte dell’Egitto. E per noi sono egiziani come gli altri”. A differenza delle minoranze armene in Libano e Siria, gli armeni egiziani tendono a non essere coinvolti nella politica nazionale di oggi, sebbene in molti lavorino per varie istituzioni egiziane, politiche e apolitiche.

“Gli armeni vivono le dinamiche sociali e politiche che colpiscono l’intero popolo egiziano. La vita sotto Mubarak e Morsi era grossomodo la stessa per gli armeni e per gli altri egiziani, così come lo è adesso sotto Sisi”.

All’inizio Waheed Sobhi e Hanan avrebbero voluto incentrare il documentario sul fotografo armeno-egiziano Van Leo (al secolo Levon Alexander Boyadjian). Ma l’incontro con Eva Dadrian, membro della comunità, ha dato altri spunti al regista. “Eva ci ha presentati il signor Proudian, un armeno di 95 anni che era andato a scuola con Van Leo. Parlare con lui ci ha fatto scoprire quanto profondamente radicata fosse la comunità armena in Egitto. Volevamo mostrare il contributo armeno alla cultura egiziana, un tributo a questa comunità. Il nostro messaggio è rivolto soprattutto ai giovani egiziani: la prosperità dell’Egitto aveva le sue radici nella diversità, nella tolleranza e nel mix unico della popolazione egiziana”.


Valerio Evangelista