Pitzinos in sa gherra di Anna Fresu - in copertina: dipinto di Malangatana Ngwenya

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Storie di bambini-soldato e di un’amnesia collettiva


Secondo stime dell’Unicef, sono circa 250.000 i bambini coinvolti in conflitti armati in tutto il mondo. Usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia. Ambientati in Nigeria, Congo, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Mozambico, Sri Lanka, molti sono i libri che affrontano, con carattere diverso, questo argomento. Scritti con passione e sapienza, con un linguaggio ricco ed originale, capaci di suscitare empatia, scalfire il cuore e la mente, leggerli ci permette di entrare in questa realtà dolorosa, capirne i meccanismi che l’hanno determinata e che la regolano e soprattutto non dimenticare mai che le vittime principali dell’avidità, delle ingiustizie, delle guerre sono sempre i bambini e le bambine, qualunque sia il ruolo da loro giocato. 

Trenta, quaranta, cinquanta,
mitragliatrice canta
a tenore.
Tutti seduti giù per terra.

 Quaranta, cinquanta, cinquantuno
ferite di coltello
nel cuore.
Tutti seduti giù per terra,
pitzinnos in sa gherra.

Mene, Laokolé, Birahima, Penete, Severino, Ishmael, Pratheepa… nomi, bambini e bambine o poco più, in paesi confinanti o distanti miglia e miglia fra loro, lontani dal nostro placido occidente che ignora i loro nomi che sono tanti nomi, ignora i loro volti che sono tanti volti, ignora le loro storie che sono tante storie.

Storie che apparentemente non ci riguardano o ci toccano solo quando varcano i nostri mari, le nostre frontiere e, ormai forse, è troppo tardi. Storie che sfiorano a volte le cronache, che ascoltiamo, guardiamo distrattamente mentre finiamo di cenare o beviamo un caffè, per poi dimenticarle. Storie che crediamo non ci appartengano, dimentichi che l’umanità è indivisibile. Storie di cui non ci sentiamo responsabili, su cui non ci facciamo domande.

E intanto continuiamo a circondarci di telefonini e computer usa e getta, sempre attratti dall’ultimo modello, a preferire la macchina ai trasporti pubblici, a sognare, magari, un anello di diamanti. Pensiamo di aver diritto a tutto questo, ma preferiamo ignorare da dove provengano coltan, petrolio, diamanti, oro, gas… E quale sia il loro prezzo reale. E non è un prezzo in valuta, è un prezzo pagato con il sangue. Ci commuoviamo se un film hollywoodiano ne parla, o se vediamo qualche bella fotografia col volto e la luce giusta, e poi dimentichiamo.

Sappiamo che ci sono guerre, conflitti che spesso ci spacciano per guerre di religione o di sopravvissute ideologie ma non ci chiediamo mai cosa ci sia dietro e soprattutto “cui prodest”, a chi giovino. Sappiamo che per combatterle si usano le armi ma non ci chiediamo chi le fabbrichi, chi le venda. Sappiamo che come ogni guerra ci sono vittime e carnefici ma volutamente ignoriamo che spesso si confondono.

I nomi che ho citato appartengono a persone vere, a personaggi di romanzi, non per questo meno veri. Romanzi che ci aiutano a conoscere, a capire. Storie di bambini, bambine e adolescenti che la guerra ha strappato bruscamente all’infanzia, alla crescita, al futuro.

Come Mene, il ragazzo che sogna di fare l’autista e di vivere felice con sua madre e Agnes, la ragazza dalle splendide tette. Siamo in Nigeria, in un villaggio sul Delta del Niger, negli anni che vanno dal 1967 al ’70 durante la cosiddetta guerra del Biafra, anche se questo nel libro non viene esplicitato, momento in cui il paese fu devastato in nome dello sfruttamento del petrolio, che avrebbe trasformato territori e villaggi una volta abitati da agricoltori e pescatori in acquitrini di  fango e petrolio, con l’aria impregnata di fumi tossici che ricadono sulla terra come piogge acide e le gigantesche piattaforme petrolifere a pochi chilometri dalle coste. Quel petrolio che costerà la vita a Ken Saro-Wiwa, l’autore di Sozaboy, romanziere e drammaturgo, fondatore del Mosop (Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni) condannato e  impiccato in seguito a un processo-farsa nel 1995.

Dal titolo in italiano sparisce “A novel in rotten English”, difficilmente traducibile in italiano ma che corrisponde al linguaggio in cui l’io narrante (Sozaboy) si esprime, mescolando parole in pidgin (la lingua originariamente usata per le transazioni commerciali fra cinesi ed europei), nigeriano, inglese grammaticamente scorretto e inglese formale. La scelta di questo linguaggio, quasi una lingua franca che attinge essenzialmente all’oralità, permette all’autore di dar voce a chi non ce l’ha e di farsi ascoltare al di fuori dei  confini del suo paese.

L’illusione di attingere ad uno status privilegiato agli occhi del suo villaggio e soprattutto a quelli di sua moglie, spinge Mene a diventare soldato anche a costo di mazzette da offrire ai recrutatori seguendo un abito frequente nella vita quotidiana dei nigeriani. Diviene così, per tutti, Sozaboy, il ragazzo soldato. Soza è infatti una contrazione e deformazione del termine inglese soldier. E soza d’ora in poi sarà tutto: sozaboy, sozacapitano, sozaguerra, sozamondo. Un mondo stravolto da una guerra che nessuno capisce, dove capita di combattere a volte per i governativi, a volte per i ribelli; dove la corruzione regna ovunque, non fa distinzioni; dove si gioca e si perde tutto.

Dove la guerra non è la causa primigenia di miseria e violenza, bensì ulteriore  strumento  di sottomissione, di distruzione della ragione, della capacità di intendere e di opporsi, di costruire una società diversa e più giusta.

Come un novello Ulisse africano, Sozaboy attraverserà varie vicissitudini cercando di tornare a casa, da sua madre e da sua moglie. Meno fortunato di Ulisse, però, non ritroverà più niente ad attenderlo, perché la guerra ha distrutto tutto: ricordi, affetti ma soprattutto la possibilità, l’idea di un futuro. Quanto alla guerra, poi, Mene dirà:

Ma ora, se qualcuno viene a dirmi qualcosa della guerra, o anche del combattimento, io mi metterò soltanto a correre e a correre e correre e correre e correre. Credetemi, sinceramente vostro”.

Anche Birahima, il protagonista di Allah non è mica obbligato, di Ahmadou Kourouma, racconta la sua storia con un linguaggio speciale che mischia parole malinké, un francese sgrammaticato da p’tit nègre e parole con tanto di definizioni tratte dai dizionari Larousse o Petit Robert, l’Harrap’s o l’Inventario delle particolarità lessicali del francese in Africa nera:

… perché il mio blablà sarà letto da vari tipi di persone: dai tubab (tubab significa bianco) coloni, dai neri indigeni selvaggi d’Africa e dai francofoni di ogni calibro (calibro significa genere)”.

In cammino per raggiungere la zia, cui è stato affidato dopo la morte della madre, Birahima attraverserà l’Africa occidentale, dalla Guinea alla Costa d’Avorio, dalla Liberia alla Sierra Leone accompagnato da Yacuba, faccendiere e imbroglione. Per sopravvivere Yacuba si improvviserà stregone, grigriman, colui che prepara gli amuleti che proteggono dalle pallottole e rendono immortali; mentre Birahima diventerà uno small-soldier, un bambino soldato, riempito di droga e costretto ad uccidere. Coinvolto in una guerra di cui niente si capisce, i cui capi mascherano malamente dietro rivendicazioni politiche la loro avidità di denaro e di potere, dove su tutto regnano crudeltà e corruzione, dove l’oscurantismo mascherato da tradizione favorisce la sottomissione e il dominio di deboli e sprovveduti, Birahima riesce a destreggiarsi con ingenuità ed ironia e la ferma convinzione che Allah non è mica obbligato ad essere buono e misericordioso.

Durante la guerra scoppiata in Congo nel 1997, si svolge la storia di Johnny Mad Dog di Emmanuel Dongala. La guerra è raccontata attraverso gli occhi di Laokolé, una ragazza di sedici anni che crede nel futuro e di Johnny, detto Mad Dog, cane pazzo, suo coetaneo che però crede solo nel presente e che usa la violenza per allontanare il passato e non pensare all’impossibilità del futuro.

In questo mondo senza più speranza si inserisce la tragedia dei bambini-soldato strappati ai loro villaggi, ai loro familiari  che spesso vengono costretti ad uccidere, obbligati con la forza ad unirsi ai gruppi armati, ad ubbidire ciecamente ai loro capi che ricorrono alle superstizioni e alle droghe per controllarli, privati di ogni umanità o residuo di infanzia, spinti alla razzia e armati di un fucile:

Per il senso di potere che può darti un fucile. Per essere padroni del mondo. Per tutte queste cose, sì. Ma i nostri capi e il nostro presidente ci hanno vietato di dirlo. Ci hanno ordinato di dire a chiunque ci ponga delle domande  che combattiamo per la libertà e la democrazia, e questo per attirarci le simpatie del mondo esterno”.

Johnny non può accettare che Laokolé lo ritenga un assassino perché, dice:

Non sono un assassino. Faccio la guerra. Si uccide, si incendia e si violentano le donne. È normale. La guerra è così, dare la morte è naturale, ma non vuol dire che sono un assassino”.

Ed è questa convinzione, questo orrore, che ci accompagna per tutta la lettura del libro, questo senso terribile della normalità dell’uccidere e anche del morire, la percezione dell’ineluttabilità della guerra. Dell’eterna banalità del male.

Per scrivere La gabbia vuota – l’oscura notte dei bambini soldato in Mozambico, Ungulani Ba Ka Khosa si chiuse per mesi in una casa isolata, in una solitudine quasi totale, perché:

Ripercorrere la lunga notte del conflitto fra mozambicani fu un’esperienza dolorosa e traumatica. Non mangiava, non dormiva e vomitava, quasi rivivendo sul suo stesso corpo gli orrori che descriveva”.

Gli orrori di una guerra che oppose mozambicani a mozambicani, una lunga guerra iniziata alla fine degli anni ’70 e durata fino al 1992, quando finalmente si firmarono a Roma gli accordi di pace fra il FRELIMO e la RENAMO, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

Dopo aver condotto il paese all’indipendenza, il FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) si era costituito partito unico, e aveva imposto la linea marxista leninista di centralizzazione del governo e nazionalizzazione delle risorse in un tentativo, non sempre corrisposto, di superamento dell’organizzazione sociale e della cultura tradizionale per favorire il processo di modernizzazione della nazione. Il suo appoggio, inoltre, ai movimenti antiapartheid in Sudafrica e Rodesia portò alla creazione della RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), sostenuta dal Sudafrica e dalla Rodesia con l’apporto degli Stati Uniti d’America e frange disperse dei movimenti coloniali portoghesi  che incontrò anche il favore di contadini che resistevano ai nuovi progetti di sviluppo.  Agli inizi degli anni ’80 la RENAMO mise in atto una serie di attacchi contro le strutture del paese come ferrovie, scuole, ospedali dando il via a una guerra civile che provocò circa un milione di morti, di cui il 95% vittime civili. Conflitto che, purtroppo, malgrado gli accordi di pace e le successive elezioni, continua ad avere i suoi strascichi anche nel presente.

I minori rapiti dalla RENAMO e istigati a combattere a forze di droghe e parole d’ordine di cui sfuggiva loro il senso furono circa 3000.

Di questo parla La gabbia vuota, di questi bambini strappati alle famiglie, costretti spesso ad uccidere la madre o il padre e a dare continue prove di efferatezza; parla di quest’infanzia perduta perché “Gli hanno dato armi e non sogni. E le armi non sognano. Le armi creano necessità”.  Bambini cresciuti nel sangue e che non potranno più ricreare il mondo, l’infanzia, che hanno perduto. Bambini, ragazzi senza passato e senza futuro. Come Penete che si porta dietro una gabbia vuota come fosse una cartella da scolaro e che cerca di riempire invano di sogni, di usarla per custodire immagini di quella storia da cui è stato strappato. Penete che:

Vive con la sua gabbia di sogni ma prima o poi la distruggerà, la brucerà. E se questo non avverrà, sarà la gabbia a marcire per conto suo. Il cuore del ragazzo cambierà. Diventerà come quello degli altri. Qui nessuno si salva. La morte ci è sempre vicina… È come l’ombra”.

E quella gabbia Penete sarà costretto ad abbandonarla in una fuga che Severino, l’amico che la guerra ha trasformato in crudele assassino, intraprenderà per preservare l’innocenza di quel bambino più piccolo di lui che quel fucile che porta in spalla non l’ha mai usato, e alle sue proteste per tornare indietro e riprendere la sua gabbia dirà:

Dimenticala!… Cerca di dimenticare la gabbia, Penete. Un giorno capirai. Ora non abbiamo tempo per sognare”.

Storie di bambini condannati, dove non c’è posto per la speranza, per un’idea di futuro. Dove anche la fine della guerra (che poi sembra non avere mai fine) porterà a una pace imperfetta. Dove non sarà facile per questi bambini a cui l’infanzia è stata rubata, tornare “a casa” anche le rare volte in cui la casa c’è ancora. Il loro passato di violenza non sarà facilmente accettato dalla comunità e solo a volte, dopo “rituali di purificazione”, potranno continuare a vivere nei villaggi d’origine. La maggior parte di loro finirà con l’accrescere il numero dei bambini di strada nelle grandi città dove continueranno a vivere, a sopravvivere, rubando, prostituendosi, o cercando resti di cibo nelle discariche, sotto l’occhio indifferente di chi passa.


L’ARTICOLO È PARTE DEL 6° NUMERO DE LA MACCHINA SOGNANTE, UNA RIVISTA DI SCRITTURE DAL MONDO. OGNI SETTIMANA FRONTIERE NEWS PUBBLICA UN ARTICOLO SELEZIONATO DALLA REDAZIONE DE LA MACCHINA SOGNANTE.

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