Altri modi di distribuzione e commercializzazione sono possibili di Nazaret Castro - Pikara Magazine

FacebookTwitterGoogleTumblrLinkedInPinterest


Il saggio “La dittatura dei supermercati”, pubblicato dalla editrice Akal, rivede come l’oligopolio della grande distribuzione – supermercati, ipermercati, grandi magazzini, catene di distribuzione dei libri, tessile e cosmesi – determina non solo come, ma anche ciò che compriamo. Tuttavia, ci sono alternative. Segue un estratto dal capitolo finale, dedicato a queste ultime.


Se il consumo è un atto politico, forme alternative di consumo aiutano a visualizzare l’intreccio di interdipendenze e strutture di potere che sono alla base del sistema di produzione capitalistico, e che nella fase attuale della globalizzazione, ha come protagoniste le grandi transizioni, tanto nella produzione quanto nella distribuzione.

Allo stesso tempo, queste proposte dell’economia solidale avanzano possibili percorsi verso un mondo oltre il capitalismo e le idee egemoniche di progresso e di sviluppo. Considerando che, come segnala l’economista argentino José Luis Coraggio, l’economia sociale e solidale è una proposta transazionale di pratiche economiche di azione trasformativa, verso un’altra economia, che vanno oltre l’accumulazione del capitale come un principio organizzatore.

Ma ci sono alternative al modello dominante della grande distribuzione? O, in altre parole, come convincere i cittadini che sono già stati convinti dei vantaggi di acquistare in un supermercato, a cercare alternative di consumo più sostenibili e più giuste, sia nei negozi di quartiere che nelle iniziative ed esperienze di ogni tipo che stanno emergendo dall’Economia Solidale?

I gruppi di consumo

Sono in aumento le persone che percepiscono gli effetti perversi del modello di distribuzione egemone e iniziano a cercare canali alternativi. Cooperative o associazioni dei consumatori, la cui attività, avviata anni fa, si basa sul rapporto di fiducia tra consumatori e agricoltori o produttori; si eliminano intermediari e i cesti alimentari sono venduti direttamente alle famiglie. Il meccanismo è semplice: un gruppo di persone è auto-gestito e ha contatti con una serie di produttori agro-ecologici nella regione. Essi si coordinano con altri gruppi tramite coordinamenti in ambiti più ampi per accedere a una maggiore lista di prodotti di consumo (miele, latte, uova, salsicce, vino, etc.).

Essendo prodotti biologici, si evitano i costi sociali e ambientali di alimenti chilometrici, consentendo una dieta più sana e contribuendo a sostenere o generare la produzione locale. Ma vanno ben oltre: danno visibilità ai produttori e rompono con il feticismo della merce e promuovono le relazioni sociali di fiducia e solidarietà, rompendo con l’approccio utilitaristico del sistema capitalista e creando comunità e tessuto sociale. Incontri di gruppo possono rispondere inizialmente alla particolare motivazione di accesso a cibi sani, ma spesso finiscono per essere uno spazio di discussione politica sul consumismo e la vita di quartiere.

Inoltre aiutano il consumatore urbano ad avvicinarsi alla campagna e creare un rapporto diverso con la natura; per esempio, ricordando che la frutta e la verdura non sono disponibili in ogni stagione, ma solo per pochi mesi. Queste relazioni di fiducia con il produttore significano, da un lato, che il consumatore può conoscere la tracciabilità del prodotto, ottenendo informazioni su ogni fase del ciclo di vita di quel cibo, e d’altra parte, il consumatore paga un prezzo equo. A volte, ogni gruppo di consumo seleziona un numero di prodotti che facilitano il produttore; altre volte, è selezionato in un sacchetto (che il produttore seleziona) cibo disponibile in quella stagione.

Una terza opzione è chiamata cooperativo unitario: attraverso un canone fisso mensile, che garantisce costi di copertura di produzione annua, viene distribuito un sacchetto di prodotti equi fra le cooperative. Significa maggiore coinvolgimento perché i rischi che possono sorgere sono condivisi con l’agricoltore. Forse il progetto di riferimento all’interno dell’agroecologia autogestita è rintracciabile ne “l’asfalto è la Huerta” (BAH), una cooperativa in cui vengono prodotti, distribuiti e consumati cibi biologici collettivamente dai partner. Esso è finanziato attraverso le tasse e i soci, che differiscono da lavoratori che firmano un impegno annuale di progettazione e produzione.

Il mercato sociale e valute alternative

Un passo decisivo nella costruzione di un’altra economia passa attraverso la creazione di mercati sociali. Le organizzazioni sociali, articolate attraverso la Rete di Alternative e economia solidale (REAS), concepiscono il mercato sociale come “uno spazio alternativo per la produzione, il marketing, il finanziamento e il consumo”, che mira ad “attuare i principi della solidarietà e dell’economia”, come raccontato da Carlos Askunze, coordinatore del REAS Euskadi2, che definisce il mercato sociale come “una rete di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi lavorati con criteri ecologici, democratici, etici e di solidarietà, costituito da aziende e organizzazioni di consumatori o consumatori individuali e collettivi”.

Costruire un mercato sociale comporta necessariamente una costruzione territoriale locale, che nel processo di creazione e consolidamento del mercato stesso sta sviluppando i propri strumenti di distribuzione e di commercializzazione; in tutto lo stato le REAS e altre organizzazioni sociali coinvolte hanno creato un portale web di sensibilizzazione al consumo responsabile, che permette anche l’accesso a mappare questi mercati.

Tra le caratteristiche di base della proposta è la scommessa per la sovranità alimentare, l’affermazione che i produttori ed i nuovi produttori controllino la vendita e la distribuzione dei loro prodotti, la creazione di “uno spazio in cui i cittadini possano esercitare un’opzione con l’impegno sociale”, scrive Carlos Askunze.

Parte di questa creazione in movimento è l’uso in questi mercati sociali, fiere autogestiti, ecc, di valute sociali e alternative alla moneta legale. Come nota Askunze, “la valuta sociale è uno strumento per raggiungere relazioni economiche più eque”. Nello Stato spagnolo esistono esperienze consolidate come Puma Zoquito a Siviglia e Jerez de la Frontera. Altre iniziative, come l’Ecosol Boniato a Madrid e in Catalogna, sono nate e legate allo sviluppo dei mercati sociali.

Così, ad esempio, il mercato sociale di Madrid dice sul suo sito web che la moneta complementare, creata in questo circuito, permette di “mantenere i clienti e aumentare le vendite, con l’obiettivo di ampliare l’impatto dell’economia solidale e creare reti larghe affinché possano funzionare con una valuta in base a criteri economici non capitalistici. Questa iniziativa, come con tutte le esperienze della SSE, ha due obiettivi. Il primo è raggiungibile nel breve termine, e ha a che fare con un immediato e molto specifico interesse: i produttori che non riescono a commercializzare i loro prodotti nel sistema egemonico della grande distribuzione moderna e i consumatori critici che si rifiutano di contribuire con i loro acquisti ad un sistema profondamente ingiusto e insostenibile.

Una seconda dimensione trabocca nel medio e lungo termine, e ha a che fare con l’andare a plasmare soggettività, insegnare a consumatori e produttori, o, come direbbe l’argentino José Luis
Coraggio, altri modi di produrre, distribuire, commercializzare e consumare sono non solo possibili ma già esistono.


Su gentile concessione di Pikara Magazine

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Luca La Gamma]

Redazione