Memorie e amnesie del colonialismo italiano di Viviana Gravano e Giulia Grechi

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Di certo, a partire dalla rappresentazione più o meno veritiera che diamo del nostro passato, noi costruiamo la
nostra identità presente e soprattutto futura e su questa base ci raccontiamo, ci relazioniamo agli altri da noi,
produciamo insomma cultura. Memoria, cultura e identità sono, da questo punto di vista, tre modi diversi di mettere
in prospettiva una stessa realtà.” P. Violi (Violi, 2014:7)

In tempi relativamente recenti anche l’Italia ha iniziato in maniera sistematica a interessarsi del proprio passato coloniale. La storiografia sull’argomento risale certamente a diversi anni prima, ma solo negli ultimi anni la questione della rimozione del colonialismo italiano ha iniziato ad avere due nuovi essenziali input: un forte interesse accademico a livello internazionale, in particolar modo nei dipartimenti di Italian Studies; un ampliamento dell’interesse dal solo campo della storia in senso più classico ad altre discipline come gli Studi Culturali o l’Arte.

Accanto ai numerosi ricercatori hanno iniziato a lavorare diversi artisti visivi e performativi. Questa seconda “novità” è senza dubbio il nostro campo di interesse, ed è a nostro modo di vedere, la vera chiave passepartout per fare in modo che il vero e proprio “vuoto di memoria” italiano venga riempito, non solo di dati e notizie, ma anche di immagini che possano evocare e quindi spingere a pensare e ad assumere come nostre alcune istanze che non hanno a che vedere solo con il passato, ma con assolute e stringenti urgenze del presente.

Occorre in primo luogo proporre una piccola battaglia di principio: da diversi anni per ciò che riguarda le questioni legate alla memoria di grandi traumi recenti come il nazismo o la Shoa, ma anche le dittature più recenti di alcuni paesi dell’Asia e quelle dell’ex blocco dell’Est europeo, si è iniziato a parlare di Difficult Heritage, partendo da una definizione ormai più che nota data dalla studiosa inglese Sharon Macdonald (Macdonald, 2008).

Nei testi della stessa ricercatrice e in tutta la letteratura seguente non si fa mai cenno all’idea di inserire il colonialismo europeo nel contesto della Difficult Heritage, cioè facendolo rientrare in quella categoria di traumi che hanno modificato in maniera radicale l’identità di un luogo e di una comunità, e ancora oggi ne impediscono la risoluzione. La proposta è di inserire il colonialismo come Difficult Heritage non solo per le popolazioni che hanno subito la colonizzazione, come è ovvio e doveroso che sia, ma anche per le nazioni colonizzatrici.

La costruzione politica del colonialismo moderno corrisponde all’affermazione di un principio che ha dominato per oltre un secolo e mezzo la cultura Europea che costruiva il suo sistema capitalistico, e oggi ancora determina politiche e atteggiamenti etici che definiscono un aspetto essenziale dell’identità dei cittadini.

In altre parole, il ricordo della stagione coloniale produce due effetti devastanti: il suo ricordo nitido consolida un’idea insana di superiorità, legata a un concetto di razzializzazione (Lombardi Diop, Giuliani, 2013; Lombardi Diop, Romeo, 2014) del mondo che è ancora più che presente nella cultura sia popolare che accademica europea; all’opposto, la rimozione, la cancellazione e la rilettura revisionista di quel periodo costruisce una narrazione giustificativa, che non ha solo a che vedere con le nefandezze del passato ma disegna le politiche dei respingimenti dell’oggi.

In questo contesto si inseriscono tre lavori video e filmici realizzati da altrettanti artisti italiani che sono usciti quasi in contemporanea: Asmarina di Alan Maglio e Medhin Paolos, Negotiating Amnesia di Alessandra Ferrini e If only I Were that Warrior di Valerio Ciriaci, tutti usciti nel 2015.

Alan Maglio e Medhin Paolos sono ambedue italiani e abitano a Milano e Medhin è nata da una famiglia di origini eritree; Alessandra Ferrini è un’italiana che vive a Londra da tredici anni; Valerio Ciriaci è un italiano che vive a New York.

L’elencazione di queste brevi note biografiche non è cronachistica ma serve a chiarire subito da dove arrivano questi artisti di ultima “generazione” che lavorano oggi sul colonialismo italiano in maniera esplicita. 
Le voci che si levano in maniera limpida su questa questione, come vedremo collegando perfettamente passato e presente, sono di italiani che non vivono in Italia e di un’italiana che ha un legame personale forte con le ex-colonie.

Questo solo per dire che in Italia di fatto non esiste una vera cultura artistica che abbia lavorato nel tempo sul tema della nostra memoria coloniale rimossa. Se in questo c’è una colpevolezza di fondo del mondo accademico che ha raramente affrontato il tema degli immaginari coloniali, e non ha pressoché mai tentato un reale confronto con gli artisti per trovare insieme una strategia di “riempimento” del vuoto di memoria italiano, d’altro canto i nostri artisti non hanno sentito la necessità, come accade da decenni ormai in tutto il resto del mondo si può dire, di affrontare un tema tanto complesso quanto essenziale.

Nelle tre le opere che analizziamo, le voci narranti partono da un racconto che non è quello de “la storia” ma quello de “le storie”. Le narrazioni ufficiali del colonialismo hanno costruito una serie di immaginari ad hoc che potessero permettere prima di tutto la rimozione politica già dall’immediato dopoguerra della virulenza del nostro colonialismo. Quelle narrazioni hanno però rimosso un altro dato essenziale: nel programma di Mussolini, che sapeva bene di essere il dittatore di uno stato/nazione inesistente, che in poco più di cinquanta anni non aveva raggiunto nessuna unità di fatto, le colonie servivano proprio a creare l’uomo nuovo, il “nuovo italiano”.

La possibilità di vedere l’Italia proiettata fuori dai suoi confini come potenza imperiale che si afferma in mezzo alle altre potenze europee, era la cartina di tornasole per costruire un’idea di italianità. Come realizzare questo sogno? Provando a identificare l’italiano colonizzatore con i suoi antenati antichi romani che per primi avevano portato la “civiltà” in quelle antiche terre dominate da “selvaggi”.

“If only I Were that Warrior” di Valerio Ciriaci

Uno dei personaggi centrali del racconto del documentario di Valerio Ciriaci è Giuseppe, un agronomo della FAO mandato in missione ad Addis Abeba che deve insegnare ai contadini locali come coltivare, in aree molto aride, alberi da frutta. Il film si apre proprio con Giuseppe che guarda una grande distesa di terra arida, vestito da moderno esploratore, con abbigliamento color militare e il cappello tipico degli “occidentali” nel deserto, che prima guarda l’orizzonte e poi si lancia in una sorta di corsa. Giuseppe nel film è uno dei fili conduttori e racconta della sua passione per la guerra e le imprese militari, e della sua emozione nel poter camminare lì dove hanno camminato gli antichi coloni italiani.

Il suo atteggiamento quando parla dei contadini locali è paternalistico e tende sempre a infantilizzarli, in maniera da giustificare il suo generoso ruolo sul posto. Durante l’invasione coloniale italiana una delle figure cardine di Mussolini, oltre e dopo quella del militare, fu proprio quella del colono italiano, contadino esperto che andava a insegnare ai “selvaggi” le nuove tecniche agricole, che lui aveva già dentro di sé, come in una sorta di DNA, perché gli veniva dalla sua origine romana.

In un processo generale di affermazione della superiorità del cittadino nuovo italiano Mussolini inventa il perfetto coltivatore:

“L’acme di questo processo sarebbe stato raggiunto con la rivendicazione della capacità innata dell’agricoltore-colono italiano di bonificare, di dissodare e lavorare la terra, in quanto diretto discendente dall’antico colono romano che tante tracce si voleva avesse lasciato in terra libica, tracce che in realtà erano il risultato di una cultura eminentemente mista, sorta dalla fusione di elementi libici, punici, greci e romani, visto che mai vi era stata una vera e propria colonizzazione agraria romana”(Muzi, 2001: 11).

Giuseppe è la reincarnazione del colono “buono” che lo stesso fascismo propaganderà dopo la prima fase cruentissima, per provare a mettere a frutto, in senso economico, le conquiste fatte. Giuseppe è l’uomo nuovo italiano di oggi che, come allora, cerca nelle colonie (ex-colonie) una sua “italianità” che in patria non trova, e che lo riconnette a quel tentativo di “Impero” che traccia per lui una linea millenaria.

Valerio Ciriaci dà molto spazio ai discorsi di Giuseppe perché lui è uno dei narratori, perché la sua storia è una possibile storia del colonialismo italiano, è una voce che guarda il mondo dalla parte di chi ha visto nel colonialismo una possibilità di riscatto dell’italianità.

“Asmarina” di Alan Maglio e Medhin Paolos

Potremmo mettere in parallelo la voce di Giuseppe con la voce dell’uomo che apre Asmarina e parla dalla sede della ANRRA–Associazione Nazionale Reduci Rimpatriati d’Africa. L’ambiente che lo circonda è una mostra di cimeli coloniali, e l’uomo parla di quel tempo con la freddezza dello storico, salvo poi dire frasi che alludono al fatto che bisognava rispettare i popoli “indigeni” naturalmente se questi rispettavano le leggi che l’Italia aveva scritto per il luogo. La sua narrazione è quella del “benefattore” che sa di far parte di un paese che ha costruito strade e ferrovie, che ha portato la “civiltà” lì dove c’era solo arretratezza.

La narrazione ufficiale degli “italiani brava gente” (Del Boca, 2005) non è una visione isolata in epoca coloniale, dagli anni trenta tutte le grandi potenze iniziano a considerare le proprie colonie come “province” d’oltremare, e ad avere un apparente atteggiamento più di bonario aiuto alla crescita che di oppressione. Durante l’Exposition Coloniale Internationale de Paris del 1931 il Maresciallo Lyautey, Commissaire Générale, ribadisce nel suo discorso durante l’inaugurazione della sezione italiana che i due paesi sono nelle colonie per una comune missione civilizzatrice:

“Défendre et étendre la civilisation, c’est travailler pour l’Occident […] C’est à Rome que nous devons cette conception, qui m’est chère entre toutes, du régime du protectorat, cette grande leçon de tolérance, de respect des traditions, des costumes, des langues et même du maintien de leur régime propre chez tant de peuples associés successivement à l’Empire”.

“Negotiating Amnesia” di Alessandra Ferrini

Alessandra Ferrini a circa metà del suo video mostra una foto della nota Stele di Axum, depredata in Etiopia e posta allora davanti al Ministero delle Colonie a Roma (attuale Palazzo della FAO). L’immagine mostrata nel video porta una didascalia dell’epoca che recita: “A.O.I. Monolite, resti di antica civiltà europea”.

L’artista sovrappone alla foto con la scritta la sua voce che spiega che la stele non era affatto di periodo romano ma risale appunto alla antica cultura etiope di Axum (Santi, 2014) e aggiunge:

“Questa didascalia ci ricorda che l’impulso coloniale era fomentato da ignoranza e manie di grandezza. Nel 1937 nel fulcro di questa allucinazione collettiva, uno degli obelischi fu portato a Roma, per celebrare la fondazione del Nuovo Impero Romano che fu creato dall’Uomo Nuovo, la prima generazione di italiani cresciuta durante il regime e interamente educata nelle scuole fasciste”.

Poco oltre Alessandra mostra l’immagine del Mausoleo dedicato al generale fascista Rodolfo Graziani, stragista denominato “il macellaio di Addis Abeba”, eretto nel 2012 con soldi pubblici attraverso un inganno burocratico, nel suo paese di nascita ad Affile vicino Roma. Mostrando questo cubo di mattoni con la scritta fascista “Onore e patria” che lo sovrasta, Alessandra recita ancora con la sua voce fuori campo: “Quasi 70 anni di politiche amnestiche hanno alimentato l’Uomo Nuovo e dimenticato le sue vittime”.


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In questa sequenza è raccolto il senso di quanto sin qui detto sulla costruzione di una italianità strettamente legata alla questione coloniale. Mussolini costruisce non tanto un semplice italiano, ma plasma letteralmente un popolo di fascisti italiani, che non a caso gli daranno il loro consenso in grande maggioranza e per quasi trenta anni.

Questi italiani non nascono con Mussolini, ma sono coltivati in primis dalla cultura coloniale post unitaria, liberale sulla carta, che getta le basi per la visione megalomane di una cultura millenaria culla di tutte le civiltà del Mediterraneo, che il duce enfatizzerà trasformandola da una visione solo accademica e colta a una popolare e di massa.

Ancora oltre Alessandra, dopo aver parlato del genocidio operato dagli italiani nelle colonie con il lancio delle bombe gas, primi nella storia a farne uso sugli esseri umani, si pone una questione finale: “Una domanda si fa incalzante: l’Uomo Nuovo sta forse colonizzando la nostra memoria? È la sua faccia che affiora nella mia immagine riflessa?”. Questa non è una delle domande ma forse “la” domanda che si impone oggi. La questione posta dall’artista non è chi era l’Uomo Nuovo di Mussolini, ma in che modo quell’Uomo Nuovo riflette l’immagine dell’italiano di oggi.


L’ARTICOLO È PARTE DEL 4° NUMERO DE LA MACCHINA SOGNANTE, UNA RIVISTA DI SCRITTURE DAL MONDO. OGNI SETTIMANA FRONTIERE NEWS PUBBLICA UN ARTICOLO SELEZIONATO DALLA REDAZIONE DE LA MACCHINA SOGNANTE.

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