Obrovac, una città fantasma tra i parchi naturali della Croazia di Tatjana Đorđević

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Seicento anime in un maestoso parco naturale, Obrovac rappresenta la Croazia meno sviluppata, che ancora non ha finito i conti con la guerra. Una volta a maggioranza serba, da vent’anni è governata da un sindaco spesso al centro delle notizie locali per mala politica e corruzione. Intanto, uno spettro (dal nome italiano) mina l’equilibrio ambientale dell’area…

​La signora Mara sta aspettando l’autobus alla stazione di Obrovac. È seduta sul gradino del marciapiede, perché non c’è neanche una panchina. Mi dice che di solito l’autobus arriva verso le tre e che lei viene sempre un quarto d’ora prima per essere sicura di non perderlo.

Una volta da qui  partivano autobus per le città principali della Croazia. La stazione era composta da un edificio grande con diversi sportelli e sei binari. Oggi, dopa la guerra del ’91-‘95, di quell’edificio sono rimaste solo rovine. Gli autobus che si fermavano qui non lo fanno più, oggi ci sono solo corriere locali che collegano Obrovac con i villaggi limitrofi. Inoltre, una o due volte alla settimana ci sono anche partenze per la Serbia (i serbi prima della guerra erano la maggioranza degli abitanti della città).

“Il prossimo sarà tra due ore. Meglio allora aspettare. Qualche volta è in ritardo, ma viene sempre”, mi dice la signora Mara che ha quasi 60 anni e che ogni giovedì raggiunge il mercato di Obrovac per vendere il pesce. Suo marito è un pescatore.

“La mattina lo prendo sulla strada statale. Li su, alla fermata qualche chilometro lontano da casa mia” mi mostra la strada fatta delle serpentine che sale sulla collina della città.  “Per fortuna oggi ho venduto tutto. Pero, ci sono le giornate quando vendo poco e cosi devo riportare la merce indietro” si lamenta Mara, che lavora anche come cuoca in un ristorante aperto solo due mesi all’anno, durante la stagione estiva.

Giovedì è il giorno principale del mercato di Obrovac, in cui una decina di contadini vendono quello che riescono raccogliere dai loro orti. C’è anche Nikola, un contadino che vende formaggi e latte di capra. È uno dei pochi che è riuscito a mettere su un piccolo allevamento di capre. Ne ha una trentina. Durante la guerra è stato costretto a lasciare casa e per un periodo ha vissuto in Serbia. Prima della guerra non c’era mai stato.

Oggi Nikola vive con la moglie nella sua vecchia casa, nella valle della montagna di Velebit, uno dei parchi naturali più belli in questa zona. La sua casa, danneggiata durante la guerra, è stata ristrutturata dieci anni fa grazie ai fondi statali. Intorno, molte altre case sono distrutte e abbandonate e probabilmente nessuno tornerà ad abitarle.

Sulla piazza principale, a pochi passi dal fiume che attraversa la città, vicino alle vecchie case di pietra, ci sono due bancarelle appartenenti a due fruttivendoli.

“Cosi fa meno caldo, perché almeno c’è l’ombra durante il pomeriggio”, mi dice il signor Jure mentre nasconde due gatti randagi sotto la sua bancarella. Gli chiedo come si chiamano e mi dice che non hanno i nomi. Sono due giovani femmine che durante l’inverno venivano spesso a chiedergli del cibo. Cosi lui ha deciso di costruire una casetta fatta con le scatole di cartone che usa per portare la merce.

“Ogni mattina porto loro qualcosa da mangiare. Ogni tanto compro una scatoletta di tonno ma quando non posso permettermela, trovo sempre dei resti di cibo a casa mia”. Secondo Jure le autorità locali non fanno niente per sistemare la piazza. Oltre le due bancarelle, sulla piazza si trovano una decina di case distrutte, una ferramenta, una piccola macelleria, un ex ostello e un bar ormai chiuso chiamato “Oluja”, che vuol dire “tempesta”, termine  con cui è conosciuta l’azione militare croata contro i serbi.

“Non capisco per cosa abbiamo combattuto. Per un paese indipendente o per una democrazia falsa? I nostri politici non fanno niente, oltre che rubare. Il nostro sindaco governa da quasi 20 anni ed è stato eletto un’ulteriore volta. L’unica cosa che fa è vendere terreni alle aziende straniere e spendere i nostri soldi per costosissimi viaggi e pranzi di lavoro”.

Propongo a Jure di chiamare le due gatte Bianca e Stella, nonostante nessuna delle due sia di colore bianco. Mi ringrazia molto e mi nomina loro madrina.

Ante Župan, medico di professione e membro del partito HDZ (l’Unione Democratica Croata), è al potere dal 2001 come il sindaco di Obrovac. Anche questa volta, quinto mandato, ha vinto grazie ai voti dalla minoranza serba. I serbi che sono rimasti o ritornati a Obrovac sostengono il partito SDSS (Partito Democratico Indipendente Serbo) che è in coalizione con il partito HDZ.

È un segreto di pulcinella che serbi con cittadinanza croata che vivono in Serbia votano regolarmente. In ogni elezione, i serbi rifugiati in Serbia vengono assemblati e ben pagati per votare il candidato preferito dalla coalizione HDZ/SDSS. È successo anche questa volta, nonostante molti avessero creduto che la situazione sarebbe cambiata.

Il sindaco di Obrovac è famoso per numerose speculazioni, come varie gare d’appalto truccate. Una di queste è diventata particolarmente nota: avrebbe organizzato una gara per l’acquisto di una limousine per uso personale.

Obrovac, un villaggio di 600 persone, è uno dei meno sviluppati in Croazia. I suoi abitanti sono attualmente croati, quasi l’85 per cento, mentre i serbi sono il 12 per cento. Fino al 1991, prima che cominciasse la guerra, gli abitanti si dichiaravano per il 65,5 per cento serbi e per il 32,5 per cento croati.

Prima della guerra, c’era una fabbrica di produzione dell’alluminio e un’industria nautica dove si producevano yacht di lusso. Una bomba ecologica per l’ambiente. Oggi sono chiuse, per fortuna, ma il tasso di disoccupazione è sempre più alto e l’anno scorso ha raggiunto il 33 per cento.

Nel 2003 l’azienda italiana Fassa Bortolo ha presso in concessione dei terreni per costruire un cementificio a pochi chilometri dalla città, dal fiume e dal mare Adriatico. Nonostante le ripetute proteste di molti cittadini che credono che il cementificio sia un grande pericolo per l’ambiente, nel 2012 Fassa ha ottenuto il permesso per costruire. Questo progetto varrebbe più di duecento milioni di euro e lo stabilimento assumerebbe più di 150 persone. Le autorità locali rassicurano i cittadini dicendo che non ci sono pericoli e che il futuro stabilimento userà le nuove tecnologie per ridurre le emissioni.

L’unica cosa certa è che i lavori per costruire gli stabilimenti non sono ancora partiti, ma non è chiaro il motivo. I media locali non ne parlano proprio, mentre secondo l’opposizione politica il progetto è fallito.

Obrovac è un villaggio bellissimo, in cui due golfi del mare si uniscono con uno dei  fiumi croati più puliti, lo Zrmanja. Il canyon del fiume è un sito protetto e attira appassionati di rafting, kayak e canoa.

La natura selvaggia che la circonda è di una bellezza indescrivibile. La vita qui, una volta, era semplice e felice. Purtroppo, due popoli che da sempre hanno vissuto insieme, serbi e croati, ad un certo punto hanno smesso di farlo, nonostante avessero stesse radici, lo stesso codice genetico, parlassero la stessa lingua, avessero le stesse abitudini e gli stessi riti. Avevano anche lo stesso Dio, sebbene gli uni seguissero il calendario giuliano e gli altri quello gregoriano. Le uniche cose che li differenziava erano politiche inventate da leader nazionalisti. Obrovac è ancora bella, ma le ferite di vent’anni fa non si sono riemarginate.

Redazione