Storia di un piccolo podere in Maremma di Stefano Pacini

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“La storia di questo podere e della mia famiglia tutto sommato rispecchia la storia del nostro Paese: grandi slanci, speranze, entusiasmi e delusioni, fra tanta fatica e lavoro ininterrotto”. – Stefano Pacini


Certi luoghi, case,apparentemente fuori da qualunque pretesa storica o turistica, non solo possiedono una sorta di anima, ma trasudano racconti bellissimi di persone che nella Storia sono solo comparse.

Il podere dell’Ente Maremma n.181 viene costruito nel 1955. In quel periodo, durante la riforma agraria del dopoguerra, le case coloniche piccole con una scala esterna, il piano terra destinato a stalla e cantina e il primo piano ad abitazione, spuntano bianche tutte uguali come le margherite in un prato. Ogni podere della riforma agraria diventa proprietà del coltivatore diretto solo dopo 30 anni di residenza e lavoro della terra.

Il podere n 181 viene posizionato sulla strada bianca (dal traffico quasi inesistente all’epoca) dell’alta Maremma che proseguendo in direzione nord arriva nella zona geotermica verso Volterra, e a cento metri da un bivio che a destra porta in un km a Niccioleta, villaggio minerario sorto negli anni ’30,una delle miniere di pirite più importanti delle Colline Metallifere, tristemente noto per la strage di 83 minatori del giugno 1944 ad opera dei nazi-fascisti.

La miniera all’epoca è ancora ben attiva ed il villaggio è abitato da centinaia di minatori con le loro famiglie. Le campagne della zona si stanno spopolando, troppo forte la sirena di un lavoro sicuro e pagato nelle fabbriche o nelle miniere. Nel podere n 181 non c’è né energia elettrica né acqua corrente né telefono.

1966 – Si gioca a panforte durante una “veglia ” al podere (foto di Stefano Pacini)

Il bosco arriva fin sotto le finestre di casa, i campi circostanti pieni di sassi o infestati dai cinghiali. Il coltivatore diretto a cui è stato assegnato arriva, constata la situazione, scuote la testa e se ne va, rifiutandolo. Mio padre Bovisio, che sta facendo il fattore nella Tenuta di Mucini della signorina Devoto ( la sorella del grande italianista) a un km di distanza, al bivio per Prata e Massa Marittima, coglie l’occasione e fa domanda per i suoi genitori.

I miei nonni sono mezzadri da una vita nei pressi di Colle Val D’Elsa, ma il proprietario sta vendendo la tenuta, devono trovare a 65 anni suonati una nuova sistemazione. Per fortuna la domanda viene accettata, e quindi Santi e Pia si trasferiscono nella primavera del ’56, dopo la grande nevicata e gelata che ha distrutto tutti gli ulivi in Toscana e svuotato molti poderi.

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Mio nonno non si perde d’animo e pianta di nuovo una piccola oliveta. Intanto Il podere viene battezzato come da tradizione locale col nome del primogenito. Nel nostro caso mia sorella, nata a Sticciano nel ’51 dove mio padre, che aveva nel frattempo sposato nella Montagnola senese Marisa nel ’49, esercitava da quando si era trasferito in Maremma con mia madre in cerca di terra propria da coltivare e fortuna.

1974 – Amici giocano nel fienile (foto di Stefano Pacini)

Invano la mia nonna materna Beppina lo aveva ammonito con una strofa dantesca del V canto del Purgatorio “ricorditi di me che son la Pia/ Siena mi fe’, disfecemi Maremma ! “ Nasce perciò il podere “S. Patrizia” che confina con i poderi dell’Ente Maremma “S.Lorenzo” e “S.Giorgio” delle famiglie Radi. Quell’autunno del ’56 nasco (in casa con la levatrice,non in ospedale) anch’io e la famiglia è al completo. Intanto mio padre ha rimesso a posto una jeep e un rimorchio lasciati dagli americani a Mucini durante il passaggio del fronte, e con dei candelotti di dinamite rinvenuti in una cassa fa saltare i massi per spianare l’aia intorno casa.

Con i vicini i rapporti sono di mutua assistenza: viene comperata insieme una pressatrice per il fieno e usata a turno. Viene anche convocato un rabdomante che scova una falda d’acqua e tutti insieme tiriamo su un pozzo con la girante a vento che comanda la pompa, senza bisogno di pompe elettriche. L’acqua va in un deposito che abbiamo scavato nel bosco e per caduta raggiunge i tre poderi.

Mia madre intanto, seconda donna in paese, ha preso la patente per auto e camion, e aperto nel 1961 un emporio di ferramenta e generi vari stile Far West nel corso principale di Massa Marittima. Viene subito soprannominata, per il mestiere di mio padre e l’energia tutta sua, “la Fattora”. Personaggio notevole sicuramente, se ancora oggi in zona più che con il mio nome o soprannome giovanile (Paco) molti si ricordano di me come “il figlio della Fattora”.

1956 – La prima trebbiatura sull’aia

Intanto il podere si allarga: nascono una stalla (di cui conservo ancora le lavagnette con i nomi delle mucche che mio nonno chiamava e comandava come cagnolini ad una ad una: Alba, Unire, Tenebrosa, Tinca, Uva…) ed un fienile in muratura oltre al pollaio e al castro dei maiali. Ci sono rattoni talmente grossi che spesso i gatti si danno alla fuga e le trappole normali vengono distrutte.

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In casa d’estate mia nonna spara il ddt con una pompetta a stantuffo e le mosche cadono a centinaia, noi incredibilmente sopravviviamo. I cinghiali che irrompono nell’orto e nei campi vengono presi a fucilate dalle finestre di casa da amici cacciatori, notte e giorno, noi ragazzi ci divertiamo durante queste sparatorie più che a vedere “Mezzogiorno di fuoco”.

Ma il piatto principale rimane la panzanella ,e i prodotti dell’orto, poi il maiale che uccidiamo e trattiamo in cantina a gennaio. Mio padre fotografa spesso e volentieri con una piccola Ferrania e d’agosto partiamo tutti con una Fiat 1100 per raggiungere avventurosamente qualche giorno le Dolomiti nonostante che i nostri amici andassero in lambretta o bus al vicino mare di Follonica.

1921 – I nonni paterni Santi e Pia, ritratti il giorno delle nozze a Colle Val d’Elsa

Nel 1970 viene aggiunta una stanza ed un terrazzo coperto esterno. La sera d’estate nel buio quasi assoluto con la luce fioca delle lampade a petrolio mio padre ci porta fuori a guardare le stelle, ci insegna le costellazioni mentre un mare di lucciole ci fanno il solletico. Conclude sempre la serata con una dichiarazione netta ” c’è da perderci il capo !” Finalmente nel 1973 l’Enel allaccia a noi e ai poderi dei Radi la corrente elettrica.

Divento perito tecnico minerario ma rimango a lavorare la terra, che mio padre ha messo su dal niente 4 ettari di vigna, perdendoci la salute. Mia sorella si sposa nel ’77 e va a vivere in Calabria, gli nascono i figli Massimiliano ed Alessia.

1960 – La stalla del podere con vitelli vari (foto di Bovisio Pacini, padre dell’autore)

D’estate ci vengono a trovare e il podere negli anni ’80 diventa affollato e pieno di vita come durante le trebbiature degli anni ’60. Perchè nel 1980 avvengono i cambiamenti più grandi: le tettoie aperte a sinistra della scala diventano due garage, il tetto di una di queste un grande terrazzo aperto al primo piano, e la cantina e i granai del piano terra un appartamento che abiterò, che mi sono appena sposato e all’epoca ancora lavoro nel podere, producendo uva, fieno, grano, olio.

Nel 1982 nasce mio figlio Emiliano, nel 1985 Raffaello. I miei nonni non ci sono più e mio padre li seguirà prematuramente nel 1993. Intanto sono diventato fotografo a tutti gli effetti, ho fatto della passione che mi aveva trasmesso Bovisio un mestiere. Nel frattempo pianto una nuova piccola oliveta dopo che la gelata del 1985 aveva distrutto la precedente di mio nonno.

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Il lavoro mi porta spesso a Siena, divento un pendolare, viaggio spesso anche all’estero, e i miei figli dopo le scuole prendono la via dell’Europa. Le miniere sono tutte chiuse, le fabbriche agonizzano, in campagna c’è posto solo per grosse tenute o agriturismi con piscina per compiacere turisti che hanno una immagine stereotipata da cartolina della Toscana. “Finirà che ve ne dovrete andare o diventare delle comparse da film” aveva previsto profetico negli ultimi tempi Bovisio.

2006 – cinquanta anni dopo (foto di Stefano Pacini)

Nel 2008 è il turno di mia madre: le ultime parole della “Fattora” sono di affetto e ammirazione per i nipoti che la rendevano felice e di sgomento per un mondo sempre più egoista. La casa viene messa in vendita, non c’è lavoro in zona, ma l’ho abitata solitario sino all’ultimo, diventerà un agriturismo a cura di nuovi proprietari. Il digitale ha ucciso la vecchia fotografia: adesso lavoro più in campagna come bracciante che come fotografo, ma nel senese, non in Maremma. Gira gira sono ritornato nei luoghi di origine dei miei nonni, non so bene se come ultimo dei moicani della epopea contadina familiare o come vendicatore della Pia dei Tolomei.


La storia di questo podere e della mia famiglia tutto sommato rispecchia la storia del nostro Paese: grandi slanci, speranze, entusiasmi e delusioni, fra tanta fatica e lavoro ininterrotto. Dalla ricostruzione al boom economico degli anni ’60, e ancora la modernità, il benessere e l’arricchimento che parevano mai terminare di fine secolo, l’avvento del digitale nel terzo millennio e la grande crisi degli ultimi anni, la diaspora dei nostri figli in cerca di lavoro e fortuna altrove, la scomparsa dei pionieri che avevano creduto in una vita migliore per la loro discendenza. Adesso per questa casa inizia una nuova storia, una nuova vita, ha ancora un’altra opportunità, circondata da bosco e cinghiali, che alla fine l’hanno avuta vinta, sempre sotto quel tetto di stelle e in mezzo alle ultime lucciole.

Stefano Pacini, giugno 2017


Redazione