Le ferite e le speranze del Sud secondo Gëzim Hajdari intervista di Matilde Sciarrino

Gëzim Hajdari, tra i più importanti poeti albanesi dei nostri tempi, canta l’esilio come condizione politica ed esistenziale dell’uomo moderno. Dopo la dittatura di Enver Hoxa non si esime dal denunciare i crimini del passato regime e la corruzione della nuova nomenklatura politica e per questo viene minacciato di morte. Nel 1992 fugge in esilio in Italia dove intensifica la sua attività poetica; pubblica numerose raccolte e riceve diversi primi letterari, fra cui il prestigioso premio Montale nel 1997.


Nella raccolta ‘La Peligòrga’ (2007) Lei sottolinea di sentirsi segnato dal Suo destino del Sud. In che cosa consiste questo destino del Sud e in che rapporto sta con la Sua attività letteraria?

Gëzim Hajdari. Mi sento un uomo del Sud e appartengo a tutti i Sud dei mondi. Porto con me le ferite, le gioie, i dolori, le grida, il sangue versato, le lotte, i miti, i racconti, le leggende, l’epica, i profumi campestri, i colori, l’ospitalità, la besa (‘parola data’ per gli albanesi), i sogni e le speranze del Sud. Io abito e soffro il Sud. Colui che è stato costretto ad abbandonare il paese d’origine e vive in esilio, si sente un uomo del Sud e la sua opera è un canto del Sud. Tutti i poeti che sono indesiderati dal potere politico e culturale sia nel paese d’origine che in quello ospitante, sono cantori del Sud. Il Sud non è solo una questione geografica, ma anche una grande metafora sociale, culturale e spirituale. Essere del Sud è un valore aggiunto per la mia opera letteraria. Essere poeta del Sud vuol dire essere un poeta d’avanguardia, un poeta del futuro…

Lei è approdato in Italia da esule nel 1992; cosa ha rappresentato per Lei l’arrivo in Italia: sconfitta o salvezza?

Il mio arrivo in Italia è stato sia sconfitta che salvezza. Sconfitta, perché sono stato sconfitto politicamente dai postcomunisti di Enver Hoxha che usurparono di nuovo il potere e lo Stato in Albania nelle elezioni del 1992. Salvezza, perché non ho accettato compromessi politici, anzi ho denunciato i crimini del regime di Hoxha e gli abusi, la corruzione, i traffici di droga e gli intrecci loschi tra mafia e i politici dell’Albania postcomunista facendo nomi e cognomi.

Quando io denunciai tutto questo nel mio libro, ‘Poema dell’esilio/ Poeme e mergimit’ (Fara Editore, prima edizione del 2005, seconda edizione ampliata del 2007), i miei colleghi albanesi mi definirono nemico dell’Albania.

Quindi ho guadagnato la mia libertà e la mia onestà intellettuale. Posso dire che sono tra i pochi poeti e intellettuali albanesi che scelsero l’esilio, invece di servire il potere, invece di diventare complici del disastro politico, economico, culturale e spirituale del mio paese d’origine.

Lei compone sia in italiano che in albanese; qual è il Suo rapporto con le due lingue che usa? In quale lingua predilige comporre? Il passaggio da una lingua all’altra è auto-traduzione o riscrittura?

 Io scrivo contemporaneamente in tutte e due le lingue: scrivo in italiano e mi tormento in albanese, e viceversa. Ho iniziato a comporre parallelamente in tutte e due le lingue a partire dalla raccolta ‘Ombra di cane / Hije qeni’ (Dismisuratesti, 1993). Amo tutte e due le lingue della mia poesia con la stessa passione e lo stesso amore. Quando scrivo in albanese, la lingua italiana mi fa da ‘guardiana’ e viceversa.

Il passaggio da una lingua all’altra, più che una traduzione, è una ri-creazione.

Preferisce essere definito poeta italiano o albanese? Cosa pensa dell’opinione di Paul Celan secondo il quale solo nella madrelingua si può dire la verità e che nella lingua straniera si mente?

Sono un poeta albanese e italiano. Io non mi autraduco, scrivo parallelamente in tutte e due le lingue, quindi in albanese e in italiano e viceversa. Non si tratta di bilinguismo, ma di una “lingua doppia”. La mia scrittura è una migrazione linguistica: uscire ed entrare da una lingua all’altra.

Trovarsi fuori dalla lingua dell’amore, non sempre fa gioire. Numerosi sono stati gli scrittori e i poeti che nel nuovo contesto culturale e linguistico sono morti artisticamente per la tristezza. Altri, non riuscendo a costruire una nuova appartenenza e un proprio equilibrio, hanno trovato come via d’uscita il suicidio.

È il caso di ricordare i poeti dell’ex Germania dell’Est, che passando da un sistema totalitario all’Ovest del gran consumo, non sono riusciti a scrivere un gran che, rimanendo isolati e chiusi in se stessi. La stessa cosa si può dire anche per gli scrittori dell’ex Unione Sovietica in Francia. Però altri come Brodskij, Milosz e Xingjian ce l’hanno fatta, ottenendo il Nobel.

Che cosa rappresenta per Lei scrivere poesie? Quale linguaggio poetico di altri poeti predilige e sente vicino al Suo stile?

Scrivere per me è un modo di essere nel mondo. Prediligo il linguaggio dei mistici arabi e persiani, dei simbolisti russi e dei poeti antichi greci, dei classici cinesi e latini, la grande poesia di Aimé Césaire e Leopold Sedar Senghor.

Qual è il suo rapporto con la letteratura italiana del passato e contemporanea?

Per quanto riguarda la letteratura italiana del passato maggior interesse per me ha avuto la grande poesia classica latina oppure sarebbe più giusto chiamarla romana. Ovviamente cito Virgilio, l’epico, il maggiore fra i poeti, nonché fondatore della ‘romanità’. Orazio, Lucrezio, Catullo e Tito Livio. La storia di questi poeti è epica e commovente. Non solo erano epici, grandi viaggiatori, di scuola greca, ma anche filosofi. Ma ciò che caratterizza questi poeti è che cantano ed esaltano non tanto gli uomini quanto un popolo.

Per quanto riguarda la poesia italiana contemporanea vi sono due tipi: quella ufficiale e quella irregolare che viene scritta al di fuori delle gerarchie ufficiali. La prima, in generale, è una poesia minimalista, funerea, balbuziente, autoreferenziale, professorale, depressa direi. Gli autori di questa poesia sono uomini di potere, docenti universitari, editori, membri delle giurie dei premi letterari, giornalisti, critici, redattori di grandi case editrici, che condizionano i veri valori poetici scambiando tra di loro favori, premi in denaro e vana gloria. Dunque queste gerarchie si basano sulla corruzione e sulla disonestà intellettuale di fronte alla pagina bianca. Ogni opera letteraria, prima di tutto è un atto morale. Questi autori non sono poeti, ma scrittori di poesia.

La poesia contemporanea italiana si può salvare soltanto scoprendo e rivalutando la poesia “ribelle” al sistema – che in Italia non manca – ed aprendosi ai nuovi mondi, in nome della vera legalità e della vera trasparenza, ripristinando un nuovo legame fra testo e onestà intellettuale, fra parola e verità, fra Poesia e Vita. Ma per fare questo c’è bisogno di aprire dei dibattiti sulla poesia, sui premi letterari, sullo sperpero del denaro pubblico, sul ruolo della stampa e dei mezzi di comunicazione, sul ruolo della critica e dell’etica culturale.

Nel 1997 Lei è stato insignito del prestigioso premio Montale; qual è il Suo rapporto con la poesia di Montale?

Montale è il poeta della “decenza quotidiana”. Stimo molto Montale come poeta, come apprezzo molto Palazzeschi, Govoni, Sbarbaro, Penna, Ungaretti, Caproni, ma soprattutto Dino Campana. Rileggo ogni tanto questi grandi poeti che hanno reso grande la poesia italiana ed europea. Montale deve essere letto e apprezzato in questo contesto letterario.


L’ARTICOLO È PARTE DEL 7° NUMERO DE LA MACCHINA SOGNANTE, UNA RIVISTA DI SCRITTURE DAL MONDO. OGNI SETTIMANA FRONTIERE NEWS PUBBLICA UN ARTICOLO SELEZIONATO DALLA REDAZIONE DE LA MACCHINA SOGNANTE.


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