Accogliere o non accogliere, questo non è il dilemma

Gajus Tsaamo

Gajus Tsaamo

Nato nel 1986 a Douala, Gajus Tsaamo arriva in Italia nel 2008 per studiare medicina. Grande appassionato di letteratura e poesia, nel 2013 esce "L’école de la vie", il suo primo libro.
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Il mondo è diventato piccolo. Talmente piccolo che se c’è una guerra in Siria, ha delle ripercussioni in Europa. Se le cose non vanno bene in Congo o in Senegal, ci saranno delle ripercussioni in Europa o in Occidente; allo stesso modo se qualcosa cambia in Occidente, influenza anche tantissimi paesi nel mondo. Grazie anche ad internet ed alla diffusione dei social network siamo in grado non soltanto di comunicare, ma anche di vedere o di capire come stanno andando le cose dall’altra parte del mondo… e questo non soltanto attraverso i giornali ufficiali come avveniva una volta, ma direttamente da persona a persona.

Partendo quindi da questa premessa è facile capire come negli ultimi anni sia aumentato il fenomeno migratorio, in quanto le persone hanno la possibilità di conoscere meglio i loro punti di partenza e la destinazione oppure quale strada prendere mentre sono in viaggio. Ma sicuramente lo sviluppo e la propagazione delle nuove tecnologie non può spiegare da solo questo fenomeno migratorio. Quali sono dunque i diversi fattori che ci hanno portato a questo disastro umanitario?

Io prenderei in considerazione solo i casi di alcuni paesi africani, essendo africano e vivendo in Italia, credo che sia necessario fare una breve analisi.

Per tantissimi anni ho sentito parlare dei danni del colonialismo e delle sue diverse conseguenze. Ma credo che forse il danno più importante sia stato quello di trapiantare un sistema (che viene chiamato democrazia) in un continente senza neanche considerare i valori e le culture di questi diversi popoli. E, attraverso gli anni fino ad oggi, abbiamo continuato ad adottare, a copiare tutto quello che veniva dall’occidente; dalla cultura alla moda, dalle bevande al cibo (fino a quasi dimenticare l’importanza e la complessità dei nostri cibi). Per esempio: in un paese come il Camerun, che ha una diversità culturale quasi unica nel mondo (con più di 200 etnie e gruppi linguistici (ognuno con il proprio modo di vivere, con cibi diversi, medicina tradizionale diversa, arte diversa), come mai non si è mai sentito parlare di festival della cultura o di fiera della cultura? Solo per cercare di dare una certa importanza e di controbilanciare quella cultura occidentale.

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La fisiologia umana ci insegna che, in ogni sistema, è necessario mantenete un certo equilibrio… dinamico. In parole povere significa semplicemente che se nel sistema introduciamo una cosa, dobbiamo anche essere in grado di farne uscire un’altra cosa e vice versa. E questo vale per il corpo umano come per la vita sociale. Bisogna sempre mantenere un equilibro dinamico.

Questo per dire che, per evitare questo flusso di persone, bisognava anche dare alle persone la possibilità di esprimere il loro attaccamento alla propria terra e non soltanto andare lì per prendere le materie prime spostando forzatamente la gente dalla loro terra (devo ricordare però che tutti i presidenti africani che hanno cercato di adottare questo metodo sono stati uccisi o sono morti in circostanze poco chiare); e quello che vediamo oggi, questo fenomeno migratorio, non è soltanto colpa della colonizzazione o colpa delle aziende che sono venute o che vengono a cercare le materie prime, è anche colpa di tantissimi dirigenti africani che non sono stati in grado di pensare in anticipo, di prevedere, di dare importanza al loro stesso popolo. Perché se i colonialisti impedivano, per esempio, al governo di decidere su come dovevano essere utilizzate le materie prime, non penso che imponessero anche ai diversi governi africani di organizzare eventi culturali o di far incontrare diversi capi di villaggio per favorire una migliore intesa tra i diversi gruppi etnici.

Per quanto riguarda il problema dell’immigrazione, devo dire che abbiamo talmente imparato a curare i sintomi che non siamo più in grado di capire qual è la vera malattia. Il fatto è che, oggi, si è creato un ciclo nel quale le persone che decidono di prendere questa strada della disperazione, non si sentono più coinvolti o partecipi nello sviluppo o nella crescita della loro società. E molti di loro partono perché non sentono più l’importanza della loro vita; perché uno non può decidere di mettere in gioco così pericolosamente la propria vita se non si sente in una situazione di disperazione assoluta.

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