Così l’occupazione schiaccia il cristianesimo in Palestina

Valerio Evangelista
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Dal suo Abruzzo ha ereditato la giusta unione tra indole marinara e spirito montanaro. Su Frontiere, di cui è co-fondatore, scrive di diritti umani e religioni.
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Fondatore del Monastero di Sant’Ephrem a Taybeh, l’unico villaggio interamente cristiano di tutta la Palestina, Padre Jacques Frant racconta la vita di un monaco sotto occupazione militare


Jacques Frant è un monaco melchita, giunto alla fede e all’amore per il popolo palestinese dopo una vita travagliata e sofferta. Nato a Parigi nel 1950 da padre polacco e madre turca, entrambi ebrei, a 16 anni prese coscienza dei tragici eventi della Shoah vissuti dalla sua famiglia. Questa pesante eredità lo condusse verso una posizione netta contro il razzismo, entrando nelle case degli immigrati, nordafricani e italiani in particolare. “Non fu facile superare la paura dell’altro”, commenta Padre Jacques. “Soprattutto con gli algerini, visto che si era appena conclusa la Guerra d’indipendenza. Ma è stato così gratificante!”.

Visse in prima linea il Maggio parigino, uscendo persino indenne da tre attentati da parte di militanti di estrema destra. Le sue posizioni anarchiche lo portarono alla rottura con la famiglia, diventando quindi, a soli 18 anni, un senzatetto. In quella vita da ribelle ed emarginato, dopo essere caduto nell’abisso dell’alcol e della droga, avvenne il suo incontro con la fede. Jacques iniziò una vita nuova, il cui primo segnale importante fu la riconciliazione con i genitori. “Senza un soldo in tasca ho percorso a piedi il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela e Fatima, partendo da Parigi. Due anni in strada vivendo di provvidenza, incontri e preghiera. E proprio prima di passare il confine con la Spagna, ho ricevuto il battesimo cattolico. Era la notte di Natale del 1973 e avevo 23 anni”.

Gli orrori delle dittature spagnole e portoghesi furono un richiamo a vivere veramente i valori del Vangelo. Così decise di creare una comunità di recupero per drogati a Mounauban, il villaggio francese dove aveva ricevuto il battesimo. Nel maggio 1975 riprese il bastone da pellegrino per recarsi in Palestina. A piedi, da Zurigo. Ed è proprio della “sua” Palestina che Jacques vuole parlare.

“Durante l’Impero ottomano la presenza melchita ha contribuito notevolmente al mantenimento della cultura araba in Medio Oriente. Abbiamo costruito diverse scuole e abbiamo preservato la cultura araba sotto il dominio ottomano, anche traducendo testi islamici. Sebbene in Occidente sono in pochi a conoscerla, la chiesa melchita è tra le più importanti del Medio Oriente”.

Per tre anni visse dentro una grotta nei pressi di Betlemme, nella totale solitudine, dopo aver ricevuto l’abito monastico. Dopo otto anni di permanenza nei pressi della città sentì l’esigenza di dover cambiare luogo, ancora una volta.

“Un monaco tedesco che si trovava a Betlemme mi propose di chiedere consiglio al parroco di Taybeh, un piccolo villaggio palestinese. Giunto al suo cospetto, il parroco mi guardò sconvolto: ‘Tu sei l’eremita della grotta di Betlemme? Abbiamo sentito parlare così tanto di te! Ho pregato molto affinché tu venissi e fondassi un eremo proprio a Taybeh!’ Io speravo in un piccolo spazio che avesse un recinto; ma evidentemente c’era un piano più grande, perché il parroco mi fece un’altra proposta”.

Il sito dove è sorto il Monastero di Sant’Ephrem

 

Era il 1985. Senza neanche un soldo in tasca, a Jacques fu offerto gratuitamente un terreno molto grande su cui far sorgere l’eremo, ma le autorità israeliane negavano il permesso per costruire. Jacques continuava però a sentire la sua chiamata per quella terra e ha deciso di sfidare la burocrazia. Arrivarono i primi finanziamenti, sufficienti a malapena per mettere le fondamenta e costruire le mura.

“Il terreno era roccioso. Soltanto per mettere le fondamenta io e un ragazzo abbiamo scavato e lavorato insieme per un mese intero. Poi abbiamo costruito le mura. Ma un monastero senza tetto che monastero è? Non c’erano soldi, avevamo solo la nostra fede. E mi sono detto ‘Jacques, i talenti non si sotterrano, si fanno fruttare’. Così abbiamo rischiato il tutto per tutto. E abbiamo continuato. Una quindicina di persone hanno lavorato incessantemente – a mano, le tecnologie di oggi non esistevano – per preparare il cemento e dare forma al tetto. Avevo promesso agli operai che li avrei retribuiti a fine lavoro. Il tetto era quasi ultimato, e dei soldi non c’era neanche l’ombra. Il giorno stesso in cui abbiamo finito di costruire il tetto, dal sentiero polveroso che conduceva alla costruzione apparve una macchina. Una persona di cui tutt’ora ignoro l’identità aveva mandato, tramite vaglia postale, una cospicua donazione che copriva esattamente il costo delle materie prime e degli stipendi degli operai. Una precisione matematica!”. La costruzione era ultimata, ma non aveva ancora le autorizzazioni legali.

La Chiesa palestinese aveva preso la decisione di difendere l’eremo, nonostante la testardaggine delle autorità israeliane. In una riunione il Patriarca Michel Sabbah garantì che la Chiesa avrebbe protetto Jacques e la sua missione, qualsiasi cosa fosse accaduta. “Ben quattro anni dopo la costruzione i soldati israeliani hanno preteso il dominio sul terreno dove sorgeva l’eremo. Era quindi iniziato il processo presso la Corte militare israeliana, perché il territorio era occupato militarmente. Inizialmente non erano previsti avvocati che difendessero la causa dell’eremo, perciò ho studiato giorno e notte e ho preparato da solo la difesa. All’ultimo momento spuntarono un avvocato palestinese e un’avvocatessa israeliana. Non so ancora come, ma abbiamo vinto la causa!”

Una missione che dall’inizio ha vissuto un’alternanza di momenti difficili, piccole e grandi vittorie ed eventi drammatici. Durante la seconda intifada una famiglia palestinese ha dato fuoco all’eremo, “in un clima teso in cui delinquenti comuni erano soliti fare atti del genere”. Il danno fatto era grande, ma Jacques non ha avuto paura; con calma ha riparato i danni, un po’ alla volta. L’eremo è stato attaccato una seconda volta, soltanto un anno fa, da parte dei coloni israeliani; questa volta il danno è stato enorme. “Sono subito accorsi ragazzi musulmani e cristiani per proteggere l’eremo. Il loro intervento è stato decisivo, ma i danni sono stati ingenti”.

Taybeh è l’unico villaggio palestinese interamente cristiano. I musulmani presenti nel villaggio – con cui i cristiani hanno un ottimo rapporto – prendono delle case in affitto oppure vi si recano ogni giorno per lavorare. Ed è a Taybeh che sorge l’unica birreria palestinese, che Jacques definisce “la più buona del Medioriente”.

 

Cristianesimo e Palestina, un binomio inscindibile

Padre, in arabo Abuna, Jacques ha alle sue spalle un’immagine di Handala, figura emblematica dello spirito resiliente del popolo palestinese. Gli chiedo quale sia il rapporto tra il cristianesimo e la cultura palestinese. A Jacques piace rispondere raccontando aneddoti e tirando in ballo alcune delle moltissime esperienze personali vissute in Terra Santa. Questa volta non è da meno.

“Guarda la mia tonaca da monaco. I primi cristiani vestivano in modo molto simile. È una tradizione tramandata, forse inconsapevolmente, da 2000 anni. Una volta stavo visitando una famiglia musulmana vicino Jenin. L’uomo aveva una certa età ed era vestito con l’abito tipico palestinese. Mi osservava di continuo, in silenzio. All’improvviso esclamò: ‘La tua tonaca è uguale alla mia, cambia solo il colore! Dove l’hai presa? Sei forse palestinese?’ Ecco, ogni volta che un monaco indossa la tonaca porta un pezzo della cultura palestinese. Ripeto, molti sono inconsapevoli di questo, ma la cultura palestinese è quella che veicola di più le tradizione bibliche. La vita quotidiana è piena di riferimenti al Vangelo. Vivendo in questa cultura ho compreso alcuni dettagli del Vangelo, alcuni aspetti, che prima facevo fatica a capire. Ovviamente l’avvento dell’Islam ha dato alla cultura un’impronta diversa, ma non dimentichiamoci mai che è questa cultura quella che ha inizialmente permesso la diffusione del cristianesimo. Il Gesù che oggi viene spesso presentato è un Gesù holliwoodiano, occidentale, con gli occhi blu e i lunghi capelli biondi. Ma sicuramente non era così!”

Taybeh è l’ultimo villaggio prima di entrare nel deserto. Ogni giorno, come ai tempi di Abramo, si accampano i beduini per proporre le loro merci, e con loro la popolazione ha un ottimo rapporto. Un rapporto consolidato nei secoli, tanto che Jacques parla di “mentalità beduina” della popolazione di Taybeh, sebbene questa non lo sia da un punto di vista etnico.

“È capitato spesso che la domenica, prima di andare in chiesa, alcune persone mi hanno atteso sulla strada, dicendomi: ‘Potresti venire a casa mia a mezzogiorno? Così mangiamo insieme e parliamo del vangelo’. Ogni volta è stata una festa, con molte famiglie, decine e decine di persone, bambini, gioia, confusione, allegria! Ho passato molti momenti intensi di catechesi e riflessione, di condivisione, di discussione aperta, con semplicità. Come ai tempi di Cristo”.

Una vita dedicata al dialogo

Come detto inizialmente, Jacques è di origine ebraica. Appena arrivato in Terra Santa è stato ospitato a Gerusalemme da un’ebrea convertita al cattolicesimo, Rina Geftman. In quella casa hanno preso luogo i primi incontri tra ebrei e cristiani; da quella casa è nata Neve Shalom (in ebraico “oasi di pace”, un riferimento a Isaia 32:18) per volontà di Bruno Hussar, egiziano di origine ebraica convertitosi al cattolicesimo.

“Quando ha sentito che la sua ora era quasi giunta, Padre Bruno ha espresso il desiderio di lasciare tutto per tornare nella sua roulotte, prima di morire. In quella roulotte è iniziata la sua missione, in quella roulotte era concentrato tutto lo spirito di pace e solidarietà che ha caratterizzato il suo operato. Lui voleva che fossi io a continuare la comunità, ma io non ero ancora pronto e preparato per questo. E ho sentito che stava per iniziare un periodo di dialogo e maggiore comprensione tra le stesse chiese cristiane, all’interno del corpo di Cristo. Ma l’ardore per tutti i figli di Abramo non era ancora sopito! Nel 1984 sono sorti infatti i primi incontri, timidi ma rivoluzionari, tra palestinesi e israeliani. Insieme a un rabbino e a uno sheikh sufi abbiamo fondato Beit Nuah, la ‘Casa di Noè’. Finalmente, un dialogo a tre: tra ebrei, cristiani e musulmani. Gli incontri erano ovviamente segreti, perché il Mossad era ovunque e monitorava tutto. I servizi segreti avevano paura che degli stranieri potessero testimoniare questi incontri di dialogo, e più volte sono entrati in nostra assenza. Erano momenti difficili, ma intensi. C’era molta speranza”.

 

Poi, nel 2000, è scoppiata la Seconda intifada. In questo periodo Jacques ha riletto Gandhi comprendendo che “non violenza” non vuol dire passività, che la pace senza solidarietà e giustizia è una pace vuota, finta.

“Mi sono reso conto che per resistere ed evitare la tentazione dell’emigrazione bisognava trovare uno sbocco commerciale per i prodotti tradizionali palestinesi. È stato così che, grazie anche a un importante lavoro di unione e coordinamento, artigiani e piccoli mercanti hanno unito le forze creando una rete per vendere i propri prodotti all’estero. Questa iniziativa per rendere sostenibili le attività locali è partita lentamente. Senza soldi da investire, come tutte le attività di cui ho parlato finora. Per queste famiglie è fondamentale raggiungere l’autonomia economica. Non vogliono beneficenza, vogliono dignità. Confido nell’Eterno affinché, anche questa volta, ci provveda quanto necessario”.


ARTICOLO PUBBLICATO ORIGINARIAMENTE SU ALETEIA. CONTINUA LA LETTURA QUI


Valerio Evangelista