Noi donne afghane, tradite da Nato ed Europa di Daniela Centonze

Trump ribalta il suo programma elettorale annunciando l’invio di 4000 militari in Afghanistan. La Germania non potenzierà la sua presenza sul territorio, ma appoggia prontamente il cambio di rotta a lungo termine degli USA. Si promette l’apertura del dialogo tra il governo afghano e i talebani, ma con l’aiuto degli alleati.

Intanto in Europa si continua a discutere di diritti umani e terrorismo. Invitata a Bruxelles dal Parlamento europeo, lo scorso 12 luglio la scrittrice e attivista Malalai Joya ha aperto con toni inevitabilmente duri il suo intervento durante l’audizione sui diritti della donna in Afghanistan della Sottocommissione per i diritti dell’uomo.

Il popolo afghano è stato tradito da chi ha promesso aiuto. L’occupazione degli USA e della NATO non ha fatto che raddoppiare i nostri problemi e questo governo, appoggiato dagli Stati Uniti e dai signori della guerra, non fa che terrorizzare la popolazione. E sono le donne le vittime principali. L’Afghanistan è ancora adesso uno dei paesi più pericolosi per una donna. Tra matrimoni forzati, avvelenamenti, minacce di morte per chi prova a ricoprire un ruolo di leadership nella vita pubblica, il 25% delle donne del mio paese ha subito una violenza sessuale. I maltrattamenti domestici sono quasi ormai come un’esperienza di passaggio nelle loro vite.”

Il presidente della Sottocommissione Pier Antonio Panzeri ha introdotto la ex deputata afghana come “una tra le 100 donne più influenti per il Times, tra le 100 donne attiviste per i diritti umani secondo la classifica del quotidiano The Guardian”. Voce limpida e sguardo fermo, nessun gesto con le mani, in otto minuti Malalai Joya ha trasformato un’audizione altrimenti condannata a retorici resoconti sul patriarcato in Afghanistan.

A quindici anni da quella che era stata annunciata come una liberazione, dopo tutti i soldi che avete speso, la situazione del mio paese è disastrosa. Vi parlo della mia esperienza: sotto il regime dei talebani io ero un’insegnante e la mia professione era regolarmente contrastata, dovevo portare sempre il burqa, non ero libera.

Dal 2001 la situazione è peggiorata; sono stata eletta parlamentare, eppure mi veniva spento il microfono in aula, ho rischiato più volte di essere stuprata nei pressi del Parlamento. Non c’era libertà di espressione e nel 2007 sono stata sospesa dal mio incarico per aver denunciato la presenza in Parlamento dei signori della guerra.

Oggi l’Afghanistan è oppressa dall’occupazione della NATO e degli USA, che appoggiano un governo in grado di sparare su chi manifesta per chiedere,a quello stesso governo che uccide, protezione e sicurezza. Oggi l’Afghanistan vede ammazzare una ventisettenne nel centro di Kabul, immaginate un po’ cosa possa accadere quindi nelle zone rurali. La BBC ha indicato che 27 casi simili si sono verificati nel giro di 3 giorni. Avete poi sentito della super-bomba MOAB, fatta esplodere nella provincia del Nangarhar; vi è stato detto che è stata sganciata contro l’ISIS, ma è una grande menzogna. La bomba è stata solo uno strumento degli Stati Uniti per rischiarare la propria autorità agli occhi della Russia.

È uno scontro tra superpotenze, a spese della popolazione, che soffre sempre più gli attacchi del fondamentalismo del governo: sono aumentati i casi di suicidio, di violenza e il tasso di disoccupazione si innalza, la malnutrizione si estende anche nei centri urbani, si registra un aumento dei casi di disturbi psicologici e anche la tossicodipendenza va radicandosi. I più abbandonano il paese.

Di queste sue responsabilità l’Europa dovrebbe ricordarsi quando si parla di immigrazione: i profughi non sono criminali. In questo contesto la vita per le donne è diventata altamente pericolosa, nell’ambiente domestico e nella dimensione pubblica. Sono troppe le minacce di morte, gli attacchi diretti, le intimidazioni. I diritti delle donne sono costantemente violati e io vi chiedo di intervenire con trasparenza.”

Tra l’esplosione di una bomba occidentale e un attacco dell’ISIS o dei talebani, la popolazione è in ginocchio e non accetta più le promesse del governo. L’articolo 22 della Costituzione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan (2004) prevede il divieto di ogni forma di discriminazione e privilegio tra i cittadini, che hanno perciò gli stessi diritti e gli stessi doveri, “sia uomini che donne”.

Questa precisazione – seppur lapalissiana- rimane lettera morta, tant’è che la campagna internazionale Women for Change, promossa dalla onlus COSPE Hawca (Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan), in collaborazione con AHRAM (Afghanistan Human Rights Action and Mobilisation) e CSHRN (Civil Society and Human Rights Network), ha l’obiettivo di rendere effettiva, e non meramente formale, quell’opportunità paritaria – per le cittadine e i cittadini – di autodeterminarsi, cercando di rimuovere gli ostacoli che limitano l’accesso delle donne all’istruzione e quindi alla vita politica e sociale del paese.

LE SFIDE PER OTTENERE UN’UGUAGLIANZA SOSTANZIALE

Nel corso dell’audizione del 12 luglio, COSPE ha ribadito le richieste già rivolte al governo afghano e avanzato delle precise istanze alla comunità internazionale.

Al presidente Ashraf Ghani si chiede di proteggere le vittime di minacce e violenze attraverso il finanziamento di attività in difesa dei diritti umani e mediante la promozione di azioni eque e trasparenti volte ad accertare la responsabilità degli autori di reato. Importante obiettivo della campagna è quello di ristabilire la quota femminile del 25% dei seggi ai Consigli Provinciali, applicando i medesimi meccanismi per le elezioni del distretto e dei villaggi.

In un paese in cui l’atteggiamento patriarcale rimane un impedimento poderoso all’effettiva rappresentanza delle donne nelle istituzioni, è fondamentale rimuovere il criterio del livello minimo di istruzione come requisito di candidabilità (nel 2015 l’85% delle donne afghane era senza istruzione).

Le cittadine afghane devono avere la possibilità di guidare il cambiamento. Per questo motivo è necessario che il governo sostenga la loro assunzione, specialmente delle giovani laureate, come dipendenti pubbliche; per fare ciò bisogna rivedere la composizione delle commissioni di assunzione, che non possono continuare ad essere formate da soli uomini.

Urge espandere espandere il numero di giudici donne, in primo grado, in appello e nelle Corti speciali. Garantire la loro nomina anche presso la Corte Suprema contribuirebbe a giudicare equamente i casi di violenza sulle donne.

Un enorme passo avanti potrebbe essere compiuto se l’Afghanistan decidesse di firmare e ratificare il Protocollo Opzionale della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottato dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1999, adeguando la legge nazionale agli standard internazionali.

COSA DEVE FARE L’EUROPA

La maggior parte delle studentesse tra i 10 e i 13 anni abbandona la scuola: la vera urgenza è una presa di posizione del governo netta e distinta rispetto ai pregiudizi che limitano l’accesso all’istruzione primaria e secondaria delle ragazze. Né è più rinviabile il perseguimento del reato di corruzione nel settore della pubblica istruzione che di fatto nuoce alla promozione di progetti che possano aiutare le donne a divenire consapevoli delle loro abilità intellettuali. Alla difesa delle vittime, al ripristino della legalità, bisogna affiancare pertanto il potenziamento dei programmi di micro finanza per sostenere le donne con capacità imprenditoriali. L’esperienza del MISFA (Microfinance Investment Support Facility for Afghanistan) rappresenta in tal senso un esempio virtuoso.

Cosa può fare allora l’Unione Europea? Le voci che emergono dall’audizione parlamentare sono diverse e non tutte allo stesso modo riconoscono le dirette responsabilità dei governi occidentali. Women for Change, ribadendo la centralità del ruolo delle ONG, chiede che la loro attività venga assicurata e non soppressa, ostacolata, come oggi avviene per Amnesty International o Croce Rossa e per tutte le altre piccole ONG, il cui ausilio è ugualmente vitale nelle zone extraurbane e urbane.

Le associazioni promotrici di questa campagna mondiale chiedono perciò all’Unione Europea di indirizzare il governo afghano verso una gestione limpida dei fondi da ridistribuire alle associazioni e organizzazioni che intendano operare sul territorio, creando una vera sinergia tra queste ultime e il Parlamento. In passato, l’alto livello di corruzione nella Pubblica Amministrazione ha fatto sì che la base d’azione delle ONG non venisse sufficientemente implementata dalle risorse stanziate dalla società degli Stati, mandando in fumo milioni di euro e milioni di dollari. Oggi questo non è più accettabile.


Redazione