Il mio ultimo giorno a Raqqa

Tim Ramadan
Seguimi su:

Tim Ramadan

Tim Ramadan è lo pseudonimo di un giornalista siriano. Ha lavorato con "Raqqa is Being Slaughtered Silently" e attualmente è membro di "Sound and Picture", un collettivo indipendente che si propone di esporre le atrocità commesse dagli squadroni del regime di Bashar al-Assad e dalle bande terroristiche del sedicente Stato Islamico nella città di Raqqa.
Tim Ramadan
Seguimi su:

Latest posts by Tim Ramadan (see all)

Negli ultimi anni ho condiviso con chi mi segue ogni dettaglio della mia vita. Sto per raccontarvi un’altra storia, forse l’ultima, perché non sono più a Raqqa. Da quando il Daesh ha preso il controllo di Raqqa ho promesso a me stesso e ai miei amici che sarei rimasto qui fino a quando non avrei visto l’ultimo terrorista lasciare questa città. A volte sono stato via qualche giorno per poi tornare; quando la coalizione ha iniziato a combattere ero ancora più convinto che sarei dovuto rimanere qui. Ho mantenuto fede all’impegno preso e penso di aver mostrato in modo onesto e accurato ciò che stava succedendo nella città. Ci sono stati momenti in cui ho avuto paura, ed altri momenti in cui ho perso la speranza. Ma ogni mattina sentivo il sangue scorrere nelle mie vene, mi tornavano le forze e mi rimettevo al lavoro.

Alcune ore prima di lasciare Raqqa stavo parlando con dei colleghi giornalisti del fatto che sarei rimasto qui fino alla fine, costi quel che costi. Quella stessa sera ho conosciuto una famiglia di un altro quartiere, una coppia con quattro figli. Uno di loro era gravemente malato. Il padre piangeva. Voleva lasciare Raqqa ma non se la sentiva di esporre moglie e figli ai campi minati e ai cecchini. Non potevano andare via tutti insieme, con un figlio in quelle condizioni. Ho aspettato qualche minuto e poi mi sono offerto di aiutarlo a scappare. È stata una decisione molto difficile, ma era la cosa giusta da fare.

LEGGI ANCHE:   Libia, l'Italia e i bombardamenti statunitensi su Sirte

Siamo partiti all’alba. Io ho tenuto in braccio il figlio malato per tutto il tempo, in modo che loro potessero gestire il resto della famiglia. È stata dura. I cecchini ci hanno scoperti e hanno sparato contro di noi, ma grazie a Dio la famiglia è riuscita a farla franca. Ho preso questa decisione spinto da ciò che sentivo dentro di me. Ho raccontato a tutti le violazioni dei diritti umani e i crimini che nella mia città sono stati compiuti (da ogni parte); ma credo che salvare la vita di un bambino non sia meno importante della mia attività di giornalista.

Ho lasciato ogni cosa, dietro di me. I miei ricordi, cadaveri sparsi per la città, persone affamate, ho lasciato persino i miei vestiti. Ma ho portato con me un bambino che non conoscevo, perché quel bambino ha un futuro che non può venirgli negato.

Sono grato a tutti gli amici che hanno chiesto di me. Vi voglio bene. Adesso mi trovo a nord, lontano dalle zone controllate dal Daesh. Non so cosa aspettarmi, ma mi reggo alla vita con tutte le mie forze. Vi prego, non dimenticatevi di tutte le famiglie che ho lasciato alle mie spalle. Continuerò a lottare per loro, dovunque mi trovi. Lottate anche voi insieme a me.