Meticciato e ibridazione: introduzione alla filosofia latinoamericana di Stefano Santasilia

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Si può comprendere pienamente la “condizione latinoamericana” solo attraverso la corretta considerazione dei concetti di “ibridismo” e “meticciato”, che rimandano alla costituzione pluriculturale della società latinoamericana


La cultura latinoamericana presenta una profonda varietà di espressioni culturali – segnata da continui rimandi a radici precolombiane – tutte però, allo stesso tempo, riconducibili ad un minimo comun denominatore coloniale. Tale comunanza, se da una parte implica un passato di sottomissione – la cui eredità non ancora esaurita influisce profondamente, ancora oggi, nella vita dei popoli latinoamericani – allo stesso tempo permette di riconoscere una koinè generata da quella ricerca identitaria che ancora non è giunta completamente al termine.

La condizione pluriculturale, costitutiva di tutti i paesi latinoamericani, implica la necessità di un ripensamento delle strutture che regolano la vita sociale al fine di individuare un assetto capace di riconoscere lo stato multiculturale come costitutivo della possibilità di una convivenza pacifica.

La piena comprensione della “condizione latinoamericana” passa, dunque, necessariamente attraverso la corretta considerazione dei concetti di “ibridismo” e “meticciato”. Entrambi, infatti, rimandano alla costituzione pluriculturale della società latinoamericana e alla genesi di una categoria antropologica fondamentale segnata da una “condizione spuria”, che caratterizza nondimeno lo svolgersi della stessa riflessione culturale.

Ibridismo e meticciato, nella loro medesima definizione, rinviano ad un incontro culturale originario, un punto zero – cui non è dato risalire – che accompagna, tuttavia, la vita stessa dell’individuo, rendendolo esempio incarnato della possibilità dell’incontro e della ristrutturazione continua dei valori.

Si tratta, direbbe provocatoriamente Boaventura de Sousa Santos, di pensare il meticciato come condizione che non può mai essere completamente catturata concettualmente e che, per tale ragione, si colloca sempre ai margini del “sistema mondo”. Un invito vivente alla continua riconsiderazione della costellazione di valori a partire dalla quale si vuole comprendere l’umana realtà e determinare i parametri della “civiltà”.

Il meticciato si connota come la condizione per la quale «più che di una teoria comune, v’è necessità di una teoria della traduzione che renda intelligibili i conflitti e permetta agli attori collettivi di “conversare” riguardo alle oppressioni alle quali resistono e alle aspirazioni che li animano». Si tratta di un tradurre, quasi da assumere letteralmente, laddove il traduttore è colui che può “condurre attraverso”, e lo può fare proprio in nome della sua condizione “marginale”. Infatti, qualsiasi buon traduttore diviene, in qualche maniera, meticcio, ibrido, a causa della sua capacità di muoversi con abilità tra dimensioni corrispondenti ma mai “sovrapponibili”.

La sua condizione ibrida si manifesta proprio attraverso l’acquisito talento di “ristrutturare” le questioni a partire dall’infra, e dall’impossibilità di un suo ritorno alla condizione precedente: una volta manifestata la “posizione ibrida”, già va riconosciuto il primato di un’ulteriore forma di espressione che non è più riconducibile completamente ai meri caratteri che l’hanno costituita.

Per tale ragione, qualsiasi discorso relativo alla generazione della cultura, o alla possibilità dell’incontro tra culture, deve necessariamente prendere in considerazione la condizione ibrida non solo come risultato finale ma, soprattutto, come momento originario dello stesso fenomeno culturale.

Ma non è tutto. Come suggerisce Nestor García Canclini, occorre riconoscere il valore dello stato “meticcio” per assumerlo all’interno di una concezione più ampia dello stesso “ibridismo”. Secondo lo studioso argentino, «il concetto di ibridazione è utile, in determinate indagini, per la comprensione di fenomeni interculturali che sono soliti avere definizioni differenti: fusioni razziali o etniche chiamate meticciato, sincretismo delle credenze e anche altre forme di mescolanza moderna». Nonostante ciò, non bisogna perdere di vista un’importante differenza.

Difatti, se «una teoria non ingenua dell’ibridazione risulta inseparabile da una coscienza critica dei suoi limiti, di ciò che non si lascia, non può o non vuole essere ibridato», lo è proprio perché il concetto stesso di meticciato «si mostra insufficiente per definire e spiegare le forme più moderne di interculturalità».

Secondo García Canclini, la ragione di ciò starebbe nella problematicità del passaggio caratterizzato dalla stessa ibridazione. Questa, infatti, rimette ad un momento originario quasi “abissale”, e incolmabile, che obbliga ad una continua “ricomprensione”: per comprendere il senso dell’incontro non è possibile mettere in opera forme surrettizie di cattura concettuale, «piuttosto è necessario collocarsi nel punto instabile, conflittuale, della traduzione e del “tradimento”».

Posizionarsi, infatti, in quel luogo dove il terreno può franare facilmente, costituisce la stessa possibilità di abbandonare il dominio concettuale dell’orizzonte del reale. Ciò implica che l’ibridazione, traduzione-tradimento, si dia sempre e solo come un “salto” che può essere osservato per momenti, mai adottando uno sguardo che in un sol colpo possa abbracciare tutto il processo.

Il dibattito relativo alle differenze, e alle prossimità, tra meticciato e ibridazione, nonché al loro costitutivo legame, caratterizza il punto di partenza di una riflessione che non considera meramente il lato biologico della questione, bensì soprattutto quello culturale, ovvero la stessa possibilità di trasformare un’eredità di sottomissione in momento di creazione e libera espressione.

L’attenzione dedicata al processo di ibridazione, considerato nel suo essere previo all’instaurarsi della condizione meticcia e mediante la possibilità di un’assunzione critica della propria condizione, indica soprattutto la necessità di individuare una categoria che implichi il rimando ad un incontro costitutivo, da intendersi non come ciò che si rende necessario a partire da una constatazione.

Non si tratta semplicemente di prendere atto della situazione, tantomeno di proporre un “assorbimento” di una realtà in un’altra. Gli effetti storicamente negativi di un’unilaterale lettura del pluralismo culturale si lasciano, infatti, chiaramente osservare attraverso le politiche di integrazione elaborate a partire da un’unica e indiscutibile concezione del progresso. Una comprensione corretta del meticciato impone, piuttosto, una comprensione differente dell’umano, considerato di per sé come già votato all’ibridazione.

La nostra riflessione non può dirsi, però, completa senza un riferimento ai contributi di due autori, l’uno argentino e l’altro francese, il cui apporto alla questione è, senz’ombra di dubbio, rintracciabile ancora nel dibattito attuale: Günther Rodolfo Kusch e Serge Gruzinski. Il primo, antropologo e filosofo, rappresenta una delle più rilevanti voci del pensiero della liberazione; il secondo, storico, ha dedicato i suoi studi più importanti proprio alla relazione tra colonizzazione e ibridazione.


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