I bambini siriani sono una generazione perduta?

Joshua Evangelista

Joshua Evangelista

Editor in chief per Frontiere News. Ha scritto di minoranze e diritti umani su Middle East Eye, Espresso, Repubblica, Internazionale e altre testate nazionali e internazionali
Joshua Evangelista

Secondo un recente report di Human Rights Watch, i figli dei rifugiati siriani che non possono andare a scuola in Turchia, Libano e Giordania sono 530 mila, mentre quelli degli sfollati rimasti in Siria sono 1,6 milioni.

“Non vogliamo che sia una generazione perduta ma di fatto il rischio è molto elevato”, spiega Dina Taddia, presidentessa di GVC – Gruppo di Volontariato Civile. L’organizzazione bolognese è impegnata in Siria e in Libano con progetti di ricostruzione di scuole. Abbiamo chiesto a Taddia di aggiornare i lettori di Frontiere News sulle sfide più grandi per i bambini siriani, dal mercato nero del lavoro minorile ai matrimoni precoci. Senza dimenticare le nuove forme di razzismo nella società libanese con cui devono confrontarsi sin da piccoli e, in maniera indiretta, la diffidenza degli occidentali verso il lavoro delle ONG.

Come si incentivano le famiglie siriane dei campi profughi a mandare i figli a scuola invece che a lavorare? I numeri sul lavoro minorile tra i rifugiati siriani sono impressionanti e molto spesso il contributo economico che ne consegue è vitale per le famiglie.

Sono tanti gli appelli ai paesi ospitanti affinché attivino politiche capaci di consentire alle famiglie dei siriani di uscire dalla condizione di povertà estrema, che induce gli indicatori del lavoro minorile e dei matrimoni precoci a segnare punte preoccupanti. Secondo l’Unicef, dei 360mila bambini siriani tra i 5 e i 17 anni registrati nel piccolo Libano, nel 2015, più della metà, in 180mila, non avevano accesso all’istruzione. Un anno dopo, il numero era sceso a 126.732 e nel marzo 2017 salito a 221.573. I permessi di lavoro in paesi come quello dei cedri sono off limits per i siriani che stentano a provvedere alla loro sopravvivenza. I costi della scuola sono difficili da sostenere. Ed è vero: il contributo economico è vitale.

E voi, sul campo, come vi comportate a tal proposito?

GVC lavora in Libano dal 2006 e nella Valle della Bekaa, al confine con la Siria, dal 2012, con una sede a Beirut e coordinamenti attivi a Zahle, Al Ain e Kobayat. Lavoriamo nei campi informali nati sul confine siriano/libanese e ospitanti gruppi di famiglie siriane in fuga dalla guerra.

In queste aree da tempo abbiamo avviato un lavoro di mappatura dei bisogni per individuare le vulnerabilità e sostenere quindi soprattutto bambini, disabili, anziani e malati. Le necessità sono tantissime. È però significativo che le famiglie che assistiamo fornendo acqua potabile, distribuendo tende, gasolio per le stufe, e tanto altro chiedano soprattutto di poter mandare a scuola i propri bambini. Quegli stessi bambini che, nelle ore di attività ludiche con i nostri operatori, riempiono di serpenti i loro disegni, espressione irrazionale delle insicurezze e vulnerabilità profonde che hanno vissuto e stanno vivendo, privati dei loro diritti fondamentali; una vita sicura, l’accesso all’acqua e ai beni primari, oltre che vittime dei traumi della guerra. GVC incentiva dunque le famiglie siriane a mandare a scuola i propri bambini garantendo l’accesso ad alcuni di quei beni primari senza i quali molte famiglie non avrebbero le risorse necessarie per farlo.

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Se tutti i bambini siriani hanno difficoltà ad inserirsi a scuola, questo vale maggiormente per quelli con disabilità fisiche o psichiche. Come si costruisce un’esperienza didattica efficace per bimbi disabili che, oltre ai propri bisogni speciali, spesso si interfacciano con lo stress del post-conflitto?

Cooperando e creando esperienze progettuali in team con le associazioni locali e con diverse altre realtà. E soprattutto integrando. In Libano, per esempio, GVC sta ristrutturando proprio in questi mesi la scuola di Laboue. Ci stiamo occupando di fornire impianti di riscaldamento, sostituire gli infissi, ma anche di rendere la scuola accessibile ai disabili.

Perché però possa essere davvero una scuola capace di accogliere la diversità, in collaborazione con l’ associazione locale LOST Lebanese organization for studies and training, abbiamo attivato un progetto che ci consentirà di offrire sostegno psicologico ai bambini sopravvissuti alla guerra e a chi ha una disabilità fisica o psichica. Sarà una scuola frequentata da 460 bambini siriani e 160 libanesi tra i 3 e i 17 anni, alcuni dei quali diversamente abili o fuggiti dalle atrocità della guerra in Siria. Oltre a lavorare su programmi curriculari studiati per diverse esigenze, a introdurre nuove materie di studio e a dare vita a laboratori artistici e musicali, introdurremo la figura dello psicologo per aiutare i bambini siriani a rielaborare i traumi e degli esperti per chi ha difficoltà nell’apprendimento. Da non trascurare, poi, la nostra costante volontà di formare anche gli insegnanti, che si trovano ad affrontare problematicità legate a stress post traumatici per i quali il loro curriculum accademico non li aveva certo preparati. Tengo a ricordare poi che con il progetto “Promozione di un modello pilota”, realizzato con YAB – Youth Association of Blind”, GVC ha lavorato sulla promozione dell’inclusione dei disabili oltre che dell’integrazione, dando vita a un progetto pilota che ha coinvolto insegnanti, assistenti sociali, educatori e direttori di sei scuole pubbliche, dando vita a un piano di lavoro annuale e a una discussione sull’integrazione dei bimbi disabili a scuola che però ancora necessita di sforzi perché il piano strategico nazionale per l’inclusione dei disabili in Libano è ancora fermo.

Del resto, casi di gravi atti di razzismo da parte della popolazione libanese verso i rifugiati siriani sono all’ordine del giorno. E spesso questo coinvolge anche i bambini. Che idea vi siete fatti, lavorando sul campo? Questo malessere è percepibile anche nelle scuole?

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È innegabile ed è per questo che noi, in ogni progetto, lavoriamo includendo sempre libanesi e siriani. Penso ai corsi di formazione in fotografia, informatica, trucco e hair styling, offerti a cento giovani siriani e libanesi nella Valle della Bekaa che insieme hanno riscoperto aspirazioni e problemi comuni, come quello dell’occupazione.

È necessario comprendere che per fare integrazione e per includere i rifugiati siriani bisogna pensare contemporaneamente anche ai bisogni delle comunità locali. In questo GVC crede molto perché i risultati di queste politiche sono tangibili. Il contesto in cui lavoriamo presenta comunque dei problemi, dal punto di vista dell’integrazione, che precludono possibilità di incontro serene tra libanesi e siriani in un paese che – lo ricordiamo- ospita un numero impressionante di rifugiati rispetto alle sue dimensioni. Il problema dell’integrazione esiste e cresce quando riguarda bambini disabili. Una nostra cooperante ci ha raccontato di recente di due gemelline con sindrome di down che non possono andare a scuola come i loro fratellini e rimangono tutto il giorno in tenda. Episodi simili ci convincono ancora di più a proseguire sulla via di un intervento che non escluda la popolazione locale ma che la coinvolga.

Parliamo dei matrimoni precoci tra i rifugiati siriani. Secondo un sondaggio dell’United Nations Population Fund, nel solo Libano, il 24% delle ragazzine rifugiate che hanno tra i 15 e i 17 anni sono sposate. Come si può scoraggiare il fenomeno?

Secondo lo stesso studio, il numero di matrimoni precoci sarebbe quattro volte più elevato tra i rifugiati siriani rispetto ai dati in Siria prima del conflitto. E ciò significa che a fare da motore a questo fenomeno sono soprattutto la povertà, la condizione di estrema vulnerabilità e di abbandono in cui vivono le famiglie dei rifugiati siriani. Il Muqaddam, la “dote” che obbliga il marito al pagamento di una somma in danaro, è diventato sempre più importante ed è visto come una sicurezza per la propria bambina. Ma i matrimoni precoci sono anche visti come un modo per proteggere le ragazze da svariati rischi.

L’unica via per invertire la rotta è restituire ai bambini siriani il diritto ad andare a scuola, ovunque essi si trovino: in Siria come in Libano, in Giordania come in Turchia o altrove nel mondo. GVC è impegnata per questo nella ricostruzione e ristrutturazione delle scuole in Siria, ma anche in Libano.

“Senza acqua non c’è scuola” recita lo slogan della vostra campagna #Gocciaagoccia per riportare l’acqua anche in Libano. Quale il nesso tra questi due bisogni?

GVC ha una lunga esperienza nella distribuzione dell’acqua e delle cisterne alle popolazioni bisognose così come nel ripristino delle strutture idriche. In Palestina, nell’Area C, in Libano e in Siria, in tutte le zone in cui manca l’acqua, mancano i servizi igienici, le condizioni per una corretta alimentazione, per la salute e la sopravvivenza e viene così meno anche la possibilità di andare a scuola, ovviamente. Noi cerchiamo di andare oltre: nei campi in Libano in cui abbiamo individuato la necessità, consegneremo bagni accessibili anche ai disabili; istruiamo le famiglie su come filtrare l’acqua, su come mantenere pulite le cisterne e evitare quindi e malattie, ulteriori limiti che impediscono alle famiglie dei rifugiati di poter mandare a scuola i propri bambini.

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Avete lanciato delle campagne affinché gli italiani sostengano il vostro lavoro tra i minori siriani. È un momento di grande diffidenza verso le ong: come si riconquista la fiducia di un’audience distratta da bufale e da messaggi populisti?

Sensibilizzare, coinvolgere, chiedere un impegno diretto alla società civile è necessario. Perché è il solo modo per ri-alfabetizzare e rieducare alla solidarietà una società anestetizzata, insoddisfatta, messa alla prova da difficoltà economiche e per questo preda di populismi e egoismi. L’attacco alle ONG ci pone nuove sfide, da questo punto di vista. Perché ci obbliga a costruire una contro narrativa.

Ne abbiamo parlato pochi giorni fa all’incontro “Media and migrations 3” al Terra di Tutti Film Festival, kermesse di documentari da tutto il mondo che organizziamo da oramai 11 anni. Ha partecipato, tra gli altri, anche il responsabile della comunicazione di Medici senza frontiere. È stata proprio questa ong a fare da apripista nella costruzione di un nuovo modello di relazione al problema delle bufale, dei messaggi populisti e degli attacchi violenti alle ong, rispondendo puntualmente sui social network a tutte le accuse ricevute con dati, spiegazioni esaurienti e precise. Pur non essendo una ong che opera nel salvataggio dei migranti in mare, GVC ritiene dunque necessario costruire e rafforzare una contro narrativa che sia in grado di raccontare con estrema trasparenza quali sono le attività svolte, rendicontando puntualmente e spiegando continuamente quali siano i principi della cooperazione e i valori che guidano chi opera nel settore degli aiuti umanitari