Una psicologa spiega come combattere il razzismo sin dai primi anni di vita foto copertina: Li Zhao, CC BY-ND

Gail Heyman

Gail Heyman

Docente di psicologia presso la University of California, San Diego. Il suo studio si concentra sullo sviluppo sociale e cognitivo.
Gail Heyman

Quello dei preconcetti razziali può sembrare un problema intrattabile. Psicologi ed altri scienziati sociali hanno avuto difficoltà a trovare dei modi efficaci per contrastarlo – persino tra persone che dicono di sostenere una società più equa e più egualitaria. Un motivo potrebbe essere che la maggior parte degli sforzi sono stati indirizzati verso gli adulti, i cui pregiudizi sono spesso fermamente radicati.

I miei colleghi ed io stiamo iniziando a trattare il problema dei pregiudizi di stampo razzista osservandone i primi cenni presenti nella prima infanzia. Stiamo imparando sempre più il modo in cui i preconcetti si radicano nelle persone, ma arriverà un momento in cui sarà possibile intervenire prima che un qualsiasi pregiudizio diventi permanente?

Misurare I PREGIUDIZI RAZZIALI

Quando i ricercatori di psicologia iniziarono a studiare i pregiudizi razziali, si limitavano a chiedere agli intervistati di descrivere i propri pensieri e sentimenti in merito a dei particolari gruppi di persone. Un evidente limite di questo metodo è che spesso le persone cercano di rispondere ai ricercatori in modi che ritengono siano socialmente appropriati.

A partire dagli anni ’90, i ricercatori hanno cominciato a sviluppare metodi per valutare i preconcetti impliciti, che sono meno volontari e meno controllabili dei preconcetti espliciti. Il test più utilizzato è l’Implicit Associazione Test, che consente ai ricercatori di misurare se gli individui facciano associazioni più positive con alcuni gruppi etnici rispetto ad altri. Tuttavia, un importante limite di questo test è che funziona bene solo con persone di almeno sei anni: le istruzioni sono troppo complesse affinché i bambini più piccoli se le ricordino.

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Recentemente, i miei colleghi ed io abbiamo sviluppato un nuovo modo di misurare i pregiudizi, che abbiamo chiamiato Implicit Racial Bias Test. Questo test può essere utilizzato persino con i bambini di tre anni, nonché con i bambini più grandi e con gli adulti. Questo test valuta i preconcetti in modo analogo a quanto faccia già la IAT, ma con istruzioni diverse.

Ecco come funziona ad esempio il test per rilevare un pregiudizio implicito che favorisce i bianchi rispetto ai neri: su un dispositivo touchscreen mostriamo ai partecipanti una serie di volti bianchi e neri. Ogni foto è accompagnata da un emoticon sorridente da un lato e un emoticon triste dall’altro.

Nella prima parte del test chiediamo ai partecipanti di toccare, il più rapidamente possibile, l’emoticon sorridente ogni volta che compare un volto nero; e poi di fare altrettanto con l’emoticon triste ogni volta che compare un volto bianco. Nella seconda parte del test le istruzioni sono invertite.

Calcoliamo il livello individuale di pregiudizi impliciti partendo dalla differenza tra il tempo necessario per seguire le prime istruzioni rispetto alle altre. La logica sottostante è che ci vuole più tempo e uno sforzo maggiore per rispondere in un modo contrario al nostro intuito.

ANCHE I GIOVANISSIMI POSSONO NUTRIRE DEI PREGIUDIZI RAZZIALI?

Per molti anni i pregiudizi razziali espliciti nei bambini più piccoli sono stati oggetto di ricerca, ed ora sappiamo che i bambini piccoli possono anche mostrare pregiudizi impliciti, spesso in proporzioni comparabili a quelle osservate negli adulti.

Alcuni studi suggeriscono che i precursori dei pregiudizi razziali possano essere rilevati nell’infanzia. In uno di questi studi, i ricercatori hanno esposto dei neonati a tracce musicali allegre ed altre tristi, misurando poi quanto tempo i piccoli guardavano i volti del proprio gruppo etnico o di un altro in base alla musica diffusa in quel momento. Hanno scoperto che guardavano più a lungo i volti del proprio gruppo etnico quando veniva riprodotta musica allegra, e viceversa con i volti di un altro gruppo etnico durante il turno della musica triste. Questo risultato suggerisce che la tendenza a preferire i volti corrispondenti al proprio gruppo etnico inizia già nel periodo dell’infanzia.

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Questi primi modelli di reazione derivano da una tendenza psicologica di base che porta ad apprezzare e ad interagire con le cose che ci sembrano familiari, e a non gradire ed evitare ciò che ci sembra sconosciuto. Alcuni ricercatori ritengono che queste tendenze abbiano radici nella nostra storia evolutiva, perché aiutano le persone a costruire alleanze all’interno dei propri gruppi sociali.

Tuttavia, nel tempo questi pregiudizi possono cambiare. Ad esempio, in Camerun i bambini mostrano un pregiudizio implicito a favore delle persone nere, come parte di una tendenza generale a preferire i membri del proprio gruppo, cioè coloro con cui si condividono più caratteristiche. Ma questo modello si inverte nell’età adulta, poiché gli individui sono ripetutamente esposti a messaggi culturali che indicano che i bianchi hanno uno status sociale più elevato rispetto ai neri.

UN NUOVO APPROCCIO NELL’AFFRONTARE I PREGIUDIZI

I ricercatori hanno a lungo ammesso che i pregiudizi razziali sono associati alla disumanizzazione. Quando le persone sono prevenute nei confronti delle persone di altri gruppi etnici, tendono a considerarle come parte di un gruppo indifferenziato, piuttosto che come individui specifici. Redere gli adulti in grado di distinguere i singoli individui di un altro gruppo etnico porta ad una riduzione dei pregiudizi impliciti, ma questi effetti tendono ad essere di breve durata.

Nella nostra nuova ricerca abbiamo utilizzato questo approccio di individuazione nei confronti dei bambini. In una sessione di 20 minuti, attraverso un’applicazione personalizzata, ai piccoli vengono mostrati cinque individui di un’altro gruppo etnico. Abbiamo scoperto che, immediatamente dopo la sessione, i partecipanti di 5 anni non mostravano pregiudizi razziali impliciti.

Sebbene gli effetti di una singola sessione siano stati di breve durata, una settimana dopo è stata proposta una sessione aggiuntiva di 20 minuti che ha permesso ai bambini di mantenere ridotto per due mesi, di circa la metà, il proprio livello iniziale di pregiudizi. Al momento stiamo lavorando ad una versione ludica dell’app, per condurre ulteriori test.

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È solo il punto di partenza

Sebbene il nostro approccio suggerisca una promettente nuova direzione per ridurre i pregiudizi razziali, è importante notare che non si tratta di una bacchetta magica. Bisogna inoltre studiare altri aspetti della tendenza a disumanizzare gli individui di gruppi etnici differenti, come ad esempio il ridotto livello di interesse della gente nella “vita mentale” di individui che sono al di fuori del proprio gruppo sociale. Poiché gli sforzi per ridurre i pregiudizi razziali – seppur mossi dalle migliore intenzioni – possono talvolta essere inefficaci o produrre conseguenze non volute, ogni nuovo approccio dovrà essere valutato rigorosamente.

E naturalmente il problema dei pregiudizi razziali non può essere risolto soltanto lavorando sulle convinzioni degli individui. Combattere il problema richiede anche affrontare i più grandi fattori sociali ed economici che promuovono e mantengono convinzioni e comportamenti pregiudizievoli.


*Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista. Su gentile concessione di The Conversation.