Perché l’arte italiana sta perdendo la sua carica rivoluzionaria

Camilla Boemio

Camilla Boemio

Scrittrice d'arte, curatrice e teorica la cui pratica indaga l'estetica contemporanea; nel 2013 è stata curatore associato di Portable Nation, il padiglione delle Maldive alla 55.°Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia, dal titolo Il Palazzo Encicopedico; nel 2016 è stata curatore di Diminished Capacity, il primo padiglione della Nigeria alla XV Mostra Internazionale di Architettura, con il titolo Reporting from the Front; nello stesso anno ha partecipato a The Social (4th International Association for Visual Culture Biennial Conference) alla Boston University. È membro della AICA International Association of Arts Critics
Camilla Boemio

Mentre il MIT ci invita a disobbedire ed ad entrare nel dibattito politico in modo consapevole ed attivo,”[1] sembrerebbe in Italia invece non sortisca nessun effetto a catena, se non blando, da parte degli artisti che non vivono più in Italia, e da pochi che tentano in modo onesto ed ormai ai margini, di creare disappunto per un sistema sempre più teso ad escludere, a non sensibilizzare con la cultura ed a creare possibilità solo per chi già ne ha.

Se non fosse per il talento dei privati – dalle Fondazioni, alle gallerie, ai curatori ed ai tanti spazi no-profit soprattutto nati negli ultimi anni a Milano – il quadro italiano sarebbe spettrale.

Se volessimo entrare nel dettaglio e creare una statistica di quali siano i comuni italiani virtuosi nel promuovere dei progetti d’arte visiva che trattino tematiche sociali, ecologiche e politiche avremmo un quadro quasi scarno.

In proporzione paragonabile a quello del continente africano, ma non assimilabile a nessun stato europeo. Facendo attenzione ad un dato che rileva come l’Africa sia in crescita non solo per il numero di collezionisti d’arte estremamente facoltosi, per le tante gallerie e casa d’aste, anche per il numero di Biennali in crescita, posizionandola all’interno di un meccanismo in rapido aumento che vede un interesse diffuso nei confronti del continente che porterà ad una crescita delle attività d’arte contemporanea ed ad un aumento di mostre di rilievo.

Nessuna nazione europea predilige i ‘personaggi televisivi’ ed i ‘festival contenitori pop’ – disseminati in ogni cittadina italiana – come palliativo per diffondere la conoscenza. Anche in quelle aree geografiche meno avvezze alla cultura, dove il bisogno di ‘risveglio’ dovrebbe essere il dovere di chi viene pagato dalla macchina pubblica per migliorare il tessuto sociale e fare proliferare e circolare le idee nuove.

Sembrerebbe che in Italia ci sia poco di nuovo perché i giovani – e si è quasi sempre giovani anche a cinquanta anni in questa latitudine – sono costretti a lavorare o a sviluppare i progetti complessi ‘solo’ all’estero perché una classe istituzionale regionale non è in grado di discernere quali siano quelli innovativi, o che creano innovazione del linguaggio e possano radicarsi nelle corde di un territorio innescando un circolo di menti, ed un indotto.

Penso alla celeberrima Bilbao, ma anche alla Biennale di Dresda o la Biennale di Odessa nate in contesti periferici nei quali l’arte visiva diventa un fluido per convogliare nuove energie.

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Ma, ritorniamo all’inizio: perché nessuno, in modo civile, protesta in Italia? Siamo ancora vincolati da quella immagine perbenista nella quale il ‘potente’ della cittadina non va contrariato, ed anzi va omaggiato?

Proprio non riusciamo ad entrare in quell’ordine di idee che nessun altro se non noi stessi siamo gli artefici del nostro destino. Senza dimenticare di non essere soli in questo pianeta, le nostre azioni devono essere sempre collettive: per gli altri, con gli altri ed in funzione del proprio vicino o lontano che sia.

Dopo la celeberrima espressione (diventata un titolo di una pubblicazione di Francesco Bonami) lo potevo fare anchio, la frase che possiamo fare per cambiare le cose è la più citata dall’italiano medio che blocca qualsiasi pulsione alla sovversione per ripeterla con convinzione simile ad un ‘mantra’ o per utilizzarla nell’intercalare di ogni malefatta delle istituzioni o mancanza della res publica nei confronti dei più deboli.

Già ‘qualcun altro’ scriveva alla fine degli anni sessanta che le proteste degli studenti della Sapienza erano ‘capricci’ di giovani annoiati. E molto di quello che in quel periodo è stato in divenire sembrerebbe sia stato per molti un raptus alla moda, come portare determinati ‘vestiti’ (si sa noi italiani abbiamo quel senso estetico che ci contraddistingue) non forgiando un modello di democrazia egualitaria e consapevole.

Per un curatore che dedica una gran parte della sua ricerca alle tematiche socio politiche, i diritti civili, l’attraversamento tra scienza e arte riscontrare le pratiche e le ricerche artistiche degli artisti su questi argomenti con un’analisi tempestiva e a tratti visionaria apre di reale emozione. Perché questo lavoro è una vocazione. Non un prosaico cocktail dettato dalle mode, e sviluppato nei corridoi delle televisioni.

Illustrandovi cosa voglia dire una pratica artistica che sortisca un dibattito costruttivo ed attivi strategie attiviste; cito alcune delle tante che hanno attivato il mio interesse e che spero siano di incentivo per disobbedire contro l’attualità.

Sarà una carrellata veloce, ma ricca di spunti. Non me ne voglia chi non è stato citato, ma ritornerò presto su questo argomento.

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 Elana Mann, con la quale ho collaborato anni fa con Take a Stand Marching Band, innesca una protesta di strada nella California meridionale, opponendosi alle ingiustizie perpetuate dall’amministrazione Trump all’interno delle comunità locali. Lo fa utilizzando la forza catalizzatrice del corteo, usando le sue sculture “hands-up-don’t-shoot-horn” e “histophone”, ed altri dispositivi musicali, alle dimostrazioni di canto e ballo.

[1] MIT, Jessica Sousa, Rewarding Disobedience, March 7, 2017.


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