Un viaggio poetico nella Calabria greca

Valeria D'Agostino

Valeria D'Agostino

Valeria D’Agostino è nata e cresciuta a Lamezia Terme. Scrive per un giornale locale ed è blogger del Collettivo ValeriaManifest
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Dentro di me è chiara sin da subito la consapevolezza di trovarmi in un luogo antico e senza tempo. Una dimensione totalizzante fatta di molteplici sensazioni fra loro contrapposte. Qualcosa che certamente aiuta nel percorso di avvicinamento spirituale ad attraversare la propria personalità. Più vai a Sud più ti riconosci, soprattutto nelle contraddizioni. Cercando di restare ben lontani da retorica, la Calabria greca ti coglie di sorpresa. Riempie di meraviglia, ed è come una flagranza di reato, un’emozione forte, un colpo al cuore, un’esplosione di colori e di bellezza selvaggia. Perché ancora incontaminata appare la natura dei suoi monti. Bellezza che si trova racchiusa dappertutto: nel mare, nelle strade, nei paesi diruti, nel silenzio, sacro e inviolabile delle strade, o di cui è fatta l’anima degli abitanti dei piccoli borghi in via di spopolamento.

La bellezza è qui nel senso dei luoghi, che si dipingono di quell’antropologia densa di significati, che parte dalle capre e termina con i costumi, con un gesto, una decadenza dolce, originale, se prendiamo in considerazione l’identità in continuo mutamento. L’Aspromonte, nella sua altezza, nella sua imponenza sembra guardarti, sembra proteggerti, e tuttavia non ti chiede nulla. Lo stesso Aspromonte che nel tempo ha inoltre rappresentato il nascondiglio perfetto di una criminalità organizzata, oggi al suo ben vedere è una precisa meta turistica.

Punto di riferimento fisso lo spazio dinamico del “Paleariza”, Festival portato avanti ormai da 20 anni con studiosi e antropologi e tanta resistenza. Così, nel mese di Agosto sono concerti di musica etnica, spettacoli, passeggiate e trekking ad animare le albe e i tramonti di Bova, Pentedattilo, Palizzi, Brancaleone, Condofuri, San Lorenzo e tanti altri posti vicini, i quali adibiti a festa, nei vicoli dalle stradine strette e tortuose, affiancate da lunghe vallate, calanchi bianchi, terra argillosa e immense fiumare, accolgono turisti che arrivano da ogni parte. Un modo per restituire alla Calabria e all’Italia tutta quel senso di grecità, che non è da associare solo alla Magna Graecia, ma va oltre legandosi alla storia del Tema tis Calavrìas, la provincia occidentale dell’Impero Bizantino di cui la regione costituì per secoli un avamposto. Molto attraente risulta la ricerca sulle origini linguistiche della Calabria Greca, che a quanto pare è oggi in forte crisi, soprattutto a causa della recente legge sulle minoranze linguistichee. Si riuscirà ad insegnare il greco di Calabria nelle scuole? Intanto a Condofuri piovono corsi estivi grazie alla forza di trasmissione dei pochi studiosi rimasti.

Paese mio
come ti sei fatto vecchio
lingua mia
più non canto
Vedo la casa
ch’è diventata vecchia
la vigna pure
che s’è appassita

Ritorno indietro
e vado piangendo perché
la mamma non ho più
E voi amici, per favore
non fuggite il mio paese
Insegnate la lingua ai bambini
ch’io sono vecchio e passato oramai.

Agostino Siviglia (Chorìo Roghudi 1934, poeta)

Anche quest’anno la sosta è stata Palizzi Marina, con il campeggio. Palizzi, dal bizantino Politzion, “piccola città” si presenta magnifica col suo insediamento cesellato nell’imponente roccia. A Palizzi Superiore è molto visibile già in lontananza il castello, ancora in ristrutturazione e cosparso da una enorme impalcatura lungo la roccia, e collocato strategicamente. Palizzi Marina, invece, è contornata da un mare blu cristallino e spiagge piene di pietre giganti. Giusto il tempo di un tuffo che decido di tornare indietro, questa volta per strada, la quale anche se apparentemente deserta si rivela particolarmente rischiosa. “È pur sempre la SS106 Jonica”! Esclamo fra i miei pensieri. Strada di morte. Intorno a me poche case, per la maggior parte rustiche, di alcune sono visibili solo i pilastri. È tutto non finito, anche vicino il magnifico faro tra Spropoli e Palizzi. Subito dopo Spropoli si affaccia Brancaleone. Senza rendermene conto, durante una delle più lunghe passeggiate via mare, mi trovo il recinto della schiusa delle tartarughe “Caretta Caretta”. Prodotto tipico di Brancaleone è il gelsomino oltre al bergamotto. C’è un pezzo di strada dove il profumo si perde perfettamente nell’aria. Sperlinga è l’antico nome di Brancaleone, la cui zona superiore è abbandonata a partire dagli anni ’70, nome peculiare associato forse alla grande quantità di cavità naturali nei pressi del paese (in greco Spileos – Grotta). La cosa che colpisce della spiaggia di Brancaleone è la forte vegetazione. Qui, mi sono lasciata sorprendere prepotentemente da alcuni gruppi di alberi piantati (si fa per dire piantati!) esattamente nella sabbia. Pare che anche Cesare Pavese, con la sua letteratura, vi fosse passato e vi avesse scritto dei versi. Pavese ha lasciato ampia traccia del suo passaggio in Calabria nelle poesie di Lavorare stanca e nelle Poesie del disamore, nel romanzo Il carcere, nei racconti, in Feria d’agosto, nei Dialoghi con Leucò e, soprattutto nelle lettere che  costituiscono  un vero romanzo  epistolare.

“Il ragazzo si è accorto che l’albero vive./  Se le tenere foglie si schiudono a forza / una luce, rompendo spietate, la dura corteccia /  deve troppo soffrire. Pure vive in silenzio./ (…) È una tenera luce. Il ragazzo non sa/ donde venga: ma ogni tronco rileva / sopra un magico mondo. / (…) Piega la testa in ascolto / di un ricordo remoto. Nelle strade deserte / come piazze , s’accumula un grave silenzio. / (…) Quel silenzio remoto / che stringeva il respiro al passante, è fiorito / / nella luce improvvisa. Sono gli alberi antichi / del ragazzo. E la luce è l’incanto di allora.”

Un po’ di chilometri più avanti c’è Africo Nuovo. A causa di una disastrosa frana del 1951 Africo vecchio fu abbandonato e ricostruito a circa 15 km in linea d’aria, vicino Bianco. Mi affascina molto immaginare questo paese che al momento del definitivo abbandono non era ancora percorribile dalla strada carrabile e restava collegato da un semplice sentiero. Negli anni ’20 Umberto Zanotti Bianco ebbe modo di sostenere la causa dello sfortunato borgo pastorale. Un incrocio segna due frecce. Condofuri superiore sulla sinistra, Gallicianò sulla destra (dove nel ’99 fu aperta la piccola chiesa ortodossa di Panaghìa tis Elladas – Madonna dei greci). Durante la salita per Condufuri tante frazioni. Aprendo il finestrino posso sentire gli odori della terra e delle capre, non si intravedono pastori al momento però c’è una sorta di cooperativa sociale agricola, “Kalabrija” e qui noto immagini di prodotti tipici: mozzarelle, formaggi, salumi. Poco più avanti, e mi sento piuttosto stranita, vedo un orso gigante a peluche. Non credo ai miei occhi per quanto è buffo lì sulla strada attaccato ad un’abitazione, per quanto è grande! Mi sarò fatta impressionare immaginando dei “feticci”, invece si tratta di  un’agenzia di stampa, una tipografia o qualcosa del genere. A Condofuri i vicoli sono solitari e silenziosi. C’è un solo minuscolo bar dove i proprietari mi son sembrati umili e gentili. All’improvviso un cane mi abbaia contro al di sopra di un balconcino. Tutto sembra dimenticato. Le bancarelle, giusto tre o quattro, mettono in mostra e in vendita tamburelli e chitarrine per bambini. È una bancarella come tante altre ma a differenza di altre fiere questa offre strumenti musicali come giochi. Quasi a voler dimostrare quanto, ancora, lì, la tradizione conti più di tutto.

Ogni anno di ritorno dalla Calabria greca, porto con me una nuova consapevolezza. Ma fra tutti i posti visitati, con le loro specifiche caratteristiche, in questo agosto 2017 e nei suoi giorni di caldo africano è stato Roghudi Vecchio ad aver attirato di più la mia attenzione. Un tragitto fitto, faticoso, ma che grazie alla sua estrema dimensione di abbandono, con le sue ombre fra le vie cosparse di escrementi di mucche e tori sacri, ha consentito alla mia fantasia di proiettarmi in un vero viaggio onirico, in cui il tempo e lo spazio si annullano.

Il percorso verso Roghudi Vecchio è stato tracciato da profondo disorientamento misto a incanto. Quelle stradine strette e tortuose con la paura di cadere, con il timore dei massi lungo le strade, hanno fatto in modo che l’essenziale fosse dentro e fuori di me. A Roghudi Vecchio ho sperimentato un lungo cammino di Santiago in cui tra un sospiro e un altro erano le piante e i fiori, con le loro specie rare e mediterranee, a restituire in me e alla mia stanchezza un senso di stupore unico. A Roghudi, paese dimenticato dal mondo e nel mondo, continuano a vivere specie di animali e di vegetazione con una identità singolare. Lì, le finestre sembrano sussurrare un canto. Le porte e i muri crollanti danno ulteriori suggerimenti. Immagino le difficoltà degli abitanti che negli anni ’50 prima e negli anni ’70 dopo hanno fatto da cornice a fame e povertà ma anche ad emigrazione e voglia di fuga e avventura. E in quelli che restavano si innalzavano sentimenti nobili ma anche enormi umiliazioni. Roghudi. Il paese fantasma. Il più infelice del mondo.  Perché chi nasceva in quei posti non poteva che avere un destino più o meno segnato, con i terremoti e le forti alluvioni che nel 1971 portano i già pochi abitanti rimasti a fuggire via, altrove.

Cosa ha rappresentato per me questa escursione? Una fontana che non versa solo acqua cristallina e desiderosa per gole calde e disidratate come la mia. Ma è il punto centrale di riferimento e di sosta dei pastori. Una fontana meditativa in cui la socialità, specie fra le donne di un tempo, era di vitale importanza. È in questi incontri che emerge, quasi improvviso, un forte senso di identificazione con il greco antico calabrese. Un senso di commozione nell’udire quel dialetto. È bastata una fontana per bere e per riconoscersi calabresi. Al di là di mentalità arretrate o più moderne e trasgressive che mai. Oltre gli stereotipi e oltre il pensiero mafioso, che mai si legittima, ma di cui certi pastori e contadini sono l’emblema, emblema di una storia confusa assai, spesso oggetto di strumentalizzazione. Ci sentiamo calabresi. Lo sappiamo.

Ma questi luoghi dell’anima non devono direzionare verso l’esaltazione, ne devono, attraverso il passato, mitizzare i giorni perduti. Infondo, è ciò che accade negli ultimi anni, complice anche la letteratura, il cinema, ecc. Ogni anno si ritorna nell’area grecanica di Reggio Calabria per riempire gli occhi di meraviglia, per ritrovare l’essenza, rinchiusa dentro ognuno di noi, per svestirci di tutte le cose inutili che siamo soliti indossare, con annesso materialismo, e purificarci con la natura selvaggia di quei posti.

Il terzo e ultimo giorno è dedicato a Bova Marina. Una spiaggia trovata per caso, che forma un piccolo golfo, simile alle zone di Capo Vaticano, ma qui è tutto più desertico. Il mare è cristallino e i fondali sono circondati da vegetazione, insieme ad enormi massi di roccia bianca. La spiaggetta è Rocca del Capo. Da lì in poi, nel pomeriggio, si sale a Gallicianò. Fra i pochi paesi in cui si parla ancora il greco di Calabria figura appunto Gallicianò. Qui vi abitano circa 40 persone. Gli abitanti hanno predisposto in ogni angolo dei prodotti tipici per i turisti, e alcuni tengono anche visite guidate. Ma a Gallicianò si intuisce un’identità artificiosa e forzata, ostentata, quindi più finta, rispetto a Roghudi, Rocca Forte, San Lorenzo. Di quest’ultimo posto, ricordo con piacere America Liuzzo, che dall’Australia è ritornata in Calabria e crea ogni giorno motivo di resistenza, organizzando rassegne culturali, escursioni, e mantenendo viva la memoria del luogo, nella sua piccosa casa museo.


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