I LAGER DI ASSAD Uno speciale multimediale alla scoperta del quotidiano orrore nelle prigioni dei servizi di sicurezza del regime siriano, in cui dal 2011 sono morte oltre 17mila persone (molte delle quali dopo aver subito torture di ogni tipo, dalle scariche elettriche agli stupri).

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vademecum per SOPRAVVIVERE alle torture

La "ruota". © Amnesty International / Mohamad Hamdoun
La “ruota”. © Amnesty International / Mohamad Hamdoun

 

La tortura a Saydnaya pare far parte di un tentativo sistematico di degradare, punire e umiliare i prigionieri. Secondo i sopravvissuti, a Saydnaya picchiare a morte i detenuti è la norma. Inizialmente, i prigionieri di Saydnaya vengono tenuti per alcune settimane in celle sotterranee, dove d’inverno si gela, senza nulla per coprirsi. In seguito vengono portati nelle sezioni ai livelli superiori. Per non morire di fame, si nutrono con bucce d’arancia e noccioli di olive. Non possono parlare né rivolgere lo sguardo alle guardie, che regolarmente li scherniscono e li umiliano solo per il gusto di farlo. Molti detenuti hanno sviluppato gravi problemi di salute mentale a causa del sovraffollamento e della mancanza di luce solare…

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Il poeta FARAJ BAYRAKDAR  e i suoI 14 ANNI DI PRIGIONIA

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Dalla “festa di benvenuto”, la haflet al-istiqbal, inizia una lenta agonia che molto spesso porta alla morte. Il rapporto di Amnesty International racconta come si vive, e si muore, nelle carceri di Assad. Da decenni il regime siriano usa la tortura per stroncare gli oppositori, o presunti tali. Come è successo al poeta Faraj Bayrakdar, che ha passato quasi 14 anni dietro le sbarre, dal 1987 al 2000. «Tra un anno o due, dieci o venti la libertà si metterà la minigonna e mi accoglierà», scriveva in cella sul cartoncino delle sigarette, sperando di non essere visto dalle guardie. Oggi, rifugiato politico in Svezia, gira il mondo raccontando l’efferatezza del regime baathista, prima che la spettacolarizzazione della violenza plastica dei militanti dell’Isis renda definitivamente sopportabile le ingiustizie della dittatura all’opinione pubblica. «La memoria collettiva degli occidentali è piena di buchi e il regime è riuscito a trovare qualcuno peggiore per ripulirsi l’immagine. Così si dimenticano i passaggi che hanno portato a questa tragedia e si insiste con la retorica del male minore. È come se a un killer togli il pugnale insanguinato, gli dai una pacca sulla spalla e gli chiedi gentilmente di non farlo più»…

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CAESAR, IL FOTOGRAFO DELLA MATTANZA SIRIANA

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Rischiando di essere scoperto e di fare la stessa fine dei soggetti delle sue foto, Caesar copia tutte le immagini scattate su una chiavetta e le conserva, condividendo il suo segreto e la sua angoscia solo con pochissimi amici fidati, insieme ai quali prepara la fuga e l’espatrio, che avviene nell’estate del 2013. Caesar diserta, lascia la Siria e porta con sé decine di migliaia di immagini. Dalle migliaia di foto esportate da Caesar è stata tratta una mostra, composta da una trentina di pannelli, esposta – fra il 2014 e i primi mesi del 2016 – al Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, al Museo dell’Olocausto a Washington, al Westminster, al Parlamento Europeo di Strasburgo, a Parigi, Dublino, Montreal ed altre città, presso aule universitarie o gallerie nazionali. In Italia, questa mostra arriva solo ora, dopo alcune polemiche che vale la pena di ricordare, se non altro per riflettere su quanto provincialismo e ipocrisia caratterizzino ancora alcuni settori della politica italiana e non solo…

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Il mio inferno nelle carceri di assad

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Un membro dell’opposizione siriana ci ha raccontato la sua storia: dalla protesta civile, alle torture subite in carcere, alle armi, alla fuga dal suo Paese

Il governo di Assad mi teneva d’occhio per due motivi: ero un dissidente e sono stato membro – per due anni – di un gruppo di opposizione di sinistra. Quando le prime rivolte siriane stavano prendendo piede ma la rivoluzione non era estesa come ora, ho partecipato a un corteo di protesta contro la repressione. Una manifestazione che tutto poteva essere fuorché pericolosa o violenta. Individuato dagli agenti, sono stato prelevato e portato in un carcere per due giorni. Non c’erano accuse nei miei confronti, era un arresto frutto dello stato d’emergenza in cui il Paese giaceva da quasi cinquant’anni. Il mio carceriere mi ha chiesto, con un coltello puntato verso di me, di fare il nome di altri dissidenti. Ovviamente non ho detto nulla. Lui ha iniziato a picchiarmi pesantemente. Ma non avrei fatto alcun nome, per nessun motivo al mondo. Lui continuava a picchiarmi, io continuavo a tacere. “Sei sicuro di non voler… confessare?” Mentre stava pronunciando la parola “confessare” ha conficcato la lama sul fianco sinistro. Il dolore era molto forte, ma non potevo certo dargli la soddisfazione di essere riuscito a piegarmi. Ho iniziato a ridere fragorosamente dicendo che poteva anche dimenticarsi di avere i nomi.

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“ECCO COME I CRIMINALI HANNO ROVINATO LA NOSTRA RIVOLUZIONE”

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Uun guerrigliero del Free Syrian Army racconta la sua vita prima della rivoluzione, le sofferenze del suo popolo, le vicende che lo hanno spinto a percorrere la via della lotta armata.

Iniziarono i rastrellamenti casa per casa. Anche il mio migliore amico venne arrestato; io ero ricercato perché alcuni poliziotti riconobbero il mio volto in alcuni video amatoriali. Dopo qualche giorno, noncuranti dei pericoli, io e mio cugino decidemmo di sfidare il nostro status di ricercati e siamo usciti allo scoperto. Entrammo in un negozio per acquistare delle sigarette; il proprietario iniziò a chiacchierare di tante cose sconnesse tra di loro. Stava prendendo tempo. Non visto, compose il numero della polizia. Dopo pochi secondi entrarono degli agenti: ci misero sacchi in faccia e manette ai polsi. In quel momento pensai a qualche scherzo di un amico, quindi urlai: “Amico mio, fottiti di cuore”. Ci pensò il calcio di un kalashnikov in testa a farmi comprendere la realtà. Caricati su una macchina, siamo stati picchiati per poi essere portati in un casermone. Iniziò così la mia odissea tra i vari centri di detenzione…

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