La legge del mare secondo i pescatori calabresi: salvare chiunque sia in difficoltà

Nonostante negli ultimi anni siano aumentati i contenziosi per i soccorsi in mare, i pescatori italiani si sono resi protagonisti di salvataggi lungo le coste del paese. Del resto tutta la letteratura occidentale, nel solco di Nausicaa che salvò Ulisse dal naufragio, è ricca di storie di salvataggi. Oggi, questo è particolarmente evidente in Calabria: non attuare l’obbligo di salvataggio “vorrebbe dire tradire mio padre e mio nonno, tutto quello che mi hanno insegnato”, racconta un pescatore calabrese di 65 anni.

Quando viaggio alle prime luci del giorno la luna fa posto al sole, il cielo arrossisce timidamente tinteggiando le sue gote bianche, le sue nuvole sporadiche.

Fiancheggio la costa, la guardo, con gli occhi di un uomo innamorato mentre osserva la donna per cui prova passionali sentimenti, dopo aver fatto l’amore. Temporeggiando tra silenzi e voglia di raccontare storie. Toccando i capelli, con il gomito che sorregge la testa osservando quasi in contemplazione.

La Calabria è una terra dura, ma anche profondamente dolce. Una dicotomia perenne, una contraddizione continua, un amore che dura, che resiste al tempo.

Sono calabrese, trapiantato in Abruzzo per dieci anni, riportato nuovamente in Calabria ancora minorenne: e da maggiorenne, in questa terra che giuravo di abbandonare il prima possibile, sono rimasto e rimarrò per tutta la vita.

Una scelta di vita, fatta in tempi in cui l’emigrazione giovanile italiana verso l’estero aumenta in maniera esponenziale e quella meridionale verso il settentrionale è altrettanto accentuata. Restare in Calabria diventa quasi una scelta controcorrente: quando ho preso la mia decisione mi sono sentito ripetere più volte “vattene via”, “chi resta è perché non vuole lavorare”, “andarsene è l’unico modo per lavorare”. Mi sono quasi dovuto giustificare, di aver scelto di rimanere in Calabria.

Ma lo rifarei, e questa scelta la compio ogni giorno in cui apro gli occhi e vado a lavorare.

Quando con la macchina costeggio il litorale calabro, l’arco ionico o l’arco tirrenico, si scorgono le barche dei pescatori che rientrano dopo una nottata di pesca a largo della costa: barchini con all’interno uomini figli di pescatori, nipoti di pescatori, pronipoti di pescatori. Generazioni di pescatori.

È un lavoro che ha all’interno una nobiltà intrinseca, quasi un cerimoniale sacro, una profondità che scava nella coscienza umana: è una figura ritenuta di primissimo piano da secoli, da millenni. Forse sminuita proprio nei tempi moderni, in un periodo in cui si contrastano le leggi degli uomini del mare senza chiedere neanche un parere a chi il mare lo conosce meglio dei tecnocrati e dei politici.

Non è un caso che Gesù Cristo chiama come discepoli quattro pescatori, due coppie di fratelli: Giacomo e Giovanni, Andrea e Pietro. Anche nell’islam la pesca ha un posto di rilievo, Maometto stesso ne parla (Corano 5, 96). Nel buddismo sono state create delle opere d’arte presso il monte Chokai, incise nelle rocce, di ventidue personalità buddiste – incluso lo stesso Buddha –, che osservano il mare: una protezione verso i marinai, i pescatori ed i naufraghi.

Non è un caso che venga riservata tutta questa attenzione al pescatore, una figura sacra che rientra nella sacralità delle più importanti religioni monoteiste. Da sempre.

Il mare ha delle leggi intrinseche, millenarie, che hanno come caposaldo e pietra miliare il salvataggio delle persone che rischiano di affogare: sono state ratificate in legge nei tempi moderni dalle convenzione UNCLOS, SOLAS e da quella di Amburgo SAR.

Nella prima, capostipite è il regolamento 33 capitolo V, che prevede espressamente che “il comandante di una nave che si trovi nella posizione di essere in grado di prestare assistenza, avendo ricevuto informazione da qualsiasi fonte circa la presenza di persone in pericolo in mare, a procedere con tutta rapidità alla loro assistenza, se possibile informando gli interessati o il servizio di ricerca e soccorso del fatto che la nave sta effettuando tale operazione”.

Nella seconda, caposaldo è l’art.98 Comma 1, Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare – UNCLOS – (1982): “Ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in pericolo di vita quanto più velocemente possibile”.

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Nella terza al cap. 2.1.10 (attuato in Italia dal D.P.R. N.662/1994) si specifica che gli Stati devono “garantire che sia prestata assistenza ad ogni persona in pericolo in mare senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze nelle quali tale persona viene trovata” e nel cap. 1.3.2.: “fornirle le prime cure mediche o di altro genere ed a trasferirla in un luogo sicuro”.

Per un pescatore che trova un naufrago lungo le rotte marittime, il salvataggio è scontato.

Nel mondo moderno, sembra quasi un reato, un capovolgimento della normativa vigente in cui si spingono gli uomini del mare non solo a disubbidire alle leggi marittime, ma vengono proprio spinti al reato e quindi alla non attuazione dei propri obblighi.

Gli Stati sembra si siano travestiti perfettamente da Poseidone, dio del mare nella mitologia greca, quasi in un delirio di onnipotenza che cerca di entrare in contrasto perfino con la natura: un constante tentativo di riproporre l’Odissea ed il naufragio di Scheria.

Nel racconto di Omero, Ulisse viene perseguitato da Poseidone: quest’ultimo con il suo tridente usa ogni mezzo per far naufragare il povero eroe. Ad Ulisse si rotea la zattera, sbatterà lungo gli scogli ferendosi gravemente ma riuscirà stoicamente ad approdare da naufrago presso l’odierna Corfù.

Ulisse arriva distrutto, non sembra più umano, deformato nel corpo e nello spirito dal violento naufragio. Si salverà grazie a Nausicaa, che l’accoglierà, vedendo in lui qualcosa oltre l’aspetto fisico trasandato.

“Ma tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire,
a te per prima mi prostro, nessuno conosco degli altri uomini,
che hanno questa città e questa terra.
La rocca insegnami e dammi un cencio da mettermi
addosso, se avevi un cencio da avvolgere i panni, venendo”.
(Libro V dell’Odissea).

La drammaticità della richiesta di Ulisse, l’umiliazione della povertà e della disperazione di un naufragio, il bisogno quasi di umanità e di contatto umano con qualcuno che non solo possa dare beni materiali di prima necessità ma anche essere un solido appiglio alla psiche in brandelli, mi riconducono alla mente i poveri cristi che chiedono s.o.s. in largo a mare mentre sono alla mercé degli statisti europei, che mostrano i muscoli con i più deboli. Leoni con agnelli, agnelli coi leoni, quando c’è da stringere la mano ai dirimpettai africani che imperniano le proprie politiche sull’assolutismo e sulla repressione.

Si dimentica, non si conosce, chissà quale delle due è peggio, che la nostra società è stata fondata da un profugo di guerra. Da un migrante, di fatto. Scelto dal Fato stesso: Enea era il suo nome.

La sua “mission” era arrivare in Italia e dare vita alla stirpe progenitrice dei Romani.

Ed è paradossale che proprio chi fonda i suoi ideali politici sulla romanità e sul ricordo dell’impero romano per giustificare i respingimenti dimentica che proprio l’impero romano deve la sua esistenza stessa ad un profugo tormentato da un viaggio in mare.

“L’armi canto e l’eroe che primo da terra Troiana venne, fuggiasco per fato, sugl’itali lidi lavini. Spinto da forze divine, per terre e per mari a lungo fu tormentato: per l’ira testarda dell’aspra Giunone; molto soffrì pure in guerra purché la città elevasse, pur d’introdurre gli déi nel Lazio: da ciò la latina stirpe, i padri albani, le mura di Roma gloriosa” (Eneide, I: 1-7).

Nessuno è esperto in materia di codice marittimo come i pescatori ed i marinai. È il loro campo. E magari bisognerebbe tendere l’orecchio maggiormente a chi è del mestiere, quando si scrivono leggi marittime.

Un camallo di Genova un giorno mi disse che una terra affacciata sul mare, portuale, ha nel suo DNA la mescolanza di culture e quindi l’accettazione del prossimo. Mi disse con orgoglio “Genova è un porto amico”. Per gran parte dell’Italia è così, essendo il nostro Paese una penisola.

Non fa eccezione la Calabria, che si è resa protagonista, nel corso degli anni, di forme di solidarietà attiva tangibili: nel gennaio 2019, cinquantuno profughi curdi sono stati salvati dai cittadini di Torre Melissa, in provincia di Crotone: la popolazione alle quattro del mattino si è svestita per gettarsi in mare e ha salvato i naufraghi. Oppure in Sicilia, nel mese di luglio 2019, quando il peschereccio Accursio Giarratano ha salvato cinquanta migranti restando in alto mare per più di 24 ore, dopo che Malta aveva rifiutato di far attraccare l’imbarcazione. Ed ancora Vincenzo Partinico, pescatore di Lampedusa, che durante la pesca scova ventiquattro naufraghi e li soccorre in attesa della Guardia Costiera.

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Il popolo italiano, specialmente quello avvezzo al mare, recepisce come normale il salvataggio e continuerà a reputarlo tale oltre le possibile normative che verranno attuate: lo insegna la storia, vedesi salvataggi della società civile durante la stagione dei Decreti Sicurezza.

Quando viaggio lungo la costa alle prime luci dell’alba, mi capitano due cose: la prima, è di fermare la macchina e fumarmi una sigaretta con l’alba che sorge, lasciandomi prendere la mano dalla pareidolia. Dare forme alle nuvole e contemplare il dipinto che si propone davanti, cedendo a volte una trance che sa di effetto Stendhal. La seconda, mi è capitato spesso, scendere in spiaggia e parlare coi pescatori. A volte restiamo quasi in silenzio, un saluto, o neanche quello.

A volte parliamo, compro del pesce fresco appena pescato.

Quando scendo in spiaggia osservo un pescatore ritirare le reti, si piega in due, è visibilmente stanco. Osservo le mani ruvide e spaccate, cicatrici di quarant’anni di lavoro, che afferrano la rete metafora di sudore e lacrime, abnegazione e lavoro, umiltà e fierezza. Il tutto avviene in religioso silenzio, quasi a non voler interrompere il mare che gracchia con piccole onde su sabbia fine e sassi.

Rispetto il suo tempo, ci conosciamo e non da poco, ma ogni tempo ha il suo tempo. Soprattutto il verbo “parlare”.

Il rispetto verso il mare nessuno può capirlo come chi lo vive. Ogni giorno da quarant’anni.

Faccio il pescatore da quando ho quattordici anni, ora ne ho sessantacinque. Ho sfamato la mia famiglia, i miei figli. Mi spacco la schiena ma è un lavoro che non tutti potrebbero fare, perché ci vuole un certo tipo di carattere per fare il pescatore”.

Mi scruta con gli occhi blu, ancora più appariscenti nel paesaggio di rughe e squame che presenta il suo viso.

Gli chiedo cosa ne pensa della situazione nel Mediterraneo, delle liti tra Stati europei, quindi della situazione dei salvataggi da parte delle ONG.

Non mi è mai capitato, in quarant’anni, di salvare un’imbarcazione in avaria. Se dovesse capitarne l’occasione, lo farò: il mare ha leggi secolari, leggi non scritte ma incise nella pietra miliare della storia stessa dell’umanità. Se un uomo rischia di annegare, un pescatore tenderà sempre la mano per alzarlo e portarlo verso la barca. Sempre. Come può un uomo lasciare annegare un altro uomo? È un atto contro natura, una violazione, come l’omicidio. Farlo vuol dire macchiarsi l’anima di nero, violentare l’anima, stuprarla. Vuol dire voltare le spalle dall’altra parte.

Un pescatore rispetterà sempre il mare e le sue leggi: sono leggi di morale, di civiltà e di fratellanza. Si, fratellanza. Le rispetterà sempre, perché gli sono state insegnate e tramandate da generazioni su generazioni. Disubbidire vorrebbe dire tradire mio padre e mio nonno, tutto quello che mi hanno insegnato. Il Mediterraneo si ribellerà, è diventato un cimitero: quando ritiro le reti e sento di naufragi, prego di non trovarvi resti umani.

Ad alcuni pescatori è capitato, non è fantascienza: hanno trovato pezzi scarnificati di essere umani, solo il dorso. Niente gambe, niente braccia. Abbandonati al mare, alla violenza della natura: i pesci se li sono divorati. Che umanità è questa? Mi chiedo solamente come si può ordinare di lasciare inascoltato un grido di aiuto di una persona che sta morendo.

Tre anni fa, sempre in Sicilia, un pescatore siciliano ha salvato in piena notte dei migranti: io avrei fatto la stessa cosa, lo posso giurare davanti a Dio. Io voglio continuare a guardare negli occhi mio figlio, non voglio abbassare lo sguardo dalla vergogna perché ho lasciato morire in mare un poveraccio. Noi non dobbiamo e non possiamo essere peggiori degli animali. Io, da essere umano, posso non aiutare un mio simile? Posso vedere un uomo che grida disperato e restare sordo al suo grido d’aiuto?

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Mi vengono in mente le immagini, di un paio di anni fa, di un trasbordo di persone in piena notte effettuato dopo un blocco navale ed il conseguente rischio di cadere dei bambini salvati. Il contesto, era quello di mare agitato con onde estremamente alte.

I nostri figli, anzi i vostri, chiederanno conto per tutto questo. Per questo silenzio, per questi massacri, per questa disumanità. Non si tratta di accoglienza, o almeno non solo di questo, si tratta di valori. E soprattutto di leggi superiori: la legge del mare. La legge del mare ha centinaia di anni, è fatta di regole non scritte, di occhiate, di sguardi, di codici impliciti ma severamente da seguire: il soccorso rientra in questa sfera. Qui stiamo regredendo, mettere in discussione il soccorso è regressione totale. Possono fare leggi, normative, fogli e fogliettini: un vero pescatore salverà sempre una persona in difficoltà. L’ha fatto mio padre prima di me. E prima di mio padre, mio nonno. E prima di mio nonno, il mio bisnonno. Generazioni su generazioni: non sarò certo io a venire meno a questo. Una visione d’altri tempi magari quella di mio padre e di mio nonno, ma tempi in cui salvare una vita umana era naturale e non effrazione. Se salvare persone significa essere datati, allora sono vecchio stampo. Sulle coste calabresi è capitato che sbarcassero dei migranti: hanno trovato coperte calde, vestiti, mangiare. La gente non li ha respinti”.

Nonostante l’estate sia finita, un vento di scirocco accarezza le onde del mare che di rimando fanno le fusa, arricciandosi. Non sbraita, lo scirocco. Tira lentamente, quasi a fare compagnia col suo fischio a chi abita la spiaggia durante i periodi meno popolosi e di meno turismo. Scirocco deriva dalla parola araba shurùq e significa “vento dell’est”: il suo nome si deve dalla genesi geografica del vento, ossia la Siria. È un vento senza pietà d’estate, quando sa far sentire soffocare. Ma sa anche dare una sensazione di benessere in autunno ed in primavera. A me ha sempre dato l’impressione che è lì a ricordarci, soprattutto ai meridionali che ne sono maggiormente investiti, quanto siamo così simili paesaggisticamente e non solo alla Tunisia, ai Paesi del sud – est del mondo. Lo scirocco tende a farci accorciare le distanze: pensiamo di essere così lontani dall’Africa e dal Medio Oriente, ma in realtà ci sbatte in faccia che siamo distanti solo 113 km dalla costa africana. Per un siciliano è più vicina l’Africa che Napoli, per intenderci. Lo scirocco è lì a ricordarcelo, almeno metà anno, quando arriva ad ampie falcate dalla Siria ci ricorda quando siamo vicini ai profughi di guerra. E forse ci fa aprire gli occhi, ricordandoci che quanto succede nel Mediterraneo non è solo vicino, ma ci deve riguardare. “U scrusciu du mari” africano è parte dello “scrusciu du mari” meridionale ed italiano. E bisognerebbe ricordarsi che l’economia, la società e quindi la cultura stessa progrediscono grazie a quegli uomini che proprio economia, società e cultura spesso dimenticano. O peggio ancora, evitano. Quelle persone che, avvolte nel turbinio della fatica, tra sudore e caldo, oppure tra spasmi di freddo ed al buio, si sporcano le mani con purezza, abnegazione ed onestà. Silenziosamente. Come Totò, pescatore di sessantacinque anni, cui viene chiesto di non salvare vite umane. Ma che, all’occorrenza, le salverà.


Profilo dell'autore

Pietro Giovanni Panico
Pietro Giovanni Panico
, consulente legale specializzato in protezione internazionale ed in diritto dell'immigrazione, si occupa di migranti e della loro tutela. È anche giornalista freelance, con collaborazioni con Melting Pot Europa e Dossier Libia: ha scritto inchieste sui traffici di armi, sulla mafia libica, sui minori stranieri non accompagnati e sul conflitto in Yemen.
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