Dall’Oglio, parla uno dei ‘suoi’ monaci: “Abuna, ti aspettiamo”

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di Valerio Evangelista

Sono passati sei mesi dal giorno in cui abbiamo comunicato, con estremo dolore, la notizia del rapimento di Paolo Dall’Oglio. Era il 29 luglio 2013 quando membri del gruppo armato ISIS, che il sacerdote romano volle incontrare personalmente, si fecero beffa di tutto ciò che era “Abuna”: dialogo, mansuetudine, confronto. Rispetto. Umanità. Oggi vorremmo esprimere molto, ma abbiamo preferito lasciare la parola a chi ha vissuto con lui. Sebastien Duhaut è un monaco novizio che ha raggiunto il monastero del sacerdote romano nel marzo 2011; gli abbiamo chiesto di parlarci del “suo” Paolo Dall’Oglio.

Sono un monaco novizio, ho raggiunto la comunità di Deir Mar Musa nel marzo 2011; per puro caso era anche l’inizio della rivoluzione in Siria. Nell’ottobre 2012 la comuntà mi ha inviato a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno. Per me Paolo è un uomo che non accetta un mondo fondato sulla divisione tra “amico” e “nemico”; e, coerentemente, ha sempre cercato di favorire ponti tra le persone, lavorando sulle paure degli altri e camminando verso quelli che fanno paura a lui stesso.

Come ha vissuto il monastero Deir Mar Musa l’inizio della rivoluzione?
Mar Musa è un luogo molto conosciuto e apprezzato dalla gioventù siriana. Abbiamo ospitato molti dibattiti tra giovani pro-regime e altri ragazzi che volevano riforme, abbiamo pregato molto per l’affermazione della non-violenza, per un’evoluzione della Siria nel segno dell’unità e della dignità, in maniera da conservare la sua indipendenza. Ma le cose sono andate diversamente. Eppure, nonostante l’escalation di violenza, sono certo che alcune persone hanno trovato dolcezza e consolazione tra le mura di questa piccola chiesa. Abbiamo ospitato, ad esempio, un soldato dell’esercito regolare che aveva perso una mano, così come un uomo di Houla che aveva perduto 19 parenti nel tristemente celebre massacro. Abbiamo respirato sofferenza da entrambi i lati

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Lui si definiva un “credente in Gesù, innamorato dell’Islam”. Tu come hai vissuto questo spirito di fraternità con i credenti musulmani, durante la tua permanenza a Mar Musa?
Sono arrivato a Mar Musa perché ho avuto un cammino di vita con l’Islam, precedentemente. Ho anche vissuto due anni in Afghanistan, dove ho imparato il persiano. È un po’ per questo motivo che sono diventato monaco scegliendo questo luogo in particolare, una comunità con una vocazione ben precisa. A Mar Musa c’erano sempre visitatori – così come anche collaboratori permanenti – musulmani. Ricordo che un giorno una donna di fede islamica ci ha spiegato in dettaglio il significato di ogni movimento della salat (la preghiera) creando anche un piccolo “scandalo”, perché alcuni giovani cristiani siriani hanno creduto che i monaci di Mar Musa si fossero convertiti. Ma è il rompere le appartenenze rigide per ritrovare il Dio vivente e sorprendente ciò che mi rende così entusiasta della vocazione che ho condiviso con Paolo.



La comunità spirituale di Mar Musa è stata chiamata “Al-Khalil”, che significa “l’amico”, in riferimento ad Abramo…
Sì, questa parola è un appello all’amicizia tra i tre monoteismi, perché teologicamente non si possono separare o isolare. Esiste un’unica realtà, in cui Dio si è mosso attraverso tre “momenti” diversi: ebraismo, cristianesimo e islam. Sogno un Medio Oriente riunificato su questa base di tolleranza e condivisione. E per fare ciò dobbiamo superare le politiche razziste e repressive, come quelle presenti nello Stato di Israele.



Sono passati sei mesi, sei lunghissimi mesi, da quando è stato rapito
Inizialmente abbiamo creduto in una mossa brillante con cui Paolo avrebbe gestito quella situazione, poi abbiamo sperato in una liberazione durante l’Eid. Abbiamo pregato, maledetto la temerarietà del nostro grande fratello Paolo, e abbiamo infine anche accettato e compreso le ragioni che lo hanno spinto a fare ciò che ha voluto fare. Adesso confidiamo in Santa Rita, patrona delle situazioni impossibili. Ciò che per noi è di grande insegnamento è che lui ha agito secondo coscienza; Paolo è un uomo libero. Noi, come comunità, proviamo a rimanere fedeli a noi stessi e all’amicizia costruita con lui in questi anni. Questo per me vuol dire rimanere qui in Kurdistan, costruire un monastero, imparare il curdo e scoprire l’Islam curdo; anche se vorrei tornare in Siria e parlare con chi ha paura dell’altro. Vorrei parlare con i torturatori del regime – che in fondo sono anche loro dei padri di famiglia o dei figli – così come vorrei parlare con i ragazzi jihadisti, ciecamente “coraggiosi” e manicheisti
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Cos’era Abuna per te?
Lui è stato come un fratello maggiore. Ho solo una sorellina e, fin da bambino, mi sarebbe piaciuto avere anche un fratello maggiore. Ecco cosa è stato lui per me. Avevamo molta complicità, anche se molte volte ci siamo arrabbiati!

 C’è un episodio di vita quotidiana che vorresti raccontarci?
Una volta, qui a Sulaymaniyah, Paolo ha detto al superiore Jens: “Devi sistemare la tua camera, è in disordine, un completo disastro!” Jens ha gridato e la sua risposta fu esplosiva. Ne conseguì una vera e propria “guerra” di voci che si coprivano a vicenda. Con noi c’era una ragazza appena arrivata nella comunità, era il suo primo giorno e fu sorpresa da questo aspetto poco angelico della vita monacale. Mi ha fatto riflettere molto, perché accade esattamente la stessa, identica situazione tra nazioni, tra religioni. Le piccole “guerre” quotidiane che avvengono tra individui sono ciò su cui si fondano i “veri” conflitti; le tragedie geopolitiche sono attuate da persone che vivono sulla nostra stessa terra. La pace si costruisce nel piccolo, giorno dopo giorno. Anche Gesù ha dovuto sopportare i discepoli che si contendevano il “primo posto” agli occhi del loro Signore.