Libia, il gheddafismo dopo il 2011 Sembra ormai chiaro che i dirottatori dell'aereo libico su Malta siano dei sostenitori del defunto Colonnello. In attesa di certezze sulle richieste, ecco qualche considerazione sul gheddafismo in Libia dopo il 2011

Alessandro Pagano Dritto
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Il primo amore è stato la letteratura, poi sono arrivati la storia e il mondo, con la loro infinita varietà e con le loro infinite diversità. Gli eventi del 2011 mi lasciano innamorato della Libia: da allora ne seguo il dopoguerra e le persone che lo vivono, cercando di capire questo Paese e la sua strada.
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di Alessandro Pagano Dritto – @paganodritto

Il dirottamento dell’aereo libico atterrato a Malta potrebbe costituire, venissero confermati i dettagli, un primo, grande, caso di esposizione internazionale del gheddafismo libico.

In mancanza di un’interrogazione ufficiale dei dirottatori – appena presi in custodia, mentre si scrive, dalle autorità maltesi – bisogna prendere le notizie che si susseguono come voci. Ciò che sembra chiaro, però, è che si tratti, appunto, di sostenitori del defunto Colonnello Muammar Gheddafi, morto a Sirte il 20 ottobre 2011 in circostanze mai chiarite nei dettagli, ma comunque dopo essere stato scoperto e preso da ribelli della città di Misurata: la città antigheddafiana per eccellenza con Bengasi, nel conflitto del 2011.

Il volo dirottato sarebbe decollato dall’aeroporto di Sebha, nella Libia sudoccidentale, e avrebbe avuto come destinazione Tripoli, salvo poi essere dirottato verso Malta. Ci sono voci secondo le quali l’intenzione dei dirottatori fosse addirittura quella di arrivare fino a Roma, il che va pensato soprattutto tenendo a mente la prevista riapertura di una connessione aerea tra Tripoli e Roma nel gennaio 2017.

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2011-2013: la Political Isolation Law chiude ai gheddafiani le porte della politica.

Il gheddafismo libico dopo il 2011 non aveva dato grandi segni di sé. Con la caduta di Tripoli nell’agosto dell’anno molti ufficiali si erano rifugiati in Niger, altri avevano seguito il Colonnello a Sirte: uguale divisione aveva seguito la stessa famiglia Gheddafi.

Nel 2012 la città di Bani Walid, una delle ultime roccaforti lealiste a cadere durante la guerra, veniva assediata dopo che un capo ribelle veniva catturato, torturato e ucciso da alcuni ex gheddafiani.

Ai gheddafiani libici, per lo meno a quelli più politicamente orientati, non restavano dunque che due vie: l’esilio o il riciclo nelle nuove istituzioni.

Ma nel maggio 2013, quindi esattamente un anno prima l’inizio dell’attuale crisi, l’allora unico parlamento libico metteva una seria ipoteca a quest’ultima possibilità e faceva passare la cosiddetta Political Isolation Law (Legge di Isolamento Politico, PIL) che vietava ai gheddafiani di partecipare ai giochi politici: legge contestata perché passata sotto pressione delle milizie che in quei giorni circondavano il parlamento nella Capitale e accusata di essere stata una legge a uso e consumo degli islamisti, ma comunque passata.

Occlusasi la via legale, l’unico possibile riciclo per chi rimaneva in Libia diventava allora l’adesione ai gruppi armati, non necessariamente terroristici, eredità tuttora irrisolta del conflitto del 2011: certo è che un gruppo armato palesemente gheddafiano avrebbe avuto, nella Libia immediatamente postrivoluzionaria, vita difficile.

2014-2016. La Libia orientale offre nuove possibilità di riciclo politico e militare.

Lo scoppio del nuovo conflitto nel maggio del 2014 ha dato allora ai gheddafiani nuove possibilità, tanto politiche quanto militari. Politiche perché il parlamento internazionalmente riconosciuto della Libia orientale – la House of Representatives (Camera dei rappresentanti, HOR) – disconosceva la legge di isolamento politico varata nel 2013 e rendeva quindi di nuovo possibile per i gheddafiani che lo desiderassero ridarsi alla politica; militari perché anche l’esercito della Libia orientale, guidato dall’ex gheddafiano della prima ora Khalifa Hafter, ne permetteva l’ingresso dopo aver dato il via alla propria operazione antiislamista nella cittadina orientale di Bengasi, culla degli eventi del 2011. La stampa britannica ha per esempio riportato il caso del Generale Ali Kanna, lealista tuareg fuggito in Niger dopo la caduta di Tripoli e ritornato in Libia nelle strutture guidate da Hafter.

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Un consigliere politico del presidente del parlamento orientale, Ageela Saleh, ha riconosciuto l’effettiva presenza di ex gheddafiani nelle istituzioni della Libia dell’Est.

Gheddafiani e Stato Islamico: il possibile caso di Sirte.

Un’altra possibile via militare per i gheddafiani, ma assai più squalificante e probabilmente localizzata, è stata l’adesione allo Stato Islamico installatosi a Sirte dall’inizio del 2015, in cui le milizie misuratine che dal marzo dell’anno gli si sono opposte militarmente rivedevano un forte nucleo di lealisti gheddafiani accanto a un minor numero di militanti stranieri. Probabilmente i rapporti si sono poi capovolti, ma all’inizio era così: e ancora la stampa britannica riportava almeno un nome come base di questa teoria. Teoria accettata anche dal delegato italiano alla NATO Andrea Manciulli, che in un suo rapporto di analisi sullo Stato Islamico libico parlava a proposito di «gheddafizzazione».

Il neogheddafismo libico: gheddafiani senza Gheddafi.

Appare difficile, oggi, trovare una voce univoca che accumuni una realtà sostanzialmente poco conosciuta e probabilmente multiforme come il gheddafismo, o neogheddafismo, libico. Di certo questo neogheddafismo deve fare i conti con la mancanza di un leader storico, defunto, e con altri possibili leader ridotti all’inefficienza perché esiliati o imprigionati in Libia: i casi più celebri delle due situazioni sono, da una parte il cugino di Gheddafi Gaddaf al Dam e dall’altra il figlio Saif al Islam, detenuto a Zintan e voluto dalla Corte Penale Internazionale. Esiliato dal 2011 in Egitto, Gaddaf al Dam ha rilasciato alcune interviste dove diceva che i gheddafiani riconoscevano ormai il parlamento della Libia orientale e chiedevano di entrare anche loro in politica, rinunciando all’obiettivo di restaurare la situazione precedente al 2011, ma intendendo prendere parte alla vita politica del paese.

Può Gaddaf al Dam essere considerato un esponente riconosciuto di tutto il gheddafismo libico e quindi parlare legittimamente in sua vece? L’esistenza di altri possibili leader ancora in vita – primo fra tutti, appunto, il figlio e delfino di Gheddafi Saif al Islam – fa dubitare l’osservatore di cose libiche di questa affermazione. Ma non appare irrealistico considerare, anche grazie alle sue parole, la permanenza di due possibili vie per gli ex gheddafiani: la nuova militanza politica all’ombra della HOR e di Khalifa Hafter – che sembra vincere la sua battaglia di Bengasi e con il quale la comunità internazionale desidera, fino ad ora con poco successo, rapportarsi – oppure la via del terrorismo.

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Via politica e via terroristica: le difficoltà della situazione attuale.

Le condizioni dello Stato Islamico libico, dopo la vittoria della coalizione a guida misuratina a Sirte e il successo quasi totale di Hafter nel più complesso scenario di Bengasi, non sono buone: il che potrebbe spingere molti più ex gheddafiani, magari legittimamente non interessati alla strada terroristica, verso la strada politica; che per altro rimane l’unica percorribile, se davvero si vuole raggiungere un’effettiva possibilità di rappresentanza nazionale e internazionale. Ma anche in quest’ultimo caso la Libia non rappresenta affatto un panorama uniforme e la fusione delle strutture politiche e militari in un unico elemento, come sperato dalle Nazioni Unite, potrebbe risultare più difficile con un riconosciuto e riconoscibile blocco politico e militare gheddafiano.

(Immagine di copertina: soldati maltesi durante la trattativa con i dirottatori del volo libico, quasi certamente sostenitori del Colonnello Muammar Gheddafi. Fonte: www.dawn.com)