Le vite di Raisa: intellettuale, badante, direttrice di giornale Mille lavori per sopravvivere in Italia, ora editor in Inghilterra. Nel segno del 'social value'

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di Joshua Evangelista

Gigi Buffon, “grande persona”. Ma anche Sharon Stone, il premier del Québec e la first lady della Costa Rica. Raisa Ambros mi mostra i personaggi che ha intervistato recentemente per la rivista che dirige, Social Value and Intangibles Review, con molta soddisfazione. Certo, mancherebbe Hillary Clinton ma il suo staff le ha detto che al momento “è troppo impegnata per una intervista, ma ci ha concesso l’utilizzo della sua foto per la copertina del prossimo numero”.

Accenna un sorriso Raisa, che prima di essere direttrice editoriale a Londra è stata badante, commessa, segretaria, prima giornalista moldava iscritta all’Ordine del Lazio. E prima ancora studentessa di successo e autore televisivo in Romania. Tante vite in una spirale forsennata di balzi in avanti e stop improvvisi che, sommati, l’hanno fatta diventare quella che è. Una professionista internazionale e, soprattutto, una donna che vive con determinazione la levigazione torrenziale della vita. Passo dopo passo, in una sorta di gioco dell’oca vivente.

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Moldava, a 19 anni vince una borsa studio e va a Bucarest per studiare cinema e comunicazione. Poi cinque anni da protagonista nella tv romena e la voglia di passare al grande schermo. Vince un concorso con il Centro sperimentale romeno per la sceneggiatura di un lungometraggio. Ma di questa vittoria ne verrà a conoscenza molto più avanti. Perché mentre aspetta il risultato, Raisa vuole cambiare vita. Ha fame d’esperienze, è il 2002 e dell’Italia si parla un gran bene. “Abbiamo lingue simili, tutti mi dicevano che era un paese solare con persone solari. Così ho deciso di continuare gli studi da voi”. Si iscrive alla Cattolica di Milano, paga le tasse universitarie, è pronta per la nuova vita. Ma c’è un problema: dalla Romania serve una dichiarazione sul valore dei suoi studi. La burocrazia si mette prepotentemente tra lei e i suoi piani.

“In quegli anni potevi iscriverti solo in due giorni durante tutto l’arco dell’anno. Prendevi appuntamento al consolato senza sapere se ti avrebbero ricevuto e tanto meno consegnato i documenti”. Dopo tre anni di attese rinuncia agli studi. “Questa cosa mi ha buttato giù, tanti sogni inutili. E la delusione di sapere che se sei una intellettuale straniera in Italia non ce la fai”.

Sulla carta. Ma lei non vuole tornare in Romania, la strada è quella. Lo sa, anche se sembra impossibile. Per sopravvivere in Italia inizia a fare qualsiasi lavoro le capiti per mano. Badante, impiegata in un supermercato (“in teoria alla cassa, in pratica una tuttofare: scaricavo i prosciutti da venti chili con molta facilità”); e ancora, barista e commessa in un negozio di scarpe al centro di Roma (“Mi sembrava di essere arrivata chissà dove”). Ottiene persino un contratto a tempo indeterminato, da cui si licenzia perché vuole qualcos’altro (“Sono pazza, lo so”).

“Era un momento brutto, le strade erano tutte chiuse, lavoravo sette giorni a settimana per pagarmi le spese. E avevo chiuso il cervello: in quegli anni non leggevo libri, giornali. Zero attività intellettuali”. Nota una cosa: il suo curriculum non è adatto per i lavori che le servivano per sopravvivere. Così via esperienze in tv e al cinema, le quattro lingue parlate, i master e i riconoscimenti. La Raisa che il mercato del lavoro italiano può tollerare deve avere la terza media e qualche lavoretto occasionale. Il paradosso è che nel frattempo scopre di aver vinto il concorso per la sceneggiatura del lungometraggio.

“Quando dopo anni sono tornata al negozio di scarpe dove lavoravo per portare al mio ex datore una copia della rivista di cui sono direttrice, lui mi ha guardato e mi ha detto: e tu cosa c’entri? Vendi la pubblicità? Non era concepibile che la sua ex dipendente fosse la direttrice di una rivista internazionale”.

Proprio mentre lavorava al negozio conosce un cliente che ha voglia di parlare. Chiacchierano di libri e di scrittura, e ad un certo punto la domanda sorge spontanea: “Perché non torni a studiare?” Impossibile lavorando tutta la settimana. Ma si è creata una piccola breccia.

Scopre la scuola di scrittura Omero. Ci prova. Diventa divoratrice di corsi, unica straniera. Torna a scrivere. Collabora con Actualitatea Magazin, un magazine romeno per il quale copre le notizie della comunità moldava. Poi con PiùCulture, tre anni di articoli e un inaspettato tesserino da giornalista, prima moldava del Lazio.

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Manca un tassello. Chiudere con il riconoscimento degli studi. Ci riesce, dopo sette lunghi anni di agonia. In cui ha conosciuto la speranza, l’attesa e l’impatto della crisi italiana. Sociale, culturale ed economica. “Qui la mentalità vuole che i lavori culturali sono solo per gli italiani. Va detto che le cose stanno cambiando grazie al gran lavoro delle seconde generazioni. Ma fino a poco tempo fa c’era l’assioma incontrovertibile secondo il quale gli stranieri possono fare solo lavori di basso livello”.

Ha scoperto che il lavoro intellettuale in Italia è molto spesso volontariato. “Chiamo gli intellettuali della mia età la generazione del compromesso”. Se vuoi scrivere e pubblicare devi essere volontaria. “Eppure posso dire che è stata una grande ricchezza, umana e professionale. E continuerò a fare volontariato fino al resto della vita”.

Volontariato e riconoscenza, per i personaggi chiave del proprio percorso. “Ho sempre avuto chi mi ha sostenuto. Se non avevo i soldi per pagarmi i corsi gli amministratori chiudevano un occhio e mi facevano saldare alla fine. E la redazione di PiùCulture ha avuto tanta pazienza con me mentre cercavo di perfezionare il mio italiano scritto”.

Occupandosi di territorio e di chi si dà da fare per cambiare le cose scopre il concetto di valore sociale. Si propone a un centro di ricerche inglese, la prendono per una collaborazione. Inizialmente a Bruxelles, dove è nata l’idea del magazine. “Non avevo mai lavorato a una rivista stampata, ma mi sono voluta mettere alla prova. Dopo tutte le difficoltà della vita niente mi spaventa. Anzi, credo che se non avessi fatto la badante o la commessa non avrei avuto tanta ricchezza di vita”.

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Il think tank che pubblica la rivista, il Centre for Citizenship, Enterprise and Governance, la promuove direttrice. Il progetto prende forma, una piattaforma internazionale per distribuire know how e buone pratiche sul valore sociale. Un trimestrale multilingue che dà voce a ONG, personaggi famosi e brand che hanno a cuore progetti sociali. L’obiettivo del centro è quello di arrivare alla misurazione dell’impatto sociale delle persone e trasformarlo in valuta non finanziaria. La rivista deve raccontare storie di valore sociale coerenti con la mission del centro. Inizia a dirigerla dall’Italia, poi si trasferisce in Regno Unito. Al momento Raisa è stata nominata VP Global Communication della Blockchain Alliance for Good, una community che intende usare la tecnologia blockchain per generare il valore sociale e soluzioni per l’ambiente.

Le sfide non finiscono mai. Ora c’è la brexit. “Un po’ ci ha colpiti, non sappiamo cosa sarà di noi, cosa rimarrà di quello che abbiamo costruito”. Del resto “è il quarto paese che cambio, ci metto un po’ a capire cosa fare ma quando capisco prendo la valigia e parto. Anche dopo 14 anni in Italia”. Dove ormai torna quasi solo per il sole.

Redazione