In carcere per terrorismo, ma è un errore Arrestato in un centro d'accoglienza svedese, è stato prosciolto. Dopo aver subito una gogna mediatica senza precedenti

di Joshua Evangelista*

Boliden è una piccola comunità di minatori nella Svezia del nord, a pochi chilometri dalla Lapponia. Millecinquecentosessantasei anime schive, sicuramente non abituate ai riflettori. Almeno stato fino a quando il destino ha portato nel villaggio dei minatori Mutar Muthanna Majid, un veterinario ventiduenne di Mosul riservato e dai modi gentili. Dopo aver vissuto sei mesi sotto le leggi dei tagliagole dell’Isis, che avevano conquistato la sua città, era fuggito con un cugino. Sette mesi nel limbo turco, quindi Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania, Danimarca. Da Copenaghen aveva superato il ponte di Øresund ed era arrivato a Malmö. Doveva essere l’ultima tappa prima della Finlandia dove, gli avevano detto, ricevere un permesso umanitario sarebbe stato facilissimo. Ma un’attivista lo aveva convinto a rimanere in Svezia, terra d’accoglienza per antonomasia, dove grazie al robusto tessuto dei rifugiati iracheni si sarebbe integrato senza troppe difficoltà. Così era finito in un centro d’accoglienza della piccola e gelida Boliden. Ultima fermata, sperava, prima di mettersi a studiare medicina e costruire le basi di una nuova vita.

Ma dopo il 13 novembre 2015 la Svezia non è più la stessa. I massacri di Parigi in nome dello Stato islamico scuotono profondamente il paese: l’isteria è capillare, la polizia ha bisogno di dimostrare ai cittadini che non sta con le mani in mano. Non stupisce, quindi, che quando quattro giorni dopo decine di agenti fanno irruzione a Boliden i minatori vanno nel panico. È un corri corri generale per lanciare l’allarme: i rifugiati ospitati dal paese sono terroristi. «Quando ho visto tutta quella polizia ho iniziato a pensare a chi, tra i miei vicini, avrebbero arrestato», ci racconta Majid. «Non avrei mai immaginato che fossero lì per me».

LEGGI ANCHE:   L'Isis è entrato subdolamente nel mio Bangladesh, ma lo respingeremo

Non poteva immaginare che il suo volto e il suo nome erano finiti su tutte le televisioni e i giornali di Svezia. A sua insaputa si era scatenata una vera e propria caccia all’uomo. Le accuse: aver combattuto per lo Stato islamico in Siria ed essere a capo di una rete di terroristi pronti a colpire in Europa. «Mi hanno portato in carcere, chiesto cosa pensassi degli attentati, quante armi avessi con me. Io chiedevo spiegazioni ma nessuno mi rispondeva».

Intanto, fuori, si stava scatenando un vero e proprio circo mediatico, del tutto inedito per il paese scandinavo. I direttori farcivano i telegiornali di vox populi allarmati, perché «chissà quanti altri terroristi si nascondono tra gli arabi che ospitiamo». Come per qualunque efferato delitto, le prime persone intervistate sono i vicini di casa, secondo i quali quello strano iracheno la mattina nemmeno salutava. Persino gli altri rifugiati della zona plaudono alle forze dell’ordine per l’arresto, via le mele marce. L’eroe nazionale è Anders Thornberg, il direttore della Säkerhetspolisen, l’agenzia di controspionaggio che ha coordinato l’operazione. La notizia arriva a Mosul, lasciando sgomento il padre Mutars, che non riesce a capacitarsi di come il figlio possa essere stato arrestato per terrorismo.

In carcere Majid nega qualunque tipo di contatto con lo Stato Islamico e, a sorpresa, il 22 novembre il procuratore Hans Ihrman ordina il rilascio del giovane perché «non ci sono più elementi che possano rendere fondati i sospetti». Tutte le accuse, che per lo più si basavano su alcuni fotogrammi presi da una telecamera di sorveglianza, sono cadute.

Si crea un cortocircuito, il procuratore non può non ammettere l’errore ma se ne lava le mani, spiegando che l’arresto è sintomo di un apparato di sicurezza attento e attivo. Alcuni giornali chiedono scusa per aver sbattuto il mostro in prima pagina, altri, come l’Aftonbladet, si giustificano perché «è stata la polizia stessa a chiederci che volto e nome del sospettato fossero resi pubblici». Secondo Mårten Schultz, professore di diritto civile all’Università di Stoccolma, «quello che è successo in Svezia non ha alcun precedente nella storia del paese».

LEGGI ANCHE:   L'Isis è entrato subdolamente nel mio Bangladesh, ma lo respingeremo

Majid riceve centinaia di messaggi d’odio ed è costretto a cancellare il suo profilo Facebook. Torna nella piccola Boliden, dove le persone sono ancora diffidenti: la liberazione non ha avuto la stessa rilevanza mediatica dell’arresto e quindi non capiscono perché il terrorista sia ora libero di circolare tra loro. «Prima dell’arresto soffrivo perché ero considerato solo un profugo senza volto, ora invece il mio volto lo conoscono tutti. E non so cosa sia peggio». In questo clima Majid sorprende tutti: dà una festa aperta alla cittadinanza, perché vuole spiegare chi è veramente, che viene seguita dalle principali testate nazionali e persino da Al Jazeera.

Quando incontriamo Majid sono passati dieci mesi dall’arresto. Bastano pochi minuti di conversazione per far emergere tutti gli intrecci della vicenda che non si sono ancora districati. Ci fa vedere una minaccia di morte che ha ricevuto tempo fa in un plico, emblema dell’interesse morboso che continua a stuzzicare in esaltati e neo-fascisti. Il suo legale ha chiesto allo stato un milione di corone (oltre centomila euro) di risarcimento; ne ha ricevuto solo dodicimila (poco più di milleduecento euro). Ma le preoccupazioni sono altre: le prassi per la concessione dello status di rifugiato sono cambiate e a breve il suo permesso di soggiorno temporaneo scadrà. «Se mi rimandano in Iraq sono fottuto, a Mosul chiunque può ucciderti». Inoltre, a quanto ne sa, il suo nome figura ancora nel registro dei sospettati di terrorismo.

Ma non si dispera, anzi. Ha trovato una casa editrice che ha deciso di investire su di lui e così si ritrova alla Fiera del libro di Goteborg a presentare la sua opera, che non è la sua storia, come si potrebbe pensare, ma un manuale di lingua araba. «Imparare la nostra lingua potrebbe essere per gli svedesi il primo passo per rompere la diffidenza».

LEGGI ANCHE:   L'Isis è entrato subdolamente nel mio Bangladesh, ma lo respingeremo

Articolo pubblicato anche su Il Dubbio nr. 124, 1 ottobre 2016