Il lessico sulle migrazioni alla prova dei fatti e della soggettività

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La terminologia usata abitualmente per classificare i migranti, al fine di collocarli dentro ambiti facilmente riconoscibili e abbinati a varie graduazioni di “accettabilità” e “utilità” non tiene conto delle reali condizioni, soggettive e oggettive, al cui interno prendono forma le migrazioni. In questo articolo, Sandro Mezzadra sottopone ad attenta critica questi termini, tenendo come bussola il tema che percorre tutti i suoi studi sul tema: la capacità soggettiva dell’azione. (S.R.)


di Sandro Mezzadra*

Riprendo in questo articolo per Frontiere News alcuni dei temi che ho trattato in un mio recentissimo saggio in inglese, dal titolo “The proliferation of borders and the right to escape”. La scelta è motivata dal fatto che troppo spesso i termini “illegale”, “economico”, “umanitario”, “volontario”, “forzato” non tengono in considerazione elementi fondamentali che sottostanno alla base della scelta migratoria e che uniscono in un continuum paesi di partenza e paesi di destinazione, secondo quelle logiche di globalizzazione che ci obbligano a ridefinire concetti e divisioni non più utili a comprenderne la reale portata.

Le categorie che ho citato sopra sono oggi messe a dura prova da un insieme di processi e trasformazioni, tanto sul lato delle politiche di controllo (o di management) delle migrazioni quanto sul lato delle dinamiche proprie di queste ultime. Per fare qualche esempio, consolidati modelli di «integrazione» si trovano di fronte a inedite sfide, la distinzione tra migranti «economici» e richiedenti asilo risulta vieppiù problematica, la figura del migrante «illegale» attrae grande attenzione dal punto di vista del controllo e del discorso pubblico mentre emerge in modo sempre più chiaro (anche per merito dei movimenti e delle lotte dei sans papiers in molte parti del mondo) il carattere arbitrario della stessa etichetta «illegale» (o «clandestino»). In questo intervento, prendendo le mosse da un’altra distinzione che merita di essere sottoposta a scrutinio critico (quella tra migrazioni «forzate» e «volontarie»), delineo alcuni aspetti di questa vera e propria crisi del lessico e dei concetti impiegati dagli studi sulle migrazioni.

Il concetto di «migrazioni forzate» è da tempo oggetto di un’ampia discussione internazionale, che ne ha messo in evidenza tanto l’importanza quanto la difficoltà di definizione. Ranabir Samaddar, ha sottolineato come le «molteplici modalità con cui l’elemento della “forza”, della coazione, interviene» nella mobilità umana – «servitù per debiti, servitù a contratto, migrazione forzata dalla campagna alla città» – corrispondano a esperienze soggettive eterogenee, che vanno ben al di là dei confini degli studi sui rifugiati e delle ricerche sulla tratta e sul traffico di esseri umani. Non è certo venuta meno l’esigenza di identificare e descrivere in modo preciso condizioni specifiche di migrazione forzata, per poter forgiare strumenti efficaci di protezione giuridica e umanitaria. Ma a fronte della moltiplicazione dei modelli e delle esperienze di mobilità, degli status giuridici, e dell’inserimento dei migranti all’interno del mercato del lavoro, è essenziale analizzare e sottoporre a una verifica critica il linguaggio, le tassonomie e le distinzioni categoriali attraverso cui anche come studiosi ci rapportiamo alla migrazione. Questo non significa soltanto ricordare ciò che dovrebbe essere evidente laddove si consideri il termine opposto rispetto alla migrazione «forzata», ovvero la migrazione «volontaria», «libera». Senza che in questa sede sia necessario inoltrarsi in una discussione filosofica dei concetti di volontà e libertà, è evidente che soltanto molto di rado la migrazione è completamente «volontaria» o «libera». Ciò che mi interessa maggiormente – e che in qualche modo è sempre stato al centro del mio lavoro sulle migrazioni e su ciò che ho chiamato «diritto di fuga» – sono precisamente le tensioni e i conflitti tra la pressione di una molteplicità di forze strutturali e il momento della agency, della capacità soggettiva di azione, all’interno della migrazione. Se si assume il punto di vista di queste tensioni e di questi conflitti diviene possibile guardare ai movimenti dei migranti e alle esperienze migratorie come luoghi strategici per la produzione di soggettività. Riprendendo e rielaborando una serie di concetti foucaultiani, si può dire che ciò implica un’attenzione particolare al modo in cui dispositivi di assoggettamento e processi di soggettivazione (coazione e libertà) entrano in gioco nella stessa costituzione del campo d’esperienza della migrazione.

Assumere questa interpenetrazione tra assoggettamento e soggettivazione come filo conduttore, dal punto di vista teorico, e analizzare le diverse gradazioni del loro combinarsi all’interno di specifiche esperienze migratorie significa collocarsi all’interno di una cornice piuttosto diversa da quella costruita attorno al riferimento privilegiato alla distinzione tra migrazione «forzata» e «volontaria». Si tratta di un modello teorico che consente ad esempio di far emergere pratiche soggettive di negoziazione e contestazione di specifici rapporti di potere anche in casi come la migrazione femminile collegata al lavoro sessuale in Europa, analizzata da Andrijasevic, o di seguire analiticamente il riprodursi degli spettri del lavoro coatto nell’esperienza dei tecnici informatici indiani altamente qualificati la cui migrazione si svolge all’interno del cosiddetto sistema del «body shopping» (Xiang, 2006).

Mi pare essenziale problematizzare sotto il profilo concettuale e sottoporre a continua verifica empirica non soltanto la migrazione «volontaria», ovvero il termine rispetto a cui quella «forzata» si definisce per contrapposizione, ma anche il concetto fondamentale che continua a organizzare e permeare come una sorta di «significante padrone» le tassonomie, la nomenclatura e le partizioni epistemiche della migrazione: ovvero, per citare ancora Samaddar, «la vacca sacra della cittadinanza» (1999).

Nel discorso pubblico, nelle retoriche dei governi ma anche all’interno del mainstream della ricerca sulle migrazioni, la cittadinanza regola il sistema di posizioni politiche e giuridiche che distribuisce i soggetti della mobilità lungo una scala mutevole di abiezione e protezione, valorizzazione economica e sfruttamento, appartenenza e precarietà, accesso ai diritti e «deportabilità». È sufficiente pensare alla posizione di assoluto rilievo della figura del «migrante illegale» o «clandestino» nelle politiche migratorie, nelle retoriche ufficiali, e negli immaginari popolari a partire dai primi anni Settanta dello scorso secolo per cominciare a comprendere gli effetti assolutamente concreti delle etichette e delle tassonomie che si riferiscono alle migrazioni. Il migrante «illegale» è divenuto il più importante luogo di produzione di ciò che Étienne Balibar ha recentemente chiamato il «corpo straniero», la figura mostruosa (e interna) di alterità che conferma la stabilità e la vigenza del codice della cittadinanza nonché del «corpo del cittadino» (2011). Il linguaggio e lo spettro della razza continuano a essere mobilitati in molte parti del mondo per offrire una sorta di supplemento a questa produzione del «corpo straniero» del «migrante illegale», che – è importante sottolinearlo – non è una mera figura dell’«esclusione». In quanto «altro interno», il migrante «illegale» è piuttosto prodotto da ciò che Nicholas De Genova, in un importante lavoro sulla migrazione dal Messico agli Stati Uniti, ha definito «un processo attivo di inclusione attraverso l’illegalizzazione» (2005). Questi processi di produzione di illegalità (di «clandestinità») finiscono per fratturare e segmentare gli spazi confinati della cittadinanza, disseminando al loro interno un ulteriore dispositivo di assoggettamento che conduce alla riproduzione di una molteplicità di regimi di lavoro caratterizzati da vari gradi di coercizione. Al tempo stesso, tuttavia, occorre sottolineare che, per quanto sia essenziale, l’analisi delle molte forme (che includono fattori giuridici, politici, culturali) attraverso cui si produce l’assoggettamento non può oscurare le pratiche di soggettivazione che si manifestano ad esempio nei movimenti e nelle lotte dei sans papiers in molte parti del mondo. E d’altra parte credo che questi movimenti e queste lotte non debbano essere isolati da altri conflitti di cui sono protagonisti migranti «legali» e anche settori delle popolazioni «autoctone»: in altri termini, se è certo necessario comprendere la specificità dei movimenti dei sans papiers, un’enfasi esclusiva su di essi rischia di riprodurre il linguaggio e le tassonomie delle politiche migratorie.

La figura del «migrante illegale» ha assunto centralità a livello mondiale nel contesto delle tumultuose trasformazioni del capitalismo che hanno preso avvio nei primi anni Settanta (e che condussero ad esempio alla fine del sistema dei «lavoratori ospiti» in Germania occidentale e in altri Paesi europei). Non è difficile cogliere il nesso tra l’emergere di questa figura e i processi di flessibilizzazione dei mercati del lavoro e delle economie che hanno accompagnato tali trasformazioni. Da una parte questo nesso ci offre un punto di vista molto importante per criticare la «naturalizzazione», la vera e propria cristallizzazione «ontologica» della categoria dell’«illegalità» (o della «clandestinità») dei migranti che spesso caratterizza il discorso pubblico sul tema. Dall’altra consente di sottolineare l’implicazione dei processi di illegalizzazione dei migranti all’interno delle complesse dinamiche che hanno prodotto una crisi di cittadinanza oggi particolarmente evidente in Paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna. È un modo per attivare criticamente quella che il grande sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad chiamava la «funzione specchio» della migrazione. Ciò che ho chiamato la «naturalizzazione», la cristallizzazione «ontologica» dell’illegalità dei migranti ha la propria controparte nella naturalizzazione, nella cristallizzazione «ontologica» della cittadinanza: oscura, in altri termini, le linee di frattura che solcano e destabilizzano la figura del cittadino. È per questo che, senza liquidarne importanza e potenzialità, penso che vi sia bisogno di una rinnovata critica teorica della cittadinanza oggi, tanto all’intero degli studi sulle migrazioni quanto più in generale. È un punto su cui ritornerò nell’ultima parte di questo intervento.

Negli ultimi anni i processi di illegalizzazione hanno avuto come obiettivo tanto i migranti «economici» quanto i richiedenti asilo, spesso rendendo indeterminato e confuso il confine tra di essi. Il quadro sarebbe ancor più complesso se trovassero un riconoscimento giuridico le molteplici richieste di ampliamento dei motivi legittimi per chiedere e ottenere asilo. Per fare un unico esempio, si pensi al dibattito sui rifugiati ambientali. In un libro recente su Phoenix, in Arizona, Andrew Ross ha mostrato che un’elevata percentuale di migranti «illegali» che vivono e lavorano all’interno di quest’area metropolitana (dove la retorica e le pratiche contro i migranti sono state tanto virulente quanto la tendenza a negare il cambiamento climatico) avrebbe il diritto di chiedere asilo per ragioni climatiche se vi fosse appunto un pieno riconoscimento della figura del «rifugiato climatico» (2011). È a fronte di simili esempi, che si stanno rapidamente moltiplicando su scala globale, che emerge in piena luce la crisi della nomenclatura e delle tassonomie sottese non soltanto ai tentativi da parte dei governi di controllare la mobilità ma anche a molti studi sulle migrazioni. La crescita dei movimenti dei richiedenti asilo, la diversificazione e l’espansione giuridica della categoria stessa del rifugiato e la parallela evoluzione in senso restrittivo delle politiche migratorie hanno finito per rendere sempre più difficile tracciare una netta linea di distinzione tra richiedenti asilo e migranti «economici». L’introduzione di sistemi di «protezione temporanea» (o «preventiva») e di forme di «tolleranza», l’esternalizzazione dell’asilo, la nascita di zone di protezione per gli «sfollati interni» hanno a loro volta modificato in profondità i regimi umanitari di tutela e assistenza ai rifugiati, mettendo in discussione il loro essere fondati su ideali «apolitici» di universalità e benevolenza.


*Sandro Mezzadra insegna teoria politica all’Università di Bologna ed è adjunct fellow presso l’Institute for Culture and Society della University of Western Sydney. Nell’ultimo decennio il suo lavoro è stato particolarmente centrato sulle relazioni tra  globalizzazione, migrazione e cittadinanza, così come sulla teoria e sulla critica post-coloniale. È un partecipante attivo nel dibattito sul “post-operaismo”. Tra le sue opere: Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione (2006) e La condizione postcoloniale (2008). Insieme a Brett Neilson è autore di Border as Method, or, the Multiplication of Labor (2013). È socio fondatore dell’Associazione Transglobal.