Sgomberi a Roma, cosa ho visto tra i rifugiati accampati testo e foto di Daniela Centonze

Roma, 31 agosto. Sono le 3 di pomeriggio quando una donna romana attacca verbalmente il gruppo di rifugiati politici, che dopo lo sgombero dell’ex sede di Federconsorzi e Ispra di via Curtatone del 19 agosto si sono accampati in via dei Fori imperiali costituendo un sit-in, autorizzato. Dopo una serie di insulti (anche a sfondo razziale) e dopo l’invito ad allontanarsi rivolto all’anziana signora da parte di alcune donne del gruppo di rifugiati, ritorna la quiete, sotto l’ombra di quei pini che rendono più clementi i 30 gradi. Mi rivolgo a Fayola (nome di fantasia), una rifugiata etiope in Italia da 11 anni, rimasta immobile e inespressiva davanti all’alterco; le chiedo se in questi 8 giorni di presidio, dopo la guerriglia urbana del 23 agosto, siano stati numerosi gli attacchi e gli insulti da parte dei cittadini romani.

Siamo vicino agli scavi archeologici e l’aria polverosa le impasta la bocca: “Non voglio dirti che sia lei il problema. Non è importante se sia stata solo lei oggi a insultarci o se ce ne siano stati tanti in questi giorni. Il problema è più grande. Mi hanno sempre guardata male, trattata come se fossi un animale, un cane. Quando salgo sul pullman… ”. Fayola si ferma e accenna un sorriso sarcastico: “Beh no, ci tenete tanto ai cagnolini qui. Nemmeno come un cane”. Sospira e, riacquistando nel volto la staticità della rassegnazione, conclude: “Sono stanca”.

In un’Italia fortemente provata dalla crisi economica e dalle vecchie urgenze abitative le difficoltà e i bisogni iniziano ad esplodere sottoforma di un terrificante odio razziale. La lite nel centro di accoglienza della Croce Rossa Italiana di via del Frantoio, al Tiburtino III, è l’altro esempio di come la “paura per la tenuta sociale e democratica del paese” rivelata dal Ministro dell’Interno Minniti, in occasione degli ultimi sbarchi, sia direttamente proporzionale all’inconcludenza dei poteri.

Se il Welfare viene negato, allora gli italiani nelle periferie si sentiranno minacciati dal diverso. Per gli italiani senza lavoro, in molti casi senza casa, lo straniero diventerà il nemico da allontanare. Così, nel crescente marasma degli esclusi dal banchetto del capitalismo, i “più esclusi” saranno subito mortificati dagli “esclusi un po’ di meno”; i penultimi si sentiranno inevitabilmente asserragliati dagli ultimi, da quelli che Serge Latouche chiamerebbe i “naufraghi dello sviluppo”. La miseria materiale continuerà a nutrire sempre più rapidamente la miseria morale, sotto gli occhi di politicanti abili nel passaggio della patata bollente, eccellenti nel trasformare storiche questioni politiche in estemporanee questioni di ordine pubblico.


Redazione