India e violenza sessuale, una riforma che non centra il problema

Il 3 febbraio scorso è stata firmata in India l’Ordinanza 2013 in materia di violenza contro le donne. Questa riforma ha fatto molto discutere nel Paese, soprattutto in seguito all’episodio di violenza di gruppo che ha visto la morte di una giovane indiana di 23 anni il 23 dicembre 2012.

La commissione, composta da tre membri e presieduta da J.S. Verma, ex presidente della Corte suprema di Giustizia, aveva il compito di suggerire riforme e rafforzare le attuali norme contro la violenza sessuale. In realtà il compito non è stato assolto, non completamente, come spiega Meenakshi Ganguly, direttore di Human Rights Watch per il sud-asiatico: “La nuova ordinanza riforma le leggi indiane dell’era coloniale sulla violenza sessuale ma non prevede protezione dei diritti umani né riparazione per le vittime”.

Insomma, manca ancora quel piccolo passo fondamentale che riconosce che la violenza sessuale deve essere considerata una violazione dei diritti delle donne e delle integrità fisica. La denuncia dei gruppi per la difesa di questi diritti, tra i quali spicca Amnesty in prima linea, sottolinea come questa ordinanza non sia all’altezza degli standard internazionali sotto diversi punti di vista. Primo fra tutti, non punisce tutte le forme di violenza sessuale con pene adeguate e introduce la pena capitale per alcuni casi di violenza sessuale.

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Danneggia gli adolescenti, in quanto è stata alzata l’età del consenso per i rapporti sessuali, e agevola gli agenti di forze di sicurezza accusati di stupro, in quanto è stata mantenuta un’effettiva immunità legale nei loro confronti.

Ci sono anche problemi di definizione, che finiscono per non proteggere adeguatamente le donne dalle aggressioni. Si è preferito mantenere in vita reati quale l’insulto o l’oltraggio alla modestia delle donne piuttosto che definire in modo specifico quelli che sono i reati gravi e quelli meno gravi, la differenza tra toccare il petto ad una persona e aggredirla sessualmente. Al momento, da un punto di vista sanzionatorio, sono sullo stesso piano.

Ancora più grave la mancanza di riconoscimento dello stupro maritale. Ad oggi, secondo la sezione 375 del codice penale dell’Ordinanza una moglie non può denunciare suo marito per violenza sessuale, a meno che non “viva separatamente secondo le disposizioni di un atto di separazione, la consuetudine oppure gli usi”.

Questo va contro i trattati internazionali rettificati dall’India, dove esplicitamente si sottolinea che una donna gode di una propria autonomia sessuale, il che comprende il diritto di decidere liberamente se avere rapporti sessuali. Ad oggi, quindi, in India, non esiste una protezione domestica per le donne. Ed è sicuramente una grave mancanza.

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Infine, non è stata revocata nemmeno la sezione 377 del Codice Penale, che considera reato le relazioni consenzienti tra adulti dello steso sesso nonostante nel 2009 il Tribunale superiore di Delhi abbia definito questo reato una violazione dei diritti costituzionali di uguaglianza, non discriminazione e del diritto alla privacy, nonché di una vita dignitosa.

Tutte queste incongruenze e imprecisioni hanno portato Amnesty International e Human Rights Watch a chiedere al parlamento indiano di respingere il testo ricevuto e hanno sollecitato il consiglio dei Ministri a proporre un nuovo progetto di legge.

Ilaria Bortot


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