Chi sta soccorrendo in mare? Intervista ad Alessandro Porro (Aquarius SOS Mediterranee)

Seguimi su:

Arber Agalliu

Mi sento un italiano albanese a Firenze, ed un albanese italiano a Tirana. Racconto i volti dell'immigrazione, attraverso reportage e interviste da me realizzate.
Seguimi su:

Si parla sempre meno degli sbarchi, come se il governo avesse risolto questa grande questione internazionale. Ma nel Mediterraneo si continua a morire? Si parte ancora dalla Libia? Ne abbiamo discusso con Alessandro Porro, soccorritore della Aquarius.


Porro: Gli sbarchi ci sono. Non vengono raccontati, non c’è una grande macchina mediatica dietro, però ci sono. Il problema in questo momento è che mancano navi di soccorso, non ci sono ambulanze in mare che possono dare un primo soccorso alle persone che cercano di fare la traversata mortale. Questo porta all’aumento del tasso di mortalità, che a fine settembre era del 19 per cento. Vuol dire che quasi una persona su cinque che cerca di attraversare non ce la fa. Per l’OIM, quest’anno ci sono stati più di 2000 morti nel Mediterraneo centrale. I dati sono in linea con le statistiche degli anni scorsi; ci sono meno partenze, ma i morti ci sono ancora e in proporzione sono persino di più morti.

Agalliu: Nel Mediterraneo si continua a morire dunque, ma lo vediamo sempre meno. Alcuni mesi fa, con più di 600 persone a bordo, la nave Aquarius è rimasta bloccata in un braccio di ferro tra Italia e Malta. Cosa è successo esattamente?

Porro: È il 9 giugno di quest’anno. Di notte facciamo due soccorsi. Duecentocinquanta persone tirate fuori dal mare, al buio. Un soccorso tecnicamente difficile, a cui sono seguiti due trasbordi sulla nostra nave di circa 400 persone soccorse dalla Guardia Costiera italiana e dalla Marina italiana. Fino a quel giorno la collaborazione con le autorità italiane c’era. Anche un elicottero e una nave, la San Giorgio, ci hanno supportato in questa operazione. Al mattino ci troviamo con 630 persone a bordo ma verso sera, dirigendosi verso l’Italia, ci arriva l’ordine di fermarci. Rimaniamo sospesi per 48 ore – fra Malta e in Italia, in acque internazionali – con persone preoccupate e spaventate. Un ragazzo ha anche cercato di suicidarsi per la paura di essere riportato in Libia. Questo è il sentimento che c’era a bordo. Noi ci troviamo per la prima volta senza indicazioni di dove andare cosa fare. Molte notizie informali, ma nessuna vera direzione. Dopo 48 ore ci danno l’ok da Roma per andare a Valencia. Porto sicuro, sì, ma certamente non il porto sicuro più vicino.

Agalliu: Anche la traversata verso Valencia è durata molto.

Porro: È durata praticamente quasi 5 giorni. E visto che le condizioni meteo erano brutte, parte delle persone che erano a bordo sono state riconsegnate a una nave della Guardia Costiera e a una nave della Marina. Abbiamo fatto questo convoglio e siamo andati verso Valencia.

Agalliu: Parliamo quindi di navi militari italiane.

Porro: Esatto. Siamo stati bravi a far passare il messaggio alle persone soccorse che potevano fidarsi, che essendo tanti in quella nave non c’era nessun porto in grado di accoglierli. Non ci sono state scene di panico, non ci sono stati conflitti. Quando abbiamo detto che ci sarebbe stato un porto di sbarco, che fosse italiano non era importante… il punto era avere un porto di sbarco. Ci sono state delle grandi reazioni di gioia dei ragazzi, che si sono messi a cantare gli inni delle squadre di calcio spagnole.

Agalliu: Attualmente, la vostra nave è rimasta senza bandiera. È ancora a Valencia? Cosa pensate di fare? Cosa state aspettando?

Porro: La nave adesso è a Marsiglia, ferma dall’inizio di ottobre. Siamo fermi perché dopo l’ultimo soccorso del 23 di settembre abbiamo ricevuto una comunicazione da Panama (che era la nostra bandiera) che a sua volta ha ricevuto pressioni dal governo italiano per farci togliere la bandiera. Panama non vuole correre rischi. Siamo stati descritti come persone che non obbediscono alle autorità. E in questo momento l’autorità nella zona di ricerca e soccorso è la Guardia Costiera libica, che o non risponde al telefono, o dice di riconsegnare a loro le persone o peggio ancora di riportarli in Libia. Non è che non vogliamo farlo. Non si può fare. Non si può violare la Convenzione di Ginevra. Non si possono violare le regole del mare. Noi non siamo dei disobbedienti. Noi ubbidiamo a cinque leggi del mare che valgono per le navi, per gli stati costieri, per i capitani, per gli armatori e per gli stati di bandiera.

Agalliu: Da quel 9 giugno qualcosa è cambiato. I porti sono stati chiusi, praticamente rimane molto difficile oggigiorno operare per chi fa il vostro lavoro. Quante navi oggi sono attive? Possiamo dire comunque che sono in mare per fare quello che in questo momento non potete fare voi?

Porro: Dal 9 giugno il meccanismo delicato e complesso di soccorso in mare è stato smantellato. Chiusi i porti, e anche altri stati non accettano sbarchi di navi. In più l’autorità è passata dall’Italia alla Libia, un’autorità che non coordina. Tutto questo ha portato ad avere zero navi di soccorso, zero ambulanze, zero realtà che possono fare un efficace soccorso in mare. Rimangono dei mercantili, rimane la Guardia Costiera libica che non fa soccorsi ma fa intercettazioni… E come dicevo prima, la quantità di persone che muore, che affoga, banalmente è aumentata anziché diminuire.

Agalliu: Grazie mille di questa chiacchierata. In bocca al lupo, spero che la vostra nave possa prendere il largo il prima possibile e che possiate tornare ad essere operativi.