La Bulgaria e il referendum dell’indifferenza Il secondo referendum nella storia della Bulgaria democratica, chiamata a decidere sul voto elettronico, è stato un totale flop. Ed emerge il disinteresse degli emigrati per quello che succede in patria

“Il 25 ottobre le lancette dell’orologio devono essere spostate di un’ora indietro, ma ciò non vuol dire che dobbiamo vivere nel passato. Andate nei punti dove si vota e compilate le vostre schede elettorali per il voto elettronico!”, diceva uno slogan popolare durante la campagna per il referendum per l’implementazione del sistema di voto elettronico a distanza. Il secondo plebiscito tenuto in Bulgaria dopo la caduta del regime comunista nel 1989 è ampiamente fallito a causa della mancanza di interesse, sebbene il risultato (39,67%) sia sufficientemente ampio per sottoporre la questione al parlamento. Il popolo bulgaro ha votato a favore dell’iniziativa (69,49% di sì), ma i loro voti non sono stati sufficienti per trasformare direttamente in legge il risultato del referendum. 

Meno di 27mila cittadini bulgari sui due milioni che vivono all’estero sono andati a votare. E se questi hanno votato quasi totalmente a favore (90 per cento), l’indifferenza generale tra i bulgari espatriati è stata piuttosto sgradevole, se si considera che uno dei principali motivi a supporto dell’introduzione del voto elettronico era quella di dar loro la possibilità di partecipare alla vita politica del loro paese di origine.

Domenica nel frattempo, mentre parte della popolazione si stava recando a votare, i siti della Commissione centrale per le elezioni e quelli di vari ministeri sono stati target di numerosi attacchi di hacker. Presumibilmente un avvertimento del fatto che le autorità bulgare non sono in grado di gestire un impegno così gravoso come quello dell’implementazione del sistema di voto online.

Molte persone si sono lamentate del fatto che nei seggi elettorali sono state fornite schede per le elezioni locali ma non per il referendum. Secondo alcune segnalazioni lo staff della commissione elettorale sarebbe stato istruito per non fornire le schede elettorali per il referendum, a meno che gli elettori non le avessero richieste esplicitamente. Va detto che quando io sono andato al seggio elettorale il processo è andato liscio e mi hanno dato tutte le schede che avrei dovuto ottenere.

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I promotori del referendum sostengono che l’eventuale maggiorazione dell’affluenza derivante dal voto elettronico scoraggerebbe la compravendita di voti nelle baraccopoli dei rom, luoghi dove i partiti politici approfittano di persone socialmente escluse e analfabete, disposte a vendere il loro voto per 10 euro. I sostenitori del voto elettronico suggeriscono inoltre che questa misura amplierebbe la base elettorale, incitando le persone più giovani e istruite a partecipare alle elezioni, in un paese dove la maggior parte delle fazioni politiche si basano su anziani, persone povere o di basso livello di istruzione; elettori a rischio di manipolazione e più facili da mobilitare per influenzarne le loro preferenze.

I detrattori del referendum, al contrario, sostengono che il voto online porterebbe a massicce frodi elettorali, compresi gli attacchi di hacker e altri tipi di manipolazioni durante il conteggio delle schede elettorali. In più ci sono questioni delicate come la segretezza del voto e l’abuso di dati personali. E nonostante i sistemi bancari di tutto il mondo sembrino così sicuri, con milioni di transazioni effettuate tutti i giorni, questi argomenti non sembra molto plausibile. Secondo le critiche, l’attuazione del voto elettronico a distanza faciliterebbe le pressioni delle aziende. In particolare nelle regioni meno sviluppate della Bulgaria, dove i dipendenti votano seguendo le indicazioni dei datori di lavoro e addirittura potrebbero fornire ID e codici PIN per paura di perdere il posto di lavoro.

Se avessimo un algoritmo elettronico per il conteggio dei voti, non avremmo visto l’orrore che è accaduto nel centro sportivo Arena Armeec, per l’occasione usato come seggio elettorale. I membri delle commissioni elettorali regionali sono stati letteralmente imprigionati nella costruzione e non è stato permesso loro lasciare il posto per più di 40 ore, con diverse persone che sono state portate al pronto soccorso a causa delle condizioni di lavoro insopportabili.

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Con il senno del poi, possiamo affermare che i partiti politici bulgari sono da biasimare per la scarsa affluenza al referendum. I politici sono stati impegnati nella lotta partigiana per ottenere la vittoria nelle elezioni locali e non sono riusciti a convincere i loro sostenitori dell’importanza della questione voto online sì o no.