Murad, 14 mesi in carcere per una traduzione sbagliata Un profugo siriano è stato costretto a una vera e propria odissea giudiziaria a causa di indagini grossolane e scarsa conoscenza del contesto siriano da parte della procura di Catania

Valerio Evangelista
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Dal suo Abruzzo ha ereditato la giusta unione tra indole marinara e spirito montanaro. Su Frontiere, di cui è co-fondatore, scrive di diritti umani e religioni.
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Il 4 dicembre 2015 sbarcava a Pozzallo Murad Al Ghazawi, un siriano oggi 22enne in fuga dalla tragedia del suo paese. Arrivato in Italia, l’accoglienza non è stata come l’avrebbe immaginata: ritenuto legato ad una formazione jihadista vicina a Daesh, il giovane è stato detenuto per un anno con l’accusa di terrorismo. Pochi giorni fa la sentenza: assolto “per insufficienza e/o contraddittorietà della prova”.

IL PASSAPORTO DELLO STATO ISLAMICO

Nel telefono di Murad è stato trovato un documento in arabo ritenuto un “passaporto dello Stato Islamico”, un “lasciapassare per jihadisti per muoversi in Europa” o un “diploma dell’Isis”, a seconda delle interpretazioni. In realtà la “dichiarazione di non miscredenza”, così è intitolato il documento, è stato rilasciato a nome di un certo “Mamo Al Jaziri”. Un errore che un’accurata traduzione avrebbe subito messo in risalto. E dopo una breve ricerca online (che avrebbe potuto e dovuto fare chi di dovere) si scopre che tale Mamo è un musicista siriano di Rumaylan che vive a Stoccolma. Contattato da MeridioNews, ha dichiarato: “Sono un artista e tutti sanno che ho origine curde. In quanto curdo, sono contro il terrorismo. Quindi è una bugia e non escludo che si tratti di uno scherzo”. Nel documento, che poi la polizia giudiziaria ha constatato essere un fotomontaggio, c’è anche un’immagine che circola online dall’estate 2014, ben oltre un anno prima che Murad arrivasse a Pozzallo.

Il giovane siriano, originario di Dar’a, sarebbe stato incastrato anche da un’altra presunta prova: la frase «Allah è grande, ma l’Isis di più», trovata anch’essa su un cellulare che aveva con sé. Ma, come spiegano a MeridioNews gli investigatori, “a pronunciarla non sarebbe stato l’arrestato”.

NELLA “GUANTANAMO D’ITALIA”

Quello del presunto documento rilasciato a tale Mamo Al Jaziri non è stata l’unica leggerezza dei traduttori coinvolti:  Murad Al Ghazawi, infatti, per la giustizia italiana è registrato come Mourad El Ghazzaoui, a causa di trascrizioni contrastanti realizzate dagli interpreti durante le procedure di identificazione al centro d’accoglienza di Pozzallo. Un errore che è stato Murad a pagare. Per quasi un anno la famiglia non gli ha potuto fare visita, nonostante l’autorizzazione del giudice, a causa delle differenze tra il nome di Al Ghazawi e quello dei suoi familiari.


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All’epoca il giovane siriano si trovava nel penitenziario di Rossano Calabro, insieme a persone accusate di terrorismo e a condannati in via definitiva per mafia. Un carcere conosciuto anche come “la Guantanamo d’Italia”, in cui verrebbero violati alcuni diritti alla difesa. “Gli avvocati”, ha dichiarato a Radio Radicale Giovanni Cavallero, ex legale di Murad, “possono parlare con i loro clienti soltanto due giorni a settimana per due ore. Quando sono andato lì, il colloquio con il mio assistito si è svolto nella sala degli incontri con i familiari, alla presenza degli agenti della polizia penitenziaria”.

LA FUGA DALLA SIRIA

Il passaporto di Murad (quello vero) rivela che avrebbe lasciato il suo paese nel 2013, decisamente prima della nascita dell’Isis e del suo radicamento in Siria. Lasciata Dar’a per sfuggire alle repressioni del regime, il ragazzo aveva cercato di arrivare in Germania – per raggiungere dei familiari che vi vivevano da anni – attraversando l’Egitto, poi la Libia e infine arrivando in Italia, su un barcone di profughi.

L’ASSOLUZIONE

La sentenza è stata emessa dal Gup Giancarlo Cascino per “insufficienza e/o contraddittorietà della prova”, a conclusione del processo col rito abbreviato. Murad Al Ghazawi, poi difeso dall’avvocato Luca Ruaro, rischiava una condanna a quattro anni di reclusione. Dimostrata l’infondatezza delle “prove” e la sua relativa non colpevolezza, a breve Murad potrà forse raggiungere, finalmente, la sua famiglia a Stoccarda.

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Il servizio di Amedeo Ricucci per RAI 1:


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