“La capitale della Palestina è Gerusalemme”: correva il tredicesimo secolo d.C. in copertina: "Gerusalemme", di Conrad Grünemberg - 1487

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Dal suo Abruzzo ha ereditato la giusta unione tra indole marinara e spirito montanaro. Su Frontiere, di cui è co-fondatore, scrive di diritti umani e religioni.
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La Palestina è l’ultima delle province della Siria verso l’Egitto. La sua capitale è Gerusalemme“. Così scriveva nel tredicesimo secolo il biografo e geografo arabo Yaqut al-Hamawi nel suo “Mu’jam al-buldan, cioè “dizionario dei paesi”, citato nel 1890 dallo storico britannico Guy le Strange in “Palestine Under the Moslems: A Description of Syria and the Holy Land from A.D. 650 to 1500″.

Oggi lo status della città di Gerusalemme è controverso. C’è chi la considera “capitale indivisibile ed eterna dello Stato ebraico” (come ha di recente riconosciuto ufficialmente Donald Trump), chi vede in essa la capitale del bantustanizzato Stato di Palestina, e chi vorrebbe l’attuazione della risoluzione n.181/1947 delle Nazioni Unite secondo cui Gerusalemme sarebbe dovuta essere un corpus separatum sotto l’amministrazione delle NU. Nella sua storia millenaria (il primo avamposto fu edificato nel 4500 a.C.) la Città Santa ha alternato momenti di splendore – rivestendo più volte il ruolo di ‘capitale’, benché questo termine vada contestualizzato storicamente – a periodi di decadenza, in cui lo sbiadito ricordo dei fasti della “città di Davide” aveva lasciato il posto ad un nucleo abitato avente parvenze di un semplice villaggio.

Come ricorda il professor Nur Masalha della SOAS London University nel libro The Concept of Palestine, la dinastia dei califfi Omayyadi (661-750) promosse un’intensa urbanizzazione della Palestina, seguendo la scia tracciata secoli prima dai Romani. Bayt al-Maqdis (in arabo “la casa santa”, ovvero Gerusalemme) e la nuova cittadella di Ramla erano il cuore dell’identità multiculturale dello Jund Filastin, cioè del “(distretto) militare di Palestina”: un’entità amministrativa con dei confini definiti, pari a circa due terzi del territorio della Palestina mandataria, la cui prima capitale fu temporaneamente Lod.

Mappa del Jund Filastin, all’epoca di Ramla capitale

Quando la capitale fu trasferita a Ramla, Gerusalemme – proprio come Gaza, Asqalan, Nablus, Caesarea e Giaffa- era una qada, che con una semplificazione estrema potremmo paragonare ad un odierno capoluogo di provincia. Come dimostrano le grandi opere di islamizzazione architettonica la Gerusalemme del tempo era considerata il centro religioso dell’intero Jund, rimanendo contemporaneamente Città Santa anche per cristiani ed ebrei (riaccolti dai governatori musulmani a 500 anni dall’espulsione per mano romana). Ramla fu designata quale centro amministrativo della Palestina – e confermata come tale durante il califfato Abbaside – a causa della sua posizione strategica, trovandosi proprio lungo la rotta commerciale che univa Fustat (la vecchia Cairo) e Damasco e contemporaneamente lungo la strada che da Gerusalemme portava al porto di Giaffa. Quando però i Fatimidi conquistarono la Palestina nel 1029, al-Quds (“la Santa”, cioè Gerusalemme) ne divenne centro amministrativo.

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Questo periodo fu breve, perché i sovrani europei preparavano gli eserciti per la prima di una serie di spedizioni militari in Palestina: le crociate. A Gerusalemme il conte belga Goffredo di Buglione, protagonista della celebre “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso, fondò nel 1099 l’omonimo regno, in seguito ad un assedio che passò alla storia per il sangue versato: nel giro di una giornata i crociati massacrarono quasi tutti gli abitanti di Gerusalemme (ebrei, musulmani e cristiani orientali). Nelle Gesta Francorum si racconta di come “…la carneficina fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue che arrivava fino alle caviglie…“. Nelle cronache del damasceno Ibn al-Qalanisi si afferma che ebrei e musulmani avevano combattuto fianco a fianco nella difesa della loro Gerusalemme. In poche generazioni gli occupanti europei iniziarono gradualmente a parlare arabo e greco, a imparentarsi con i pochi nativi superstiti (relegati alla vita fuori delle mura) e a vivere “all’orientale”, come ricorda lo storico francese Fulcherio di Chartres nella già citate Gesta Francorum. Il cattolico Regno di Gerusalemme si estinse nel 1291 quando i mamelucchi conquistarono la nuova capitale San Giovanni d’Acri.

La dinastia dei sultani mamelucchi, che rappresenta una delle più importanti dinastie islamiche nella storia della Palestina medievale, è ricordata oggi soprattutto per aver fermato l’avanzata mongola nel Vicino Oriente nella battaglia di Ain Jalut del 1260. In “Mamluk Jerusalem: Architecturally Challenging Narratives“, Andrew C. Smith della Claremont Graduate University mostra come, pur mantenendo il proprio prestigio religioso e culturale, durante il dominio del sultanato mamelucco  (1260–1517) Gerusalemme perse molto del suo ruolo politico. Va però citato il teologo e storico Jalāl al-Dīn al-Suyūṭī, egiziano di origine persiana e circassa, che nelle sue enciclopedie riporta un resoconto risalente al 1351 riguardo alla suddivisione politica dei distretti del “Bilad al-Sham”, o “Grande Siria”. Del distretto palestinese, cioè “Filastin“, scrive: “La sua capitale è Ilaya (…) cioè la Città Santa, metropoli di Davide e Salomone”. Ilaya, arabizzazione del toponimo romano Aelia (Capitolina), è ovviamente Gerusalemme.

Durante il dominio ottomano (1517-1918) la Palestina ebbe un ruolo marginale e l’importanza di Gerusalemme ne uscì ridimensionata. Il nome ‘Filastin’ non ebbe pressoché più alcun uso politico, benché fu comunque utilizzato dalla popolazione locale in ricordo dell’ex Jund Filastin. Impossibile dimenticare l’opera “al-Fatawa al-Khayriyah” del giurista e intellettuale palestinese Khayr al-Din al-Ramli (1585–1671), nelle cui accurate descrizioni della Ramla ottomana diversi studiosi contemporanei (tra cui Gerber e Tucker) rilevano gli embrioni dell’identità multiculturale palestinese. Nel 1744 lo storico inglese Thomas Salmon descrive nel suo “Modern history, or the present state of all nations la Palestina dell’epoca, mostrando come Gerusalemme fosse ancora “considerata capitale della Palestina, sebbene abbia perso molto del suo splendore antico”. Non deve sorprendere: come detto, il termine “Palestina” cadde in disuso nella nomenclatura politica ottomana, ma in Europa il classicismo portò con sé il recupero di motivi greco-romani, come appunto l’uso del nome “Palestina” per designare la Terra Santa.

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Nel lungo e complesso periodo ottomano va citata la breve parentesi dello stato indipendente palestinese governato da Ẓāhir āl-ʿUmar, che nell’apice dello sviluppo territoriale (1774) si estendeva dal sud del Libano fino a Gaza. Nonostante ebbe vita breve e il suo territorio fosse nominalmente parte dell’impero ottomano, lo sceiccato retto da Ẓāhir rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per molti intellettuali palestinesi. Per vari motivi, tra cui la sua nascita dal basso, come forma di resistenza all’imperialismo e di aspirazione alla libertà; il suo carattere tollerante e di tutela delle minoranze, che ha incoraggiato flussi migratori da parte di cristiani ed ebrei; la gestione delle tensioni sociali, in cui gli incentivi al commercio furono accompagnati da una politica a sostegno dei contadini più poveri.

Il sangiaccato indipendente di Gerusalemme, 1915

Nella fase decadente dell’impero ottomano avvenne una riorganizzazione territoriale e amministrativa, culminata – nell’area qui esaminata – nell’istituzione del Sangiaccato di Gerusalemme, divenuto nel 1872 un’entità indipendente e separata dal vilayet (provincia) di Sham. Il reggente di questo “mutasarriflik” era responsabile direttamente nei confronti del governo centrale della Sublime Porta, e come ricorda Rashid Khalidi in “Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness“, era formato da cinque giurisdizioni: Gerusalemme, Giaffa, Gaza, Hebron, Beersheba. Si tornò a parlare così, non solo a livello culturale ma anche politico, di “Palestina” e di Gerusalemme come suo centro amministrativo. Come riportato da Zachary Foster in “The Origins of Modern Palestine in Ottoman Documents“, tra il 1911 e il 1912 Cevdet Bey, l’allora governatore del Mutasarrifato di Gerusalemme, scrisse una lettera al quotidiano “Filastin” definendosi “governatore della Palestina“. Nella seconda metà del 1800 i sangiaccati di Acri e Nablus furono temporaneamente soggetti all’influenza politica di Gerusalemme; nel 1888 però, con l’istituzione del vilayet di Beirut, questi due sangiaccati vennero compresi nel suo territorio.

Il celebre poster sionista di Franz Krausz, “Visit Palestine”

Dopo la Prima Guerra Mondiale, i territori palestinesi sotto il dominio dello sconfitto impero ottomano furono governati dal Regno Unito tra il 1920 e il 1948 con il nome di Mandato britannico della Palestina. Durante il Mandato il termine “palestinese” ha assunto a livello principale il significato di “abitante dei territori della Palestina storica”, senza alcun connotato etnico o religioso, comprendendo quindi anche ebrei e cristiani. La funzione principale del termine “Palestina” durante il Mandato era quello di favorire la nascita di un’identità comune tra arabi (musulmani, cristiani ed ebrei) e coloni sionisti. In questo senso vanno intesi, ad esempio, i celebri manifesti pubblicitari “Visit Palestine” commissionati nel 1936 al grafico austriaco Franz Krausz, aderente alla causa sionista, per incoraggiare gli ebrei a recarsi nella “Eretz Israel”. Negli anni ’30 fu inaugurato il Museo archeologico palestinese a Gerusalemme contenente reperti risalenti ad ogni fase storica del territorio, riassumendo l’intero patrimonio artistico e storico (dal neolitico all’età moderna, passando per gli antichi regni di Israele e di Giuda) sotto l’etichetta di “archeologia palestinese”. E ancora in questo contesto bisogna interpretare l’esistenza del Palestine Currency Board, incaricato di battere la moneta conosciuta come Palestine Pound, del passaporto palestinese, delle organizzazioni sportive, musicali e sindacaliste riportanti l’aggettivo “palestinese”.

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Queste sono solo alcune delle conseguenze pratiche della lettera scritta nel 1917 dall’allora ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour a Lord Rothschild, rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista. Un documento ufficiale, passato alla storia come “Dichiarazione Balfour“, atto a rendere manifeste le simpatie del governo nei confronti del sionismo. “Il governo di Sua Maestà”, si legge nella lettera, “vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”.

Pensando di porre le basi per un’identità condivisa, le forze di occupazione britanniche favorirono invece la polarizzazione dei nazionalismi. È il periodo degli attacchi dinamitardi da parte delle bande armate sioniste, degli attentati dei coloni contro le istituzioni britanniche, dei massacri di civili in attuazione del “piano Dalet” sionista, delle rappresaglie arabe e dei pogrom contro gli immigrati europei. Il 14 maggio 1948 venne dichiarata la nascita dello Stato di Israele. La storia che segue è ben nota, e con essa tutte le ignominie commesse negli ultimi sessant’anni. Ma considerare ciò che è stato può offrire gli strumenti per comprendere i contorni incerti del presente.