Tre mesi con i braccianti Sikh, nell’inferno del caporalato Il giornalista e sociologo Marco Omizzolo ha trascorso tre mesi da infiltrato tra i lavoratori punjabi del Pontino, nuovi schiavi invisibili che raccontano il volto oscuro dell'Italia

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Testo di Marco Omizzolo. Foto in copertina di Umberto Feola

Più di tre mesi trascorsi a lavorare nei campi agricoli della provincia di Latina con uomini obbligati a lavorare come schiavi. Tre mesi nell’inferno dei braccianti indiani che raccontano il volto oscuro dell’Italia. Un paese che nasconde parte di sé sotto le gonne del malaffare, espressione di un capitalismo baro, cinico, violento, spregiudicato e fondato sullo sfruttamento lavorativo, a volte in complicità con mafiosi di ogni genere e imprenditori sempre pronti a elogiare il potente di turno. Tre mesi dentro le serre pontine, compagno di lavoro di persone a cui nessuno chiedeva mai il nome. Uomini considerati solo strumenti per il profitto del padrone. Questa è la sintesi della mia esperienza di ricerca sociologica condotta sulla comunità punjabi in provincia di Latina e sul bracciantato agricolo, attività nella quale molti di loro sono impiegati.

Braccianti che dovevano obbedire, senza discutere. Uomini con le mani callose e sporche di terra, la schiena piegata per 10, 12 e a volte anche 14 ore al giorno per raccogliere pomodori, cocomeri, ravanelli o insalata. Il tutto per circa 20-30 euro al giorno. Accade ogni giorno nelle campagne del pontino. In provincia di Latina si contano circa 30mila punjabi, in prevalenza residenti nei Comuni costieri a spiccata vocazione agricola. Uomini, oggi sempre più anche donne, costretti a coltivare e a raccogliere gli ortaggi che poi prendono le autostrade della Grande distribuzione Organizzata, filiera sporca responsabile di tanta parte dello sfruttamento lavorativo, per finire nei piatti dei cittadini-consumatori di tutta Europa. Sono lavoratori col turbante che ho imparato a conoscere, che ho intervistato a centinaia, che ho guardato negli occhi anche quando si inumidivano dicendomi che avevano sbagliato a venire in Italia. Pensavano al nostro paese come una grande occasione di riscatto sociale ed economico per sé e la propria famiglia, l’opportunità di vivere “all’occidentale”, di vedere il mondo che gli avevano raccontato amici e parenti. E invece si sono trovati a lavorare piegati nei campi agricoli per poche centinaia di euro al mese sotto lo sguardo vigile del caporale o del padrone di turno e a dire sempre “sì capo”.

Bella Farnìa, prima della giornata in serra (foto di M. Omizzolo)

Bella Farnìa, prima della giornata in serra (foto di M. Omizzolo)

Partivo ogni mattina in bicicletta con un gruppo di braccianti indiani da Bella Farnia, piccolo residence vicino Sabaudia, per arrivare nel campo agricolo indicatoci dal caporale. Per ore a raccogliere fiori di zucca o cocomeri, sperando che nessuno dei miei compagni pronunciasse il mio nome italiano. Ero lì, sulla mia terra, per osservare le modalità del reclutamento, dell’intermediazione illecita (caporalato), ascoltare le parole dei lavoratori, fare la loro stessa fatica, guardare il datore di lavoro e poi provare a studiare il tutto, con gli occhi del sociologo e l’indignazione dell’essere umano, cercando di non smettere mai di restare umano. E ho osservato datori di lavoro pretendere dai lavoratori di essere chiamati padrone, obbligare i braccianti indiani a fare tre passi indietro e ad abbassare la testa prima di rivolgersi al capo italiano. Ho visto braccianti indiani lavorare tutti i giorni della settimana per un mese intero ed essere pagati appena 400 euro. Ed io con loro. Ho parlato con lavoratori indiani che dopo aver lavorato per settimane senza sosta e aver chiesto un giorno di riposo sono stati allontanati, licenziati, cacciati con ignominia. Ho intervistato i braccianti aggrediti e rapinati del mensile faticosamente guadagnato da bande di criminali italiani. Gli indiani mi spiegavano che denunciare è inutile. Non conoscono i nomi degli aggressori e anche quando ne vengono a conoscenza non si permetterebbero mai di farli alla polizia, perché spesso sono i figli o gli amici del padrone o i propri compagni di lavoro italiani. Meglio stare in silenzio dunque, che denunciare e perdere il lavoro. Ho incontrato lavoratori indiani che hanno subito spedizioni punitive solo per aver chiesto il riconoscimento di un giusto salario, come Hardeep, che dei giovani italiani in auto tentarono di investire mentre tornava con la sua bicicletta verso casa al termine di una faticosissima giornata di lavoro. Oppure Sarbjeet che sfuggì per poco al tentativo che dei delinquenti fecero di tramutarlo in una torcia umana, gettandogli addosso una tanica di benzina. O ancora Lathi, al quale ruppero entrambe le gambe. Per non parlare di tutti quei lavoratori indiani (ma anche rumene, bangladesi e a volte anche italiani) investiti per strada mentre si recano o tornano dal campo di lavoro e lì abbandonati. E poi gli incidenti sul lavoro mai denunciati. Le percosse e le violenze subite da chi osa alzare la testa e il silenzio costante delle istituzioni, che sollecitate sul tema, rispondono sempre che si tratta solo di casi isolati. I padroni hanno molti soldi, pagano campagne elettorali, spostano migliaia di voti. Meglio scegliere con attenzione i propri avversari politici. Meglio stare dalla parte del più forte che di coloro che non votano, non parlano italiano e non si ribellano. E così la politica pontina discute poco di questo tema. Il silenzio, loro pensano, paga e molto.

È lo stesso silenzio che fino a poco tempo fa copriva le urla di chi denunciava il radicamento delle mafie nel pontino, dei killer di camorra e delle loro relazioni con l’economia e la politica pontina. Mafie e sfruttamento lavorativo, riciclo del denaro e truffe, violenza e silenzi. Gli indiani piegati nei campi a lavorare come schiavi, i padroni a volte servi dei mafiosi a contare soldi, mentre tutto intorno il silenzio assordante di quasi tutte le istituzioni. Solo la Questura di Latina di recente si è svegliata e con coraggio ha iniziato ad ascoltare le nostre denunce. E allora continuiamo a denunciare, a raccontare e a vivere stando dalla parte degli schiavi di questo capitalismo. O almeno ci proviamo consapevoli che non si tratta di episodi isolati, di casualità, ma della manifestazione di una particolare e sempre più diffusa organizzazione del lavoro e poi sociale che comprende padroni e schiavi coinvolti in rapporto di dipendenza, coi primi che comandano e i secondi che obbediscono. Mancano le catene, per il resto la condizione di servo o di schiavo è drammaticamente evidente. Così nasce il sistema pontino di reclutamento e sfruttamento della manodopera bracciantile straniera, indiana in particolare, nei campi agricoli. L’espressione più truce di un capitalismo globalizzato, senza più remore e coscienza. Gli indiani vengono sfruttati e non denunciano, i padroni sfruttano e tacciono, il sindacato, soprattutto la Cgil, fa quel che può, le mafie proliferano, i cittadini fanno finta di nulla.

Le storie dei braccianti punjabi pontini sono state raccontate più volte da In Migrazione (www.inmigrazione.it) con articoli, dossier e documentari. Un impegno costante dedicato a chi spesso non riesce ad esprimere la propria rabbia. I nuovi schiavisti si fanno chiamare imprenditori. Sono invece solo sfruttatori, espressione di un capitalismo che pare vincente ma che è invece fragilissimo e sull’orlo costante della crisi.

Dopo le nostre denunce, avendo avuto accanto sempre la Cgil, sono iniziate le reazioni. Intimidazioni, violenze, provocazioni, peraltro sempre denunciate. Ma anche i primi arresti di imprenditori e faccendieri, i sequestri di alcune aziende agricole, le denunce contro i primi caporali, a volte anche indiani, le inchieste di Medici senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, di Amnesty International. Una grande coalizione di donne e uomini che con coraggio hanno raccolto le testimonianze dei braccianti indiani e hanno analizzato, studiato e raccontato un inferno invisibile solo agli occhi di chi vuole essere distratto.

Il lavoro nelle serre, sette giorni su sette e senza alcuna tutela (foto: M. Omizzolo)

Il lavoro nelle serre, sette giorni su sette e senza alcuna tutela (foto di U. Feola)

Molti i casi inquietanti. Forse due su tutti meritano di essere raccontati. Il primo riguarda l’uso di sostanze dopanti da parte dei braccianti indiani per sopportare le fatiche fisiche e psicologiche subite nei campi agricoli. Vendita nei campi e assunzione di sostanze nocive che avveniva e avviene ancora con la complicità colpevole del padrone di turno. Alcuni braccianti, infatti, assumono metanfetamine, antispastici e oppio per riuscire a soddisfare gli ordini del padrone che esige sempre di più. Se hai 50 anni non puoi lavorare per 12 ore al giorno tutti i giorni senza sosta. Ma non puoi permetterti neanche di perdere quel lavoro. E allora ti dopi. Prendi oppio, magari con vergogna e di nascosto come mi è capitato più volte di vedere, perché hai ancora uno o due ettari di carote da raccogliere e sei così stanco che non riesci quasi a restare in piedi. Il dossier di In Migrazione, Doparsi per lavorare come schiavi (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/2014—doparsi-per-lavorare-come-schiavi) ha riportato le prime testimonianze dai braccianti indiani che raccontano il loro inferno fatto di sostanze dopanti, fatica, sfruttamento e ancora pochissimi soldi, mentre il saggio contenuto nella collettanea Migranti e territori analizza questo fenomeno con maggiore precisione e lo confronta con la storia del bracciantato agricolo italiano della prima metà del Novecento. Dei circa 9 euro l’ora di lavoro previsti dal contratto provinciale al lavoratore ne arrivano solo tre o quattro. Il resto rimane nelle tasche del padrone, che li spartisce con il commercialista di turno, artefice anch’egli dello sfruttamento lavorativo e con lui tutti quei professionisti che consentono al padrone di evitare i controlli amministrativi e ispettivi, mimetizzandosi tra le pieghe del sistema ufficiale. Questo è il capitalismo globale? Le riforme del lavoro vanno sempre in questa direzione. Aiutano il padrone, riconoscendogli un ruolo sociale che non merita, sbilanciando i rapporti di potere a suo vantaggio e contribuendo a rendere il lavoratore ancora più dipendente dalla sua volontà. Ciò vale anche per le ultime riforme, Jobs Act compreso. Si mortificano i diritti dei lavoratori, la loro capacità di autodeterminare la propria condizione economica e sociale, di lottare per i propri diritti, di rappresentanza e si rende muta la dialettica propria del rapporto tra capitale e lavoro. Di Vittorio reagirebbe portando milioni di lavoratori, braccianti e operai, in piazza. Darebbe loro la voce che oggi non hanno. Noi, senza dubbio, facciamo ancora troppo poco.

Il secondo caso riguarda quello di un lavoratore indiano che dopo aver lavorato per circa tre anni per una retribuzione di circa 400 euro al mese decise di rivolgersi proprio a In Migrazione, per cercare di avere giustizia. Dopo aver sporto denuncia, a distanza di due anni, si attende ancora la prima udienza. Nel mentre quel lavoratore, dalla lunga barba e col turbante, è stato allontanato dal suo ex datore di lavoro e costretto, insieme ai due testimoni faticosamente trovati, a cercare lavoro fuori regione. Questa è la giustizia italiana. Le sue inefficienze nascondo ingiustizie che colpiscono ancora i più deboli e scavano un fossato quasi invalicabile tra poveri e ricchi.

Intanto gli studi, le interviste, le indagini continuano. Siamo stati ascoltati dalla Commissione antimafia del Parlamento italiano, ci siamo costituiti come parte civile nel primo processo contro un imprenditore agricolo fondano accusato dai suoi stessi lavoratori indiani di truffa documentale e sfruttamento. Abbiamo avviato il primo sportello legalità con il progetto Bella Farnia finanziato dalla Regione Lazio e Arsial, e durato solo sei mesi ma capace di determinare alcune svolte fondamentali. In sole sei mesi, infatti, abbiamo organizzato un corso di italiano per circa 20 persone, fatto più di 80 consulente legali gratuite a lavoratori che sino ad allora avevano conosciuto solo le pratiche dello sfruttamento e la rabbia strumentale del padrone. Di queste ben 15 sono diventate vere e proprie vertenze giudiziarie dalle quali ci aspettiamo un minimo di giustizia. Una buona pratica, in sostanza, riconosciuta anche dal CNR e da alcuni importanti giornali tedeschi, che meriterebbe di continuare ad operare per saldare un nuovo patto, ancora fragile, tra la comunità punjabi pontina e gli italiani onesti. Proprio nel pontino è nata la proposta di introdurre, dopo averlo aggiornato, il reato di caporalato nel 416bis (associazione mafiosa) così consentendo il sequestro e poi la confisca delle aziende che praticano la riduzione in schiavitù dei lavoratori. Ma non basta. Bisogna rimettere al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale, saper riconiugare tutto questo in chiave moderna includendo nella battaglia gli imprenditori onesti e capaci, sconfiggere malaffare, mafie e le norme e prassi peggiori della Grande distribuzione Organizzata. Proprio nel Sud pontino esiste il Mercato ortofrutticolo di Fondi, già al centro delle cronache giudiziarie italiane per la presenza di clan mafiosi che in associazione lo utilizzavano per i propri loschi affari. Nella battaglia per i diritti dei lavoratori della terra rientra la lotta contro le mafie dunque, e la liberazione del Mof dal giogo degli interessi trasversali e dei traffici illeciti e leciti di mafiosi e sfruttatori che insieme strangolano parte dell’agricoltura pontina e nazionale.

Intanto ogni giorno nei campi agricoli pontini si ripete la pratica dello sfruttamento. Coi caporali che lucrano, i padroni che speculano, i lavoratori che si dopano e a volte muoiono di fatica, i commercialisti e alcuni consulenti del lavoro che riempiono di soldi le loro casseforti. Il sistema agromafioso così descritto va sconfitto quanto prima sul piano culturale, economico e giudiziario. Sapremo presto se esiste questa volontà politica o meno. Sapremo presto se anche questo governo sta coi padroni o coi lavoratori. Una via di mezzo, stante la situazione di fatto, non esiste, se non al costo di accettare una mediocre e ipocrita posizione mediana che vuole tenere tutto e tutti insieme per puro calcolo di convenienza politica. A noi non resta che continuare ad ascoltare i lavoratori, le loro storie, le aspettative di vita, i loro progetti e a denunciare, con cognizione di causa e coraggio, quanti sulle spalle piegate dei braccianti indiani hanno costruito le loro fortune, facendosi chiamare padroni e obbligando gli indiani ad abbassare la testa. Abbassare la testa poi chissà ancora per quanto tempo.

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