Vita da profughi kosovari, 18 anni dopo Nel campo di Konik, in Montenegro, 4000 rifugiati convivono con gli effetti della guerra, che continuano a farsi sentire

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Testo e foto di Michele Pasquale

Il campo profughi situato nel quartiere Konik di Podgorica, Montenegro, non è facilmente visitabile. Si concordano con largo anticipo una o più giornate di visita con la Croce Rossa locale, è necessario essere introdotti all’interno da un operatore, non si possono ritrarre persone e situazioni senza esplicito consenso. Diviso in due parti principali, ospita circa 4000 rifugiati – in maggioranza rom ed egiziani – arrivati dopo la guerra in Kosovo del 1999.

Nella sezione denominata Konik 1 si è arrivati gradualmente da 58 baracche ospitanti 1000 persone a nuovi edifici in muratura. «Da quel momento le cose sono iniziate a cambiare: oggi tutti pagano le loro bollette, non si allacciano più illegalmente alla rete pubblica. Sono stati avviati lavori per regolare la pressione della rete idrica che ha causato diversi allagamenti nei settori A, B, C. Dal 1999 sono stati avviati molti progetti che hanno migliorato la situazione generale, ma è cresciuto anche l’interesse della popolazione locale per la comunità gitana così come la cittadinanza attiva», spiega Irma, la guida del campo.

I nuovi edifici, dotati di elettricità ed acqua potabile, appartengono alla municipalità di Podgorica, che li mette a disposizione per un piccolo affitto simbolico regolato da una legge statale: dagli 8 ai 20 euro per famiglia. Oggi solo 21 famiglie si trovano nel vecchio campo profughi. Una piccola parte ha già iniziato le procedure legali per il ritorno a Pristina o verso nuove opportunità in Germania e Austria: un’iniziativa guidata dal Ministero degli Interni montenegrino, che ha provveduto a fornire nuove carte d’identità perdute durante il conflitto e gli spostamenti.

Ciò è parte di un più ampio progetto, frutto della collaborazione tra il terzo ed il secondo stato più giovane del mondo: il Montenegro ed il Kosovo (Protettorato Internazionale). Il tentativo è assicurare alla comunità rom gli stessi diritti alla salute, all’educazione e al lavoro della popolazione locale (tranne la possibilità di votare, riservata ai cittadini); chi riceve una nuova carta d’identità ha accesso alle misure di social welfare e può ottenere una posizione lavorativa. Irma riferisce che tutte le famiglie provengono dal Kosovo, ma da diverse municipalità; tra di esse v’è una diffusa gelosia tra chi ha ricevuto maggiori aiuti rispetto ad altri, o chi ancora ne deve ricevere, su base temporali e criteri ben precisi: «perché loro e non noi?». Dopo un grande incendio di alcuni anni fa, il campo più vicino alla discarica cittadina ha, di fatto, ricevuto maggiori aiuti da ONG internazionali, acuendo invidie e rancori irrisolti dai tempi del conflitto.

Attività

La Croce Rossa montenegrina ed italiana gestiscono diverse attività legate allo sviluppo sociale del campo. Tra questi, un progetto educativo per i giovanissimi nelle scuole statali di Podgorica prevede un kindergarten per bimbi dai 3 ai 5 anni, con insegnanti specializzati, corsi di lingua inglese ed attività extra-scolastiche. «I rapporti con la popolazione locale sono stati prima difficili, a causa di numerosi pregiudizi. Oggi si è arrivati ad organizzare uscite per attività all’aperto organizzati da e per i giovani, come il rafting nel Canyon Tara, insieme a numerosi progetti per impiegare persone», continua Irma. «Alcuni degli uomini del campo hanno iniziato a trovare lavoro nell’agenzia di pulizia cittadina, altri nelle costruzioni o, in generale, lavori fisici, di fatica. Ovviamente, alcuni portano avanti anche alcune attività “non specificate” per arrotondare».

Il Family Center è un’altra iniziativa di grande successo che da quasi 13 anni si rivolge principalmente alle donne gitane, dandole la possibilità d’essere maggiormente coinvolte e confrontarsi nelle relazioni pubbliche e tra famiglie, immerse in una società che, spesso, non accetta il loro modello culturale tradizionale. In particolare, i matrimoni precoci a 14/15 anni, che portano all’abbandono scolastico e ad avere figli in giovane età; la richiesta dell’elemosina per le strade, definita incautamente «una nostra tradizione secolare che ci permette di sopravvivere»; ma anche «la musica, la danza, il canto, i sorrisi», internazionalmente celebrati ogni 8 aprile durante l’«International Roma Day», per i quali non mancano mai «scontri per decidere quali gruppi musicali dovranno esibirsi». La difficile integrazione della popolazione gitana ed i numerosi pregiudizi s’accompagnano a problemi reali: in primis, la vicinanza del campo alla discarica cittadina, un grande prato colmo di rifiuti domestici ed industriali in cui si aggirano i giovani della comunità alla ricerca di materiale da riciclare o rivendere, spesso usato per costruire nuove baracche; il cronico stato di povertà delle famiglie e la cattiva gestione delle risorse offerte; la macellazione degli animali da cortile direttamente fuori dalle case, con relativi rischi epidemici derivanti dalle carcasse abbandonate.

Visita

Camminando per il campo s’incrociano inizialmente gli sguardi sospettosi delle donne adulte e quello di sfida dei teenagers, in contrasto con l’entusiasmo dei bambini, capace d’aprire le porte del dialogo tra le parti. Sono proprio quest’ultimi che Edwin, 54 anni, 10 figli e due mogli, ha fatto intervenire perché vorrebbe chiacchierare, fare una foto, rilasciare un’intervista. Sembra essere un membro influente, desideroso di dare una sapiente, selezionata immagine di sé. Parla piuttosto bene l’italiano, spiega d’avere famiglia tra Brescia e Verona: la sua prima moglie è lombarda, una relazione iniziata e finita da molto giovane. «Oggi lei fa la parrucchiera, nostro figlio è calciatore; quest’ultimo vorrebbe vivere con i suoi numerosi fratelli ma la madre preferisce che resti in Italia». Sul tavolo si trovano gli avanzi della cena precedente, «per la precisione 4 capre macellate», riferisce orgoglioso; uno dei suoi figli, visibilmente ubriaco, viene trascinato via dai famigliari, ma nessuno pare sconvolto dall’avvenimento. I bambini si mantengono a distanza, silenziosi, mentre la sua seconda moglie kosovara, con la quale vive oggi, attende istruzioni: le prime indicazioni sono di prendere immediatamente i documenti dimostranti i venti mesi di lavoro in Svezia, con tanto di tessera dell’Ufficio Immigrazione, le carte del suo servizio militare obbligatorio in Kosovo e l’attuale occupazione come factotum in una famosa discoteca della Costa Adriatica.

Edwin tiene a precisare che la sua posizione è regolare, non ha nessun problema, di qualunque tipo, e che possiede una grossa casa di proprietà ma che aspetta un’altra abitazione costruita con gli aiuti della Comunità Europea. Dopo aver fatto una foto con una piccola parte dei presenti, selezionati da lui medesimo, si continua il tour all’interno del campo. Il ghiaccio è ormai rotto, all’indifferenza si sostituisce l’insistenza dei teenagers che chiedono d’essere immortalati in pose riprese da qualche giornale o viste alla TV. I giovanissimi imitano i calciatori più famosi, le adolescenti, già promesse spose, abbozzano goffe pose da riviste di moda.

Si avvicina cautamente una donna che dice d’avere 41 anni e d’esser sola con 4 figli da mantenere in una casa di 41 m.q. Domanda «cosa dovrebbe fare per sopravvivere a quelle condizioni». Non parla inglese, è Irma a fare da interprete. Nel campo si parlano almeno quattro lingue: il serbo-creato e lo crnogorski ovvero montenegrino (distinzione di colore politico più che linguistica), l’albanese, la variante della lingua gitana di questa comunità rom e, poco, l’inglese. A differenza di Edwin questa donna, seppur coraggiosa e capace di superare i numerosi timori dell’esporre la propria opinione parlando un po’ di albanese e montenegrino, è destinata a rimanere nell’ombra a causa della rigida ineguaglianza di genere che vige all’interno della sua comunità. A ruota, un uomo di 75 anni riferisce testualmente che «sempre, tre volte al giorno, lavo la mia casa», forse credendo si tratti di un rischioso “controllo a sorpresa”.

Uno degli aspetti più comuni tra i rom è la richiesta d’elemosina, principalmente praticata dai giovani. «Se durante i matrimoni si usano molti soldi e se ne ricevono molti dalle doti, perché si costringono i bambini a chiedere soldi per strada?», traduce Irma, «per noi è il solo modo di sopravvivere, ed è meglio che rubare. A causa delle violenze famigliari molti ragazzi scappano di casa. Le risorse vengono sperperate dai padri e molte donne vengono picchiate perché il marito non ha soldi, spesi per ubriacarsi. Tuttavia, le donne rimangono a casa per prendersi cura dei propri figli. Oggi ci sono meno esempi rispetto al passato, ma è una pratica che continua. Le giovani madri con bambini, meglio se disabili, sono quelle che guadagnano di più con l’elemosina perché fanno pena e provocano empatia tra i passanti», risponde una madre. Subito dopo Irma indica una ragazzina di diciassette anni, già senza denti e dimostrante almeno due volte la sua età, la quale «ha già alle spalle due mariti ed un figlio, per cui ha lasciato la scuola tempo fa».

Negli ultimi anni si registra tuttavia una chiara tendenza al cambiamento: molti maschi adolescenti partecipano a workshop pubblici in associazione con la Croce Rossa ed il centro culturale statunitense “American Corner”, hanno tutti una ragazza ma non intendono ancora sposarsi, dicono di non essere costretti a rubare e non chiedono l’elemosina, vanno al cinema e partecipano alla vita sociale. Seppur, in alcuni casi, vengano ancora derisi o si sentano discriminati. «C’è droga nel campo?», chiede astutamente Irma, «Non più che in altri posti in città», rispondono ancor più sagacemente i ragazzi. «Tra di noi alcuni sono buoni studenti, alcuni s’arrangiano, altri fanno le stagioni estive sulla costa. Ma è difficile trovare lavoro, in generale. Alcuni fanno qualche soldo con oggetti artigianali poi rivenduti». Sui matrimoni in giovane età la questione è aperta: «Dipende dalla famiglia: per alcuni padri avere figli è un modo per guadagnare dalle doti matrimoniali, dunque v’è molta pressione per farli sposare presto, ma per me non è stato così…», spiega una donna di 41 anni, che ha avuto la prima figlia a 16 anni, ora ventenne non ancora sposata. «I giovani amano fare sesso, ed una ragazza che è andata con molti uomini non troverà marito facilmente: per alcuni questa è la soluzione e la scusa per farle sposare il prima possibile. Alcuni padri hanno venduto letteralmente le proprie figlie per fissare un matrimonio: per esempio, si può arrivare anche a 7000 euro per sposare un ragazzo gitano che vive in Italia. Ciò porta buoni soldi alla famiglia.»

L’interessante e difficile indagine, confronto e scontro tra visioni del mondo, si chiude quasi con un chiasmo, ingenuo a tratti malizioso, cristallino ma incoerente, auto-identificazione e confronto con la comunità locale: «Siamo come gli altri. La differenza sono i soldi, non avere un lavoro né un documento di identità. Come si vive? Alcuni puliscono le strade e fanno lavori nel sociale, o raccolgono l’immondizia per riciclarla legalmente. Altri, chiaramente, si muovono nell’illegalità: parti di auto rubate e rivendute, cellulari, per esempio, sono un buon affare. Siamo come gli altri…no?».


Michele Pasquale, laureatosi presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi in antropologia visiva ed etnologia dell’Africa, ha fatto ricerca e creato foto-reportage negli Stati Uniti, in Rwanda, Brasile, Guinea Conakry, Senegal, Indonesia, Colombia, Mongolia, Balcani Occidentali.


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