Orfani di Bauman, la vita dopo Zygmunt Tre mesi fa ci lasciava uno dei filosofi che meglio hanno spiegato postmodernità e quel "puzzle difettoso" che è l'identità

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di Bartolomeo Bellanova*

In qualche misura e forse anche senza esserne pienamente consapevoli, siamo tutti orfani di Zygmunt Bauman, scomparso a Leeds, dove viveva e insegnava da tempo, il 9 gennaio ’17 all’età di 91 anni. Bauman, lucidissimo sociologo e filosofo, nasce a Poznan il 19 novembre 1925. La sua vita attraversa la storia del secolo scorso come quella degli ormai pochi sopravvissuti ad eventi sconvolgenti per l’umanità. Di genitori ebrei, Bauman fugge ragazzo nella zona di occupazione sovietica dopo l’invasione nazista della Polonia nel 1939 e si arruola nell’esercito sovietico. Dopo la guerra inizia a studiare sociologia all’Università di Varsavia e a pubblicare in diverse riviste di elevata diffusione non solo nell’ambito universitario. Passati anni di sostanziale stabilità, nel 1968 Bauman perde la cattedra universitaria a causa della ripresa in Polonia dell’antisemitismo in chiave di lotta politica interna ed emigra dapprima in Israele dove insegna all’Università di Tel Aviv. Successivamente accetta una cattedra di sociologia all’Università di Leeds, dove dal 1971 al 1990 è stato professore.

Le sue idee espresse in modo limpido e con la grande originalità delle menti nuove e migliori, hanno influenzato a partire dal finire degli anni ottanta, i successivi studi e dibattiti internazionali grazie, in particolare, ai suoi studi relativi al rapporto tra cultura della modernità e totalitarismo, sulla ripetitività della Shoah a causa delle regole economiche ed efficientiste della nostra organizzazione sociale e sulla ormai notissima espressione, usata e abusata, di “modernità liquida”  ad indicare il processo di “fluidificazione” della società e delle sue strutture.

In questi appunti mi soffermo su alcuni tasselli di riflessione tratti da “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone” (Roma GLF editori Laterza,  1999).  Nella nostra società i concetti di luoghi, confini e identità sono in continua trasformazione e abbandonano la staticità della loro forma solida per adattarsi, come i liquidi alla forma del contenitore che li contiene.

Col termine “globalizzazione”, diffusissimo delle tv ai discorsi da bar, che viene usato per descrivere quella serie di trasformazioni che riguardano le attuali società nei loro aspetti economici, sociali, culturali ecc … La globalizzazione, scrive Bauman nel libro citato: divide quanto unisce; divide mentre unisce, e le cause della divisione sono le stesse che, dall’altro lato, promuovono l’uniformità del globo. In parallelo al processo emergente di una scala planetaria per l’economia, la finanza, il commercio e l’informazione, viene messo in moto un altro processo, che impone dei vincoli spaziali, quello che chiamiamo «localizzazione»”.

Quindi per alcuni processi sociali e individui “globalizzazione” è sinonimo di libero accesso alla dimensione globale, mentre, contemporaneamente, ad altri impone vincoli spaziali relegandoli alla dimensione locale e marginale dell’insignificanza.  “La mobilità assurge al rango più elevato tra i valori che danno prestigio e la stessa libertà di movimento, da sempre una merce scarsa e distribuita in maniera ineguale, diventa rapidamente il principale fattore di stratificazione sociale dei nostri tempi, che possiamo definire tardo-moderni o postmoderni”.

Il movimento è comune a tutti nel mondo, cambia l’ampiezza della sua possibile dimensione: la libertà da vincoli contraddistingue chi vive in una dimensione “globale”, la costrizione data da molteplici fattori identifica chi, al contrario, vive in una dimensione “locale”, che, in questa accezione, diviene sinonimo di limitatezza e inferiorità in quanto il controllo degli eventi e dello spazio non è più in mano a soggetti della realtà locale ma dipende dalla dimensione globale. “Gli spazi di interesse pubblico sfuggono all’ambito della vita per così dire «localizzata», gli stessi luoghi stanno perdendo la loro capacità di generare e di imporre significati all’esistenza; e dipendono in misura crescente dai significati che vengono loro attribuiti e da interpretazioni che non possono in alcun modo controllare […]. I centri nei quali vengono prodotti i significati e i valori sono oggi extraterritoriali e avulsi da vincoli locali – mentre non lo è la stessa condizione umana che a tali valori e significati deve dar forma e senso”.

L’esempio più eclatante di tutto ciò è dato dalla realtà delle imprese globali, dalle multinazionali della finanzia piuttosto che della chimica, nelle quali le decisioni non dipendono da fattori ed esigenze delle comunità locali, lavoratori in primis, ma dipendono totalmente dalle scelte di investitori che si trovano spesso a migliaia di chilometri di distanza dai luoghi fisici che subiranno sul proprio tessuto umano e sociale tali decisioni con pressoché nulla possibilità di modificarle.

Questo processo che porta a un progressivo distacco dei luoghi dal loro significato viene definito da Bauman “la grande guerra d’indipendenza dallo spazio”, “una guerra durante la quale i centri decisionali, insieme alle motivazioni stesse che determinano le decisioni, gli uni e le altre ormai liberi da legami territoriali, hanno preso a distaccarsi, in forma continua e inesorabile, dai vincoli imposti dai processi di localizzazione”.  La facilità con cui i capitali si spostano liberamente da una parte all’altra del pianeta, aumentata negli ultimi trent’anni con la rivoluzione digitale che trasferisce milioni di euro con un semplice click, sta progressivamente staccando il potere dalla dimensioni territoriale. “[…] sono svaniti i doveri nei confronti non solo dei dipendenti, ma dei giovani e dei più deboli, delle generazioni che verranno e delle condizioni stesse che assicurano la vita a tutti noi; per dirla in breve, tutto ciò significa libertà dal dovere di contribuire alla vita quotidiana e al perpetuarsi della comunità civile”.

La conseguenza del processo di globalizzazione analizzato è quella della ridistribuzione “di privilegi e privazioni di privilegi, ricchezze e povertà, risorse e impotenza, potere e mancanza di potere, libertà e vincoli”. Anziché mettere gli uomini davanti alle stesse possibilità di un mondo ormai “villaggio globale”, la globalizzazione ha accentuato la polarizzazione delle ricchezze in poche mani e massimizzato la povertà della maggior parte della popolazione mondiale.

La mobilità intacca anche il concetto di “distanza”, che è percepita con grandi differenze nelle diverse epoche storiche a seconda della velocità e delle modalità di viaggio nello “spazio”.  Con gli attuali mezzi di comunicazione e le attuali tecnologie, internet e la rete globale, il fattore “mobilità” riguarda, non solo persone e cose, ma anche l’intero mondo dell’informazione che perde, in molte situazioni, la necessità di movimento di persone, divenendo indipendente dai “vettori corporei” dell’informazione stessa.  Anche le classiche opposizioni tra “vicino/lontano”, “dentro/fuori”, “qui / là”  spostano la loro demarcazione con la nuova percezione che abbiamo dello spazio e del tempo. “Vicino, a tiro è in primo luogo quanto è usuale, familiare e noto, quasi ovvio”, mentre lontano “è lo spazio nel quale si entra assai di rado, nel quale accadono cose imprevedibili o incomprensibili, alle quali non si sa come reagire; uno spazio che racchiude cose sconosciute, dalle quali non sappiamo cosa aspettarci e per le quali non sentiamo il dovere di preoccuparci”.

Questa nuova mobilità conferisce al potere un’illimitata possibilità di movimento, “estraneo al mondo fisico”, libero da vincoli territoriali, da cui il concetto baumiano di “incorporeità del potere”.  Gli spazi pubblici di riunione di una comunità sono sempre più scarsi, sostituiti da spazi posticci creati appositamente per il consumo (centri commerciali, outlet, small). Viene così a mancare lo spazio per un confronto costruttivo e, progressivamente, le comunità appassiscono in modo irreversibile. “Lungi dall’essere terreno di coltura dello spirito comunitario, le popolazioni locali sono piuttosto accozzaglie di entità prive di legami reciproci”.  Le persone che si trovano gomito a gomito accomunate dal rito del consumo condividono semplicemente uno spazio territoriale, ma legami di altri tipo non sopravvivono. Tutto ciò porta alla condizione di sempre maggior isolamento dell’individuo, volontaria o subita. “Le elites hanno prescelto l’isolamento e, per ottenerlo, pagano generosamente e volentieri. Il resto della popolazione si trova tagliata fuori e costretta a pagare l’alto prezzo culturale, psicologico e politico del nuovo isolamento in cui è caduta. Quanti non hanno i  mezzi per scegliere di stare separati e di pagare i costi di servizi di sicurezza, si trovano a vivere gli aspetti passivi di questo fenomeno attuale”.  Venendo meno la possibilità di un reale incontro viene meno per gli individui costretti all’immobilità nel proprio spazio fisico, la capacità di affrontare il contatto con la diversità. “L’esigenza di garantirsi la sicurezza tende a esacerbarsi in assenza di vicini che la pensino diversamente, agiscano diversamente e abbiano un aspetto diverso. L’uniformità nutre in conformismo e l’altra faccia del conformismo è l’intolleranza. In una località di situazione omogenee è estremamente difficile acquisire quelle capacità del carattere e quelle abilità pratiche necessarie per affrontare le diversità e le incertezze”.  Bauman ci fornisce un’importante chiave di lettura per analizzare i recenti episodi di intolleranza e odio verso l’arrivo di migranti in tanti paesi della provincia italiana: se le persone non hanno la possibilità di entrare in contatto con la diversità o vi entrano in contatto soltanto attraverso quanto viene passato loro da messaggi faziosi e interessati, sono incapaci di affrontarla, se non alimentando diffidenza e razzismo.

Le condizione di isolamento e d’impotenza dell’individuo generano e alimentano di giorno in giorno il clima di insicurezza. I  muri un tempo costruiti attorno alla città, ora l’attraversano in una pluralità di direzioni sostituendo la funzione di difesa della comunità stessa con quella di difesa del proprio spazio personale. “Non lo star insieme, ma l’evitarsi e lo star separati sono diventate le principali strategie per sopravvivere nelle megalopoli contemporanee. Non è più questione di amare o odiare il prossimo: tenere il prossimo a distanza risolve il dilemma e rende superflua la scelta; elimina le occasioni nelle quali bisogna scegliere tra amore e odio”.

Gli stessi concetti vengono ripresi ed approfonditi in “Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido” (traduzione di Savino D’Amico, Roma; GLF Laterza – 2008) dove Bauman introduce la creazione, all’interno delle città moderne, dei cosiddetti “spazi d’interdizione”, il cui scopo “è esplicitamente quello di dividere, segregare ed escludere, non di costruire ponti, facili passaggi e luoghi d’incontro, o di facilitare la comunicazione e avvicinare in altri modi gli abitanti delle città”.  Per effetto di questa separazione sorgono due forme diverse di reclusione: i “ghetti urbani volontari” e “quelli involontari”, come li definisce Bauman. “Residenti privi di mezzi, e per ciò stesso considerati dagli altri residenti come potenziali minacce alla loro incolumità, vengono di solito costretti ad abbandonare le zone più accoglienti e piacevoli della città, e ad ammassarsi in quartieri separati, simili a ghetti. I residenti che se lo possono permettere comprano casa in quartieri separati di loro gusto, anche questi simili a ghetti, e impediscono a tutti gli altri di stabilirvisi; come se non bastasse, fanno tutto quello che possono per disconnettere il proprio mondo della vita da quelli degli altri abitanti”.

Le situazioni create dai fenomeni evidenziati portano conseguenze non soltanto sugli individui, ma anche sui governi e stati nazionali, la cui capacità di agire concretamente nelle proprie competenze viene intaccata da forze esterne “transazionali”.  Lo stato moderno era caratterizzato dal possesso dei mezzi e dalla capacità di imporre ordine nel proprio territorio e di farlo rispettare, possedendo le risorse economiche, militari, giuridiche e culturali per esercitare e conservare la sovranità entro i propri confini fisici.  Con la progressiva affermazione della “globalizzazione” viene meno, in primis, la capacità dello stato-nazione di intervenire in modo autonomo sulle leve economico – finanziarie  che si muovono autonomamente guidate dal mercato globale e dagli interessi degli investitori.  Restano allo stato le funzioni di controllo, sorveglianza e sicurezza all’interno del proprio territorio, ma l’economia “sfugge progressivamente al controllo politico”.

All’individuo post moderno la società post moderna assegna un compito ben preciso: quello del consumatore in modo diverso rispetto a quanto avvenuto anche in precedenza. E’ importante che l’individuo non arrivi mai al soddisfacimento completo dei propri bisogni: “E’ solo la volatilità, l’intrinseca temporaneità di qualsiasi impegno, a contare davvero; a contare di più degli impegni stessi, che comunque non possono durare più del tempo necessario a consumare gli oggetti del desiderio (o meglio del tempo sufficiente a far sì che tali oggetti non siano più desiderabili). […] Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l’eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima”.

La possibilità di diventare un consumatore dipende dal grado di mobilità  posseduto dal soggetto, “cioè dalla libertà di scegliere dove collocarsi”[...] Per gli abitanti del primo mondo – il mondo extraterritoriale, sempre più cosmopolita, degli uomini di affari globali, dei manager della cultura globale, degli accademici globali – i confini statali sono aperti, e sono smantellati per le merci, i capitali, la finanza. Per gli abitanti del secondo mondo, i muri rappresentati dai controlli all’immigrazione, dalle leggi sulla residenza, dalle «strade pulite» e dalla «nessuna tolleranza» dell’ordine pubblico, si fanno più spessi; si fanno più profondi i fossati che li separano dai luoghi dove aspirerebbero ad andare e dai sogni di redenzione, mentre tutti i ponti, appena provano ad attraversarli, si dimostrano ponti levatoi.”

La mobilità globale identifica due categorie distinte di soggetti in movimento: “i turisti” e “i vagabondi”: “I turisti stanno in un luogo o si muovono come vogliono. Abbandonano un porto quando nuove opportunità, non ancora sperimentate, chiamano altrove. I vagabondi sanno che non staranno a lungo in un posto, per quanto possa loro piacere, perché dovunque si fermino non sono accolti con entusiasmo. I turisti si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (globale) è irresistibilmente attraente, i vagabondi si muovono perché trovano che il mondo alla loro portata (locale) è inospitale, fino ai limiti della sopportazione. I turisti viaggiano perché lo vogliono; i vagabondi perché non hanno altra scelta sopportabile”. Nel mondo globale caratterizzato da incertezza e precarietà, le trasformazioni sono continue e l’appartenenza a uno piuttosto che all’altro dei due gruppi può mutare a causa di accidenti e incidenti improvvisi. Per questo motivo i turisti cercano di tenersi alla larga dai vagabondi temendone “il contagio”.

Separare e recintare spazi spegne, nel medio lungo termine, la capacità di interagire e di vivere insieme nella società: “Più a lungo le persone rimangono in un ambiente uniforme – in compagnia di altri «come loro» con i quali possono «socializzare» superficialmente e prosaicamente senza correre il rischio di fraintendersi e senza doversi barcamenare con la penosa necessità di tradurre fra universi di significato differenti – più è probabile che «disimparino» l’arte del negoziare significati condivisi e un piacevole modus cum-vivendi.”

La costruzione del “noi” al di qua del muro e del “loro” al difuori, ci conduce alla questione dell’identità affrontata da Bauman in “Intervista sull’identità” (a cura di Benedetto Vecchi, Roma – Laterza, 2005). In passato l’identità era un concetto monolitico che non poteva essere messo in discussione: la vita di ognuno percorreva binari delineati dal proprio ruolo sociale all’interno di una serie di binari paralleli con poche possibilità di venire in contatto con individui che quella stessa vita conducevano con modi di vivere e abitudini diverse. Sono stati i mutamenti globali delineati in precedenza a porre la nostra coscienza davanti alla questione “identità”, allentando i legami e le appartenenze. “Ci sono volute la lenta disintegrazione e l’affievolirsi della tenuta delle comunità locali, sommati alla rivoluzione dei trasporti, per spianare il terreno alla nascita dell’identità: come problema e, principalmente, come compito”.  Con l’affacciarsi di una maggiore libertà a tutti i livelli dell’individuo si manifesta la “scelta” della propria identità, che acquisisce senso “solo se tu sai di poter essere qualcosa di diverso da ciò che sei, ha senso solo se hai una scelta, e se cosa scegliere dipende da te; ha senso, cioè, solo se tu devi fare qualcosa per consolidare e rendere «reale» la scelta”.  Identità, allora, come sforzo per colmare vuoti in un crescendo che parte dalla famiglia, passando dalla comunità fino alle istituzioni.

Era infatti lo Stato nazionale che aveva contribuito in modo determinante a creare e a perpetrare nel tempo il concetto di “identità nazionale”, attraverso anche l’uso della propria forza coercitiva e d’amalgama. “Non fosse stato per il potere dello stato di definire, classificare, segregare, separare e selezionare, difficilmente l’aggregato di tradizioni locali, dialetti, leggi consuetudinarie e modi di vita, si sarebbe spontaneamente riforgiato in qualcosa di simile alla necessaria unità e coesione, che è il presupposto di una comunità nazionale”. Oggi l’appartenenza ad una cultura, ad una comunità o ad uno stato non è più univoca e immutabile; l’individuo è solo davanti alla sfida di costruirsi la “sua” identità e in questo processo “… l’«identificazione» diventa sempre più importante per quegli individui che cercano disperatamente un «noi» di cui entrare a far parte”. Insieme alla possibilità acquisita nella modernità di un vero atto di liberazione personale per auto-definire la propria identità, si manifesta il rovescio della medaglia costituita dalla grande responsabilità di ogni individuo a scegliere tra un’infinità di alternative, svaniti tutti i punti di riferimento. Le mille battaglie identitarie dell’oggi, evidenzia Bauman “non possono svolgere il loro lavoro di identificazione senza essere fonte di divisione almeno quanto lo sono, o forse di più, di unione. Le loro intenzioni inclusive si mescolano (o per meglio dire si completano) con le intenzioni di segregare, esonerare ed escludere”.

Spesso, però, questi nuovi gruppi creati per colmare la necessità di esprimere un “noi” sono frettolosi, leggeri, fragili e illusori e non sono in grado “di dare sostanza all’identità personale, la ragione primaria per cui li si cerca”.  Si scivola da legame a legame, da esperienza a esperienza rifuggendo ogni impegno profondo ritenuto una zavorra nella propria ricerca identitaria senza riuscire a percepire che: “il nocciolo duro dell’identità […] può formarsi solo in riferimento ai legami che connettono l’io ad altre persone e alla presunzione di affidabilità e stabilità nel tempo di tali legami. Abbiamo bisogno di relazioni, e abbiamo bisogno di relazioni su cui poter contare, una relazione cui far riferimento per definire noi stessi. Nell’ambiente della modernità liquida, però, a causa degli impegni a lungo termine che notoriamente ispirano o inavvertitamente generano, le relazioni possono essere gravide di pericoli. E ciononostante ne abbiamo bisogno, ne abbiamo ferocemente bisogno, non soltanto per la preoccupazione morale per il benessere di altre persone, ma anche per il nostro stesso bene, per la coesione e la logica del nostro stesso essere “.  La facilità di accesso, connessione e disconnessione a social e reti varie incoraggia la creazione di legami fragili a distanza, impersonali o nei quali prevale la finzione simulata in quanto manca completamente la dimensione del contatto diretto. “Da qui nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. (…) Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la durata dello spettacolo e prontamente smantellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici”.

L’identità individuale è divenuta “liquida” , flessibile, in continuo mutamento e movimento instabile alimentando  “…sul lungo periodo una condizione sfibrante e ansiogena. D’altra parte, una posizione fissa tra un’infinità di possibilità non è una prospettiva molto più allettante. Nella nostra epoca di modernità liquida in cui l’eroe popolare è l’individuo libero di fluttuare senza intralci, l’essere «fissati», «identificati» inflessibilmente e senza possibilità di ripensamento, diventa sempre più impopolare”.  L’individuo oscilla come un pendolo in moto continuo tra questi due opposti atteggiamenti che non rappresentano situazioni ideali di equilibrio nella gestione della propria identità.  “La costruzione dell’identità ha assunto la forma di un’inarrestabile sperimentazione. Gli esperimenti non finiscono mai. Si prova un’identità alla volta, ma molte altre, ancora non collaudate, aspettano dietro l’angolo di venire raccolte. Molte altre ancora, neanche sognate, verranno inventate e desiderate nel corso della vita”.

Alla possibilità di paragonare l’identità ad un puzzle composto da tanti tasselli diversi, Bauman risponde: “È vero, si compone la propria identità (o le proprie identità?) come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle, ma la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi (e non si può mai sapere esattamente quanti). […] Tu non parti dall’immagine finale, ma da una certa quantità di pezzi di cui sei già entrato in possesso o che ti sembra valga la pena di possedere, e quindi cerchi di scoprire come ordinarli e riordinarli per ottenere un certo numero (quante?) di immagini soddisfacenti.” Al sacchetto dei nostri pezzi che possiamo comporre in tanti diversi modi, ogni giorno se ne aggiungono di nuovi e sconosciuti che rimettono in gioco e trasformano la nostra identità, ma nessuno di noi possiede la propria immagine finale. In ogni istante possiamo provare a evolverci, crescere, migliorare: questa è la libera e cruenta battaglia del vivere.


L’ARTICOLO È parte del 6° numero de LA MACCHINA SOGNANTE, UNA RIVISTA DI SCRITTURE DAL MONDO. OGNI SETTIMANA FRONTIERE NEWS PUBBLICA UN ARTICOLO SELEZIONATO DALLA REDAZIONE DE LA MACCHINA SOGNANTE.