Chi sono i sufi e perché i terroristi li vedono come una minaccia?

Peter Gottschalk

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Professore di Religione presso la Wesleyan University
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Oltre 300 persone sono state uccise, e molte di più sono rimaste ferite, in un attacco contro una moschea sufi in Egitto avvenuto il 24 novembre 2017. L’assalto è iniziato con l’esplosione di una bomba. I fedeli stavano ancora terminando le preghiere del venerdì. Poi, mentre le persone scappavano e sono iniziate ad arrivare le ambulanze, i militanti hanno aperto il fuoco. È il più sanguinoso attacco in Egitto della storia moderna.

Non è certo la prima volta che gli estremisti abbiano attaccato un luogo di culto sufi. Sempre quest’anno, a febbraio, c’è stata un’esplosione presso la tomba deli santo sufi Lal Shahbaz Qalandar, nel Pakistan sudorientale. Nel 2016 dei combattenti del sedicente Stato Islamico hanno divulgato immagini della presunta esecuzione di un maestro sufi. Lo stesso anno i talebani pakistani hanno assassinato il popolare cantante sufi Amjad Sabri. Nel 2010, sempre in Pakistan, è stata bombardata la tomba di Data Ganj Bakhsh, un altra figura sufi molto venerata. Nel passato Daesh ha rivendicato alcuni attacchi contro i sufi e le istituzioni che li rappresentano, ma finora nessuno ha rivendicato l’assalto di venerdì scorso.

Un devoto prega presso la tomba di Lal Shahbaz Qalandar, in Pakistan. Akhtar Soomro/Reuters

Da studioso di tradizioni musulmane e indù ho a lungo apprezzato l’influenza esercitata dai sufi (e dai loro santuari) nelle comunità dell’Asia meridionale e di altre parti del mondo. Dal mio punto di vista, le ripercussioni di queste deplorevoli violenze vanno ben oltre le decine di corpi sparsi attorno al luogo di culto colpito e alle famiglie devastate. In tutto il mondo molti musulmani e non musulmani celebrano i santi sufi e si riuniscono nei loro santuari per adorare. Queste pratiche, tuttavia, non sono conformi all’ideologia revivalista di gruppi intolleranti come lo Stato islamico, che anzi vedono in esse una minaccia. Ecco perché.

CHI SONO I SUFI?

L’origine della parola “sufi” deriva da un termine in arabo per ‘lana’, (suf), in riferimento alla lana grezza con cui erano intessuti gli umili panni degli antichi asceti dell’Asia occidentale, e indica una qualità comune attribuita ai sufi: l’austerità.

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I musulmani tendevano a ritenere che questa austerità derivasse da una sincera devozione religiosa che costringeva il sufi ad una relazione intima e personale con Dio, modellata su aspetti della vita del profeta Maometto. Ciò comportava spesso una maggiore enfasi all’interiorità e alla contemplazione, rispetto a molte altre forme di pratica islamica.

Tomba di Data Ganj Bakhsh, in Pakistan. Guilhem Vellut, CC BY

In alcuni casi, i sufi sfidarono le norme della società per spingere gli altri musulmani a vivere in modo più religiosamente consapevole. Ad esempio, una santa sufi dell’ottavo secolo, conosciuta popolarmente come Rabia al-Adawiyya, avrebbe attraversato la sua città natale di Bassora, nel moderno Iraq, con una torcia accesa in una mano e un secchio d’acqua nell’altra. Quando le fu chiesto il perché, lei rispose che sperava di incendiare il paradiso e di spegnere le fiamme dell’inferno, così che le persone – senza doversi più preoccupare di ricompense o punizioni – amassero Dio.

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Altri hanno usato la poesia per esprimere la propria devozione. Ad esempio Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī, famoso poeta persiano del XIII secolo e guida sufi, ha fatto affidamento ai temi dell’amore e del desiderio per trasmettere il bisogno di una relazione profonda con Dio. Altri invece, come ad esempio Data Ganj Bakhsh, un sufi dell’XI secolo, hanno scritto densi trattati filosofici che hanno usato per spiegare i concetti sufi agli studiosi islamici.

VENERAZIONE Sufi

Molti sufi vengono formati nelle “tariqa” (pl. turuq), cioè in confraternite in cui i maestri plasmano i propri studenti. Rumi, ad esempio, ha fondato il famoso ordine dei “Mevlevi”, conosciuto soprattutto come “dervisci rotanti”. In questo rituale i praticanti approfondiscono la loro relazione con Dio attraverso una danza roteante intesa a evocare un’esperienza religiosa.

Alcuni sufi – uomini e, a volte, donne – hanno ottenuto una tale reputazione di operatori di miracoli (avvenuti in vita o addirittura dopo la morte) da essere visti come guaritori e guide per la comunità. Dopo la morte di alcuni sufi, il popolo ha iniziato a visitare le loro tombe in quanto luoghi di emanazione della “baraka”, un termine che significa “benedizione”, “potere” e “presenza”. Alcuni devoti considerano il baraka come un supporto alle loro preghiere, mentre per altri è un’energia miracolosa che può essere assorbita con la vicinanza al santuario. Le tombe trasformate in santuari diventano così luoghi in cui Dio dedica alle preghiere un’attenzione speciale. Alcuni arrivano però al punto di pregare per l’intercessione personale del sufi defunto.

UN LUOGO DI ADORAZIONE INTERRELIGIOSA?

Allora perché alcuni gruppi, come il cosiddetto Stato islamico, li contrastano così violentemente? Io sostengo che vi siano due ragioni: in primo luogo, alcuni sufi – come illustrato da Rabia, la sufi di Bassora – sfidano deliberatamente le convenzioni islamiche della loro società, il che induce molti a condannare le loro opinioni e pratiche, considerate non ortodosse. In secondo luogo molti musulmani, non solo i terroristi, considerano la devozione dei santuari come superstiziosa e idolatra. Molti musulmani conservatori sono allarmati dalla popolarità della venerazione delle tombe, sia tra musulmani che tra non musulmani.

Devoti accendono delle lampade ad olio presso il santuario di Data Ganj Bakhsh a Lahore, in Pakistan. Mohsin Raza/Reuters

Quando un santuario sufi diventa conosciuto per i suoi presunti miracolosi, sempre più persone iniziano a frequentarlo per cercare benedizioni. Così le tombe diventano spesso un luogo d’incontro per indù, cristiani, Sikh e persone di altre fedi. Nei santuari dell’Asia meridionale vengono cantate dei particolari canti di lode – “qawwali” – che esprimono i valori islamici usando l’immaginario dell’amore e della devozione. In altre regioni sono emerse altre tradizioni di devozione, mentre la zikr (“recitazione di litanie”) è uniformemente popolare. Tuttavia, nonostante le divergenti ideologie e gli obiettivi che li differenziano l’uno dall’altro, i gruppi islamici intolleranti come i talebani e il cosiddetto Stato islamico rifiutano il culto dei santuari, così come i balli e i canti, perché li ritengono non islamici (ecco il perché dell’assassinio da parte dei talebani pakistani del cantante qawwali di fama mondiale Amjad Sabri). Dal loro punto di vista, le preghiere ai sufi sono idolatre.

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IL SUCCESSO DELLE TRADIZIONI SUFI

Le usanze sufi riflettono un aspetto poco considerato delle tradizioni islamiche in generale. Sebbene alcuni movimenti musulmani revivalisti, come i wahhabiti e altri salafiti, ammettono soltanto un modo di essere musulmani, ce ne sono altri che abbracciano la diversità delle tradizioni islamiche. Molti musulmani difendono con orgoglio le usanze sufi come le devozioni dei santuari perché sono parte integrante delle comunità musulmane e non musulmane (non solo nell’Asia meridionale, ma in varie regioni del mondo). Oggi circa il 15% della popolazione egiziana appartiene ad ordini sufi o pratica le tradizioni sufi. Hanno un ruolo cruciale nelle loro località e nella loro regione, e per molti i siti sufi offrono un’espressione islamica di cosa significhi amare Dio. Storicamente, in molte regioni del mondo i sufi sono riusciti ad adattare teologie e pratiche islamiche alle usanze locali, per i non musulmani. Per questo motivo alle tradizioni sufi sono state accostate la maggior parte delle conversioni all’Islam in Asia meridionale. È solo con l’espansione globale dei gruppi revivalisti islamici nel secolo scorso che l’impulso alla conformità assoluta è diventato così forte e pervasivo. Anche così, la maggioranza dei musulmani continua ad accettare una diversità delle pratiche islamiche. Data la popolarità dei sufi, non c’è da meravigliarsi se il cosiddetto Stato islamico si oppone a tali modelli di pluralismo islamico. La ferocia del recente attacco in Egitto e il possibile coinvolgimento di un attentatore suicida dimostrano non solo la forza delle credenze in questo senso, ma anche il modo in cui l’IS e altri estremisti giudicano la preminenza e la popolarità delle tradizioni sufi.


su gentile concessione di The Conversation