La più grande strage di cristiani nella storia africana è opera dei fascisti italiani di Valerio Evangelista

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Ottant’anni fa le truppe dell’Impero fascista attuarono il maggiore eccidio di cristiani in terra africana: accusati di essere ostili all’occupazione imperialista, centinaia di residenti del monastero di Debrà Libanòs furono fucilati dalle truppe italiane per ordine del Maresciallo Rodolfo Graziani. Nessun italiano venne mai punito per questo e per altri massacri.


Quando nell’aprile 1935 componeva le prime bozze di “Faccetta Nera”, Renato Micheli volle decantare in maniera spiritosa lo spirito romantico del colonialismo italiano in Africa. Un’ode alla “missione civilizzatrice” di Roma in Abissinia, allo sforzo liberatore della gioventù italica impegnata a rimuovere le catene dal collo negro.

Un’esaltazione in romanesco dell’unione tra le razze, che però a Mussolini non piacque affatto (anzi, tentò pure di bandirla). Quel testo era troppo meticcio e troppo poco imperiale. Per giustificare il proprio espansionismo, l’Impero fascista avrebbe avuto bisogno di più solennità, di più rigore razziale; e fu così che dal Ministero “consigliarono” al poeta di trasformare la scherzosa canzonetta in un inno di conquista e di sottomissione degli abissini, privandola inoltre di ogni parola ed inflessione dialettale.

Se per Micheli il verso “Faccetta Nera, sarai romana” era una promessa che puntava all’elevazione di una presunta inferiorità del popolo etiope, una “concessione d’umanità” dei colonizzatori mediterranei, il regime l’intendeva come una minaccia dal potere distruttivo: sarai romana, oppure non sarai affatto.

Fu il Maresciallo Rodolfo Graziani ad essere nominato “ambasciatore” di tale ideale totalizzante. Ottenute fama e popolarità in seguito alle gesta di “pacificazione” (leggasi “riconquista”) in Libia, che gli valsero il soprannome di “Macellaio di Fezzan“, Graziani fu incaricato di reprimere ogni resistenza in Abissinia.

Graziani ordinò ai suoi bombardieri di sganciare ordigni all’iprite e al fosgene (vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925) contro civili e resistenti africani. In un dispaccio telegrafico proclamò trionfante che “le ultime azioni compiute hanno dimostrato quanto sia efficace l’impiego dei gas”.

Ma il Macellaio (che l’ONU inserì nella lista dei criminali di guerra per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa) fu responsabile anche di un altro atroce episodio: il maggiore eccidio di cristiani in terra africana, una strage ancora oggi poco raccontata.

Il 19 febbraio 1937, durante una cerimonia in onore della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia (primogenito di Umberto), la resistenza anti-colonialista fece esplodere otto bombe.

Subito dopo l’attentato, un commando armato aprì il fuoco, attirandosi la reazione dei carabinieri italiani. Il bilancio dell’attacco fu di quattro carabinieri italiani e due zaptiè uccisi (carabinieri reclutati tra le popolazioni indigene) e una cinquantina di feriti.

In un telegramma del 21 febbraio, il Duce diede a Graziani indicazioni ben precise: “Nessuno dei fermi già effettuati e di quelli che si faranno deve essere rilasciato senza mio ordine. Tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi“. Sentendosi il vero obiettivo dell’attentato, dall’ospedale della Consolata (dove rimase ricoverato per 68 giorni) il Maresciallo Graziani ordinò dunque rastrellamenti e pogrom. Nei tre giorni successivi la rappresaglia italiana portò a numerose vittime nella popolazione etiopica.

Il prof. Harold J. Marcus parla del clima post-attentato in questi termini:

“Poco dopo l’incidente, il comando italiano ordinò la chiusura di tutti i negozi, ai cittadini di tornare a casa e sospese le comunicazioni postali e telegrafiche. In un’ora, la capitale fu isolata dal mondo e le strade erano vuote. Nel pomeriggio il partito fascista di Addis Abeba votò un pogrom contro la popolazione cittadina.

Il massacro iniziò quella notte e continuò il giorno dopo. Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte”.

Se fonti etiopiche hanno contato ben 30mila persone uccise, stime italiane hanno ridotto il numero a circa 300 vittime. Fonti britanniche parlano invece di almeno 3mila vittime. Ma a prescindere dal numero effettivo di caduti (non fu mai condotta una ricerca internazionale e indipendente che potesse verificarne la precisione), la vendetta italiana continuò implacabile anche a distanza di mesi dall’attentato.

Il medico ungherese Ladislav Shaska ricorda l’azione del Federale Guido Cortese subito dopo l’attacco:

“Il maggior massacro si è verificato dopo le sei di sera… In quella notte terribile, gli etiopi vennero ammucchiati nei camion, strettamente sorvegliati dalle camicie nere armate. Pistole, manganelli, fucili e pugnali furono usati per massacrare gli etiopi disarmati di tutti i sessi, di tutte le età. Ogni nero incontrato era arrestato e fatto salire a bordo di un camion e ucciso o sul camion o presso il piccolo Ghebi. Le case o le capanne degli etiopi erano saccheggiate e quindi bruciate con i loro abitanti. Per accelerare gli incendi vennero usate in grandi quantità benzina e petrolio.

I massacri non si fermarono durante la notte e la maggior parte degli omicidi furono commessi con armi bianche e colpendo le vittime con manganelli. Intere strade erano bruciate e se gli occupanti delle case in fiamme uscivano in strada erano pugnalati o mitragliati al grido “Duce! Duce Duce!”. Dai camion, in cui gruppi di prigionieri erano stati portati per essere massacrati vicino al Ghebbi, il sangue colava letteralmente per le strade, e da questi camion si sentiva gridare “Duce! Duce! Duce!”.

Non dimenticherò mai quello che ho visto quella notte degli ufficiali italiani che passano con le loro auto lussuose per le strade piene di cadaveri e sangue, fermandosi nei luoghi dove avrebbero avuto una migliore visione delle stragi e degli incendi, accompagnati dalle loro mogli, che mi rifiuto di definire donne!”

Non potendo contenere l’ardore di chi lottava per la propria libertà – con buona pace della propaganda “liberatrice” fascista – il contingente imperiale in terra d’Abissinia dovette trovare un responsabile morale di tali ondate di guerriglia.

Percorrendo il sentiero del “ripulisti” tracciato mesi prima da Mussolini in persona, il Maresciallo ordinò quindi una spedizione punitiva verso Debrà Libanòs – città santa della chiesa copta a 150 km da Addis Abeba – i cui residenti erano ritenuti colpevoli di fomentare le ribellioni e di nascondere gli insorti.

Nel tragitto, le truppe italiane e somale comandate da Pietro Maletti operarono una cieca rappresaglia in cui furono incendiati 115.422 tucul e tre chiese, mentre furono ben 2.523 i partigiani etiopi giustiziati.

Non sazia del sangue versato, la colonna imperiale proseguì il suo viaggio. Dopo aver incendiato il convento di Gulteniè Ghedem Micael ed averne fucilato tutti i monaci, il 19 maggio i soldati raggiunsero ed occuparono Debrà Libanòs.

Raggiunta la destinazione, le truppe ricevettero un telegramma di Graziani in cui ordinò di “passare per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore“.

Il grande monastero del XIII secolo, centro principale della spiritualità etiopica, era stato fondato dal santo cristiano Tecle Haymanot. Era formato da due grandi chiese e dei modesti tucul dove vivevano monaci, preti, diaconi, studenti di teologia e suore.

I residenti furono trucidati in circa una settimana; l’ultimo giorno del massacro vennero fucilati anche i 126 giovani diaconi che erano stati inizialmente risparmiati.

Graziani fece sapere a Benito Mussolini che furono 449 le vittime del massacro di Debrà Libanòs, ma ricerche portate avanti dall’inglese Ian L. Campbell e dall’etiopico Defige Gabre-Tsadik (studiosi dell’Università di Nairobi e di Addis Abeba) sostengono che il numero delle vittime del massacro si aggirerebbe addirittura tra le 1.423 e le 2.033.

Graziani, forte dell’approvazione di Mussolini, rivendicò “la completa responsabilità” di quella che definì trionfante la “tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia”, compiaciuto di “aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti”.

Negli anni ’40 l’archeologo David Buxton confermò che i resti dell’eccidio erano ancora visibili: “Ci sono innumerevoli teschi e ossa, sacchi e scatole piene di ossa, mucchi sparsi di ossa che aspettavano ancora una sepoltura”.

Nel dopoguerra a nulla valsero le richieste etiopiche: nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri. Rodolfo Graziani fu inserito dall’ONU nella lista dei criminali di guerra, ma non venne mai processato. Il Boia dell’Impero fu invece processato e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo, ma scontati quattro mesi fu scarcerato.


Tv2000 ha prodotto un docu-film, girato tra Addis Abeba e Debre Libanos, che ricostruisce i fatti storici grazie al contributo di Ian Campbell, il maggiore studioso della strage, al monaco di Debre Libanos, Abba Hbte Gyorgis e ad un testimone ultranovantenne di quei tragici avvenimenti, Ato Zewede Geberu. A questi, si aggiungono il Patriarca della chiesa ortodossa di Etiopia, Abuna Matthias I e l’ Arcivescovo di Addis Abeba, il cardinale Berhaneyesus Demerew Souraphiel.

Redazione