Bahrain, condannati 22 attivisti. Proteste da Amnesty e dal web

di Francesco Caselli

Ali Abdulemam, blogger e attivista dei diritti umani in Bahrein, è stato condannato a 15 anni di prigione. Padre di tre bambini, è conosciuto con il nome “il padrino dei blogger”. Il suo sito BahrainOnline.org è uno dei più popolari del regno. Insieme a lui altri 21 attivisti e leader politici dell’opposizione sono accusati di voler rovesciare il governo attraverso azioni terroristiche. Sono tutti sciiti che durante i due mesi di disordini seguiti al “giorno della rabbia” del 14 febbraio scorso, avevano protestato contro la dinastia sunnita con a capo re Hamad bin Isa al Khalifa.

Tredici di loro hanno ricevuto sentenze che variano da uno a quindici anni di prigione; a otto di loro, tra cui il blogger Abduljalil Al-Singace, spetterà l’ergastolo. Tra le condanne più lievi c’è quella a Ibrahim Sharif, leader dell’opposizione sunnita e segretario generale del National Democratic Action Society, il maggiore partito laico di sinistra, accusato di avere rapporti con un paese straniero.

L’arresto di Ali Abdulemam e degli altri attivisti ha scatenato migliaia di blogger da tutto il mondo che hanno richiesto il rilascio dei detenuti. Jilian C.York, direttore dell’International Freedom of Expression ha creato un gruppo su Facebook che conta più di 2000 membri ed è amministrato da attivisti provenienti da tutte le parti del mondo. Insieme a loro si è mobilitato anche FrontLine, il gruppo irlandese che opera in difesa degli attivisti per i diritti umani e conta nel direttivo personaggi come Bono, il Dalai Lama e i Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel e Desmond Tutu. I grandi gruppi per i diritti umani come Reporter senza frontiere, Amnesty international e il Bahrain center for human rights hanno subito contestato i verdetti, racchiudendoli nell’ambito di una pura strategia politica. Malcom Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Nordafrica di Amnesty ha dichirato:

“Il processo ha ovviamente una motivazione politica perché non c’è alcuna prova che gli attivisti abbiano usato o sostenuto la violenza… dei civili non avrebbero dovuto essere processati da un tribunale militare e questi processi sono apertamente ingiusti. In particolare, la corte non ha adeguatamente indagato sulle dichiarazioni che qualcuno degli accusati è stato torturato ed è stato costretto a firma delle confessioni false, che sembrano essere state usate come prove contro di lui”.

Secondo i rapporti di Amnesty sono 500 le persone ancora detenute, 4 sono morte in prigione in circostanze ancora da chiarire, 2000 invece sono state licenziate dai loro posti di lavoro. Dal 14 giugno la repressione è arrivata a toccare anche i medici che prestano soccorso ai rivoltosi sciiti.

L’apertura verso una risoluzione si è intravista agli inizi di giugno, quando il principe designato del Bahrain e comandate supremo dell’esercito Salman bin Hamad al-Khalifa si è incontrato faccia a faccia con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, promettendo di aprire una via di dialogo nazionale con gli autori della proteste.

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